L’influenza del coronavirus sul PIL

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Ridotta al 3,2% -(0,1 punti) la stima di crescita mondiale per il 2020 a causa dell’epidemia - Per il Fondo monetario internazionale l’impatto sarebbe «relativamente basso»

L’influenza del coronavirus sul PIL
©Christian Charisius/dpa

L’influenza del coronavirus sul PIL

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Il coronavirus e i timori per il suo impatto economico irrompono al G20, costringendo ministri delle Finanze e governatori a valutare contromisure per sostenere la crescita. Con il Fmi che lima il Pil globale e avverte: le conseguenze potrebbero essere più preoccupanti se il contagio si allarga.

Ministri, governatori e alte autorità finanziarie mondiali ragionano se il coronavirus provocherà una frenata del Pil globale «a forma di V», con una caduta repentina della crescita seguita da una ripresa rapida. O se invece sia una «U», una fase negativa più lunga e con ripresa graduale. L’ottimismo fa ancora prevalere la prima ipotesi: il Fondo monetario internazionale, al G20 di Riad, Arabia Saudita, lima la crescita globale per il 2020 al 3,2%, appena 0,1 punti in meno, e toglie alla Cina 4 decimali portandola al 5,6%. Ma la revisione, interamente imputabile al coronavirus, arriva a solo un mese di distanza dalle stime che erano state presentate al forum di Davos. E la direttrice generale Kristalina Georgieva avverte: questo è lo scenario principale, che vede una ripresa nel secondo trimestre. Ma «guardiamo anche a scenari più preoccupanti, in cui la diffusione del virus continua più a lungo e si fa più globale, con conseguenze sulla crescita più durevoli». Per questo il Fondo monetario è pronto, se fosse necessario, anche ad attingere al suo Fondo catastrofi per aiutare i paesi più deboli e vulnerabili.

Sugli scenari si è soffermato anche un intervento di Ignazio Visco durante la riunione plenaria sull’economia globale. Il governatore di Bankitalia ha ribadito quanto detto al Forex: è ancora impossibile valutare compiutamente l’impatto del coronavirus, visti i molti fattori di incertezza e l’impatto indiretto attraverso canali come il turismo o i canali di distribuzione del commercio internazionale.

Con l’allargarsi dell’epidemia che rischia di trasformarsi in pandemia, con i casi in Corea del Sud, Iran, e l’accelerazione dei contagi in Italia, la preoccupazione è alta. Le notizie più recenti, il contagio in Paesi dove sono difficili le misure draconiane messe in campo da Pechino, il lungo periodo di latenza del virus e le infezioni asintomatiche, fanno temere che andrà peggio. In vista del comunicato finale in arrivo domani, un documento dell’organizzazione saudita dell’evento parlava di «possibili risposte delle autorità a sostegno della crescita per contrastare i rischi al ribasso». In campo potrebbero tornare le banche centrali, con la People’s Bank of China che ha già adottato misure d’emergenza. E il coronavirus potrebbe spingere a un appello per uno stimolo di bilancio coordinato per la crescita: lo chiede - anticipando che anche l’Ocse potrebbe tagliare le stime - il segretario generale Angel Gurria. Un clima che riporta in mente gli anni della crisi finanziaria. Se non fosse che, da allora, i colpi alle istituzioni multilaterali sono stati incessanti. Una bozza del comunicato finale di Riad che circola si limita a parlare di «alzare il monitoraggio dei rischi globali, inclusa la recente epidemia di Covid-19».

I dati economici più recenti parlano di un calo vertiginoso del Pil in Giappone. La Germania è in stagnazione con lo Zew che ha appena segnalato una caduta delle aspettative. Francia e Italia erano in negativo nel quarto trimestre. I titoli americani a 30 anni sono al minimo record di rendimenti, segno di una fuga degli investitori dal rischio, e negli Usa l’indice Pmi ha segnalato una contrazione dell’economia per la prima volta dal 2013. Per l’economia globale non è solo un problema di turisti cinesi volatilizzati, o di beni di lusso, automobili o prodotti esportati in Cina, o di ‘effetto paura’ che tiene la gente lontana dai cinema, dallo shopping e che non fa viaggiare. Il coronavirus ha messo in fermo una quota rilevante dell’industria cinese. Che a differenza dei tempi della Sars, nel 2003, ora costituisce una parte molto rilevante (16% contro il 4% di allora) del Pil globale, ed è ancora bene al centro della catena di produzione globale: uno stop in Cina significa una gelata del commercio mondiale.

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