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L’oro preme sull’acceleratore

Il metallo giallo tocca i massimi da 14 mesi a 1359 dollari, sostenuti anche petrolio e franco - I beni rifugio vengono spinti dai segnali di rallentamento congiunturale e dalle tensioni geopolitiche

L’oro preme sull’acceleratore
Sale l’attenzione verso il metallo giallo, anche a causa dell’aumento della tensione fra Stati Uniti e Iran.  (Foto Shutterstock)

L’oro preme sull’acceleratore

Sale l’attenzione verso il metallo giallo, anche a causa dell’aumento della tensione fra Stati Uniti e Iran.  (Foto Shutterstock)

LUGANO - I segnali di rallentamento congiunturale, soprattutto da parte della Cina, la guerra commerciale fra Pechino e Washington, che presto potrebbe estendersi con l’imposizione di dazi anche all’Europa, l’incertezza sulle politiche monetarie delle banche centrali e l’accentuazione delle tensioni geopolitiche, hanno generato nervosismo sui mercati ed un rinnovato interesse nei confronti dei cosiddetti beni rifugio.

L’oro, il principale fra questi, ha continua il suo rally, che lo ha portato ieri a toccare i 1.359,50 dollari l’oncia, valore massimo degli ultimi 14 mesi, per poi ripiegare in serata verso 1.354,35, mettendo a segno un +13% rispetto ai 1.200 dollari dell’agosto 2018 ed oltre il 4% da inizio anno. L’apprezzamento del metallo giallo è stato anche favorito dai massicci acquisti effettuati da alcune banche centrali (Cina, Russia e Turchia in testa) e dalle attese di un atteggiamento più accomodante da parte della Federal Reserve americana, che ci si attende possa abbassare il tasso di riferimento dei Fed Funds dello 0,25% prima della fine dell’anno. Ciò pur in presenza di buoni dati macroeconomici USA, come quelli su vendite al dettaglio e produzione industriale pubblicati proprio ieri.

Il franco svizzero, altro tradizionale bene rifugio, ha stimolato un certo interesse da parte degli investitori nonostante la politica dei tassi negativi e gli interventi della Banca nazionale svizzera (BNS), tesi ad evitarne un rafforzamento ritenuto eccessivo. La valuta elvetica, ora a 0,9990 contro il dollaro USA, ha segnato nell’ultimo mese un rafforzamento di circa il 2% nei confronti del biglietto verde e secondo molti analisti, ad iniziare dall’autorevole JP Morgan, lo scenario attuale potrebbe portare ad un suo apprezzamento fin verso la soglia di 0,95, toccata lo scorso marzo, sfidando l’azione della BNS.

Anche nei confronti dell’euro la posizione del franco svizzero, ora intorno a 1,12 rispetto a 1,1450 di aprile, rimane forte. La momentanea tregua di cui la valuta comune gode, potrebbe presto esaurirsi a causa dei problemi istituzionali europei, e dell’Italia in particolare.

Da alcuni anni la rosa dei beni rifugio si è era allargata allo yen giapponese, che funge da protezione nei confronti dell’indebolimento del dollaro USA e da situazioni critiche confinate all’area americana ed europea. In effetti oggi esso è tornato ad un livello di 108,44 contro dollaro, appena inferiore ai 107,67 di inizio 2019.

Altro bene rifugio per eccellenza è il Treasury Bond americano, la cui performance è stata rilevante, favorita anch’essa dal nuovo atteggiamento accomodante della Fed. Ad esempio l’ETF iShares dei T-Bond fra i 10 ed i 20 anni, è passato dai 126 punti del novembre 2018 ai 142 punti attuali, con una progressione superiore al 12%.

Il petrolio non è un bene rifugio, ma è semmai un indicatore sia delle attese congiunturali globali che delle tensioni geopolitiche che avvolgono il panorama economico. Oggi il suo andamento è bilanciato fra le pressioni di natura fondamentale e quelle di natura geopolitica. Le prime, tendenzialmente ribassiste, anche se forse al momento sovrastimate, considerano la minore domanda potenziale e l’elevato livello delle scorte. Vi è poi incertezza per le decisioni dell’OPEC in merito al mantenimento dei tagli di produzione ed alla non scontata adesione ad essi anche da parte della Russia, partner nella cosiddetta OPEC+. Di natura rialzista sono invece i timori seguiti agli attacchi condotti in prossimità dello Stretto di Hormuz contro due petroliere, che fanno seguito a quelli verificatisi a maggio contro altre quattro petroliere al largo dell’Emirato orientale di Fujairah. La tensione nell’area del Golfo è accentuata dagli attacchi sempre più frequenti, sferrati dalle milizie yemenite Houthi contro impianti ed infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita. Ricordiamo che attraverso lo Stretto di Hormuz, fra l’Iran e l’enclave omanita situata sulla punta settentrionale degli Emirati, transita circa un sesto della produzione mondiale di petrolio, oltre 17 milioni di barili al giorno, e che la Repubblica Islamica ne ha in più occasioni minacciato la chiusura dopo l’applicazione di sanzioni sempre più rigide da parte di Washington, che ora minaccia anche azioni militari.

Il mix di elementi rialzisti e ribassisti hanno generato volatilità e portato la quotazione del Brent trattato a Londra, ieri in serata, intorno ai 62 dollari al barile, in una posizione intermedia fra i 50,47 di dicembre 2018 ed i 74,50 dello scorso aprile. Il WTI americano, che ha avuto nel tempo un andamento simile segnava una quotazione di 52,77 dollari al barile.

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