La gestione del rischio coronavirus per le imprese

Pandemia

Intervista a Piermichele Bernardo, direttore di IBC Insurance Broking and Consulting Lugano

La gestione del rischio coronavirus per le imprese
Piermichele Bernardo, direttore di IBC Insurance Broking and Consulting Lugano.

La gestione del rischio coronavirus per le imprese

Piermichele Bernardo, direttore di IBC Insurance Broking and Consulting Lugano.

La fabbrica del mondo, la Cina, si è fermata. È uno degli effetti più dirompenti, da un punto di vista meramente economico, del coronavirus. Infatti, proprio la sospensione della produzione e il blocco di tutte le attività in Cina per intere settimane ha determinato una crisi sui sistemi di approvvigionamento globali. Si tratta del cosiddetto «rischio pandemia» che negli anni molte analisi, presentate anche al World Economic Forum di Davos, davano come altamente probabile e soprattutto molto temibile per le potenzialità dell’impatto.

Proprio perché è forte l’eventualità che bloccando l’attività della popolazione per via di un contagio, come questo del COVID-19, si fermino fabbriche e intere catene produttive.

Va anche sottolineato che la Cina è diventata nel tempo leader incontrastata nella fornitura di prodotti per l’industria tecnologica ed è probabilmente questo il settore che registra l’impatto peggiore, poiché non esistono mercati alternativi che possano competere con il costo della manodopera, la capacità tecnica dei prodotti e dei componenti «made in China».

In altri settori, come quello dell’abbigliamento, sembra che la situazione sia meno grave: non potendo più contare sui fornitori in Cina, i marchi potrebbero affidarsi, ad esempio, alle fabbriche del Vietnam o alle manifatture di altre aree geografiche.

Abbiamo chiesto a Piermichele Bernardo, direttore di IBC Insurance Broking and Consulting Lugano, come si possa gestire il rischio di essere eccessivamente dipendenti da un unico mercato produttivo, qualora si verifichi una crisi da un punto di vista dell’approvvigionamento.

«Per quanto riguarda gli aspetti di natura produttiva, ma non solo, le imprese hanno, o avrebbero dovuto, implementare nel tempo delle misure per prevenire e/o contenere le conseguenze di un mancato approvvigionamento o, ancor più in generale, l’impossibilità a produrre. Si tratta quindi di individuare, contenere o diminuire il rischio e, una volta quantificato, decidere se assumerselo o, per quanto possibile, cederlo alle assicurazioni. È utile effettuare questo esercizio non solo con il proprio risk manager, ma anche con il supporto di un consulente esterno all’azienda. Sicuramente il primo semplice suggerimento pratico è di non dipendere da un unico fornitore, o meglio ancora da un unico mercato. Diversificare su più fabbriche dislocate in diverse aree del globo sarebbe una soluzione ottimale per mitigare il rischio, in modo particolare quando un territorio si blocca completamente, come è oggi il caso della Cina. Purtroppo, talvolta, ciò non è possibile o, peggio ancora, i responsabili acquisti delle aziende prediligono concentrare gli acquisti, dando priorità al costo del prodotto a scapito del contenimento del rischio. Le pandemie purtroppo non sono un evento così improbabile. Ci sono stati in questi ultimi anni alcuni eventi che già hanno messo alla prova la capacità di garantire la continuità aziendale: le epidemie di Sars nel 2003, di febbre suina nel 2009, di Mers nel 2012; e poi eventi catastrofali come lO tsunami in Giappone nel 2011 o l’esplosione nel porto di Tianjin, in Cina, nel 2015».

Oggi anche le aziende si confrontano con l’emergenza dettata dal coronavirus, ma in questo quadro di estremo allarme imprese e professionisti cosa possono fare per gestire il blocco produttivo cinese?

«Le aziende che non hanno effettuato un risk management e non hanno adottato un business continuity plan saranno in difficoltà e possono quindi probabilmente solo sperare che questa situazione rientri al più presto o sperare in circostanze favorevoli-fortunose che evitino di dover attingere ai fondi propri. Sono messe molto meglio le aziende che hanno effettuato l’analisi dei rischi. Essere stati consapevoli dell’impatto che questi eventi avrebbero potuto avere, consente loro, adesso, l’adozione delle misure pianificate secondo il business continuity plan elaborato a suo tempo, che di solito prevede non solo una soluzione, ma pure un piano B ed un piano C, a seconda della tipologia dell’evento e del calcolo delle probabilità».

Da un punto di vista assicurativo esistono polizze o piani di gestione del rischio che possono mitigare l’eccessiva esposizione o dipendenza da un unico mercato?

«Più che dei piani esistono principi per la gestione del rischio, che devono poi essere applicati secondo le necessità e l’approccio al rischio della singola azienda, in modo da garantire una soluzione taylor made. Per quanto attiene alle soluzioni assicurative, il discorso è più complicato in quanto dipende dal tipo di rischio che si desidera assicurare, dall’essere a conoscenza degli obblighi o delle limitazioni legislative del singolo Paese (per questo noi ci avvaliamo della nostra rete con partner presenti in inoltre 90 Paesi) e, non da ultimo, se è fattibile usare per esempio il mercato dei Lloyd’s di Londra, che è abbastanza ricettivo per assicurare rischi particolari. Le classiche coperture per conseguenze da incendio, danni della natura, coperture del credito, epidemie, annullamenti di viaggi o eventi, sono conosciute e facilmente reperibili e non danno particolari preoccupazioni (salvo le ultime due che possono prevedere esclusioni di copertura in caso di pandemie); più difficile o complesso è ottenere coperture quali garanzie finanziarie pure, o Loss of profit, che contemplino indennità definite per i rischi per i quali si desidera essere tutelati, come pure ottenere la cancellazione di eventuali esclusioni di copertura abitualmente previste nelle condizioni generali».

Quali settori a suo modo di vedere potrebbero avere il contraccolpo maggiore con la fermata della produzione in Cina?

«Non sono uno specialista, ma è risaputo che il fermo delle attività nel sistema manifatturiero cinese sta avendo ricadute importanti per tutte le economie del pianeta. È uno dei rischi connessi alla globalizzazione: un cellulare come l’iPhone è disegnato in California, ma prodotto e assemblato in Cina! L’impatto, quindi, è differente a seconda del settore e del tipo di produzione per cui l’azienda è collegata alla Cina. I settori direttamente più colpiti sono l’automotive, l’elettronica e, come detto, la telefonia. In linea di massima, possiamo immaginare che una sospensione delle attività produttive di qualche settimana può essere assorbita dall’impresa senza gravi conseguenze. Ben diversa, per contro, è la questione per quanto riguarda settori come il turismo, le fiere, la ristorazione, che stanno avendo uno stop come abbiamo osservato con il Salone di Ginevra e altre manifestazioni internazionali. Qui i danni sono immediati, hanno conseguenze sugli introiti e sull’occupazione, e nella maggior parte dei casi assistiamo all’impossibilità di recuperare gli incassi immediati perduti, ma anche i costi sostenuti. Purtroppo, questi eventi generano direttamente o indirettamente un effetto domino ed hanno come unico fatto positivo quello di sensibilizzare ognuno di noi».

E in Svizzera dove vede i maggiori impatti? Quali settori elvetici sono più «Cina-dipendenti»?

«Benché in molti casi la Svizzera sia ritenuta un’isola felice, stiamo anche noi subendo e continueremo a subire le conseguenze di questa situazione come buona parte del resto del pianeta. Al momento in cui potremo tirare le somme, considerando danni diretti ed indiretti, non penso che in Svizzera vi saranno stati dei settori toccati in modo tangibilmente diverso dal resto del mondo. Auspico che la riconosciuta responsabilità del singolo cittadino ci permetta di contenere al minimo dapprima i danni alle persone e poi anche quelli economici».

Ated-ICT Ticino promuove www.solidarietadigitaleated.ch cui aderisce anche il Corriere del Ticino

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