«Bene la pace con l’UE ma ora riforme»

l’intervista

Carlo Cottarelli su luci e ombre del nuovo Governo italiano e del programma di questo sul versante economico. Nel dibattito al Forum The European House-Ambrosetti crescita e debito pubblico ancora tra i punti cruciali

 «Bene la pace con l’UE ma ora riforme»
Foto Ansa

«Bene la pace con l’UE ma ora riforme»

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Carlo Cottarelli è direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani presso l’Università Cattolica di Milano. È stato direttore del Dipartimento affari fiscali del Fondo monetario internazionale e commissario straordinario del Governo italiano per la Spending review. Lo abbiamo intervistato sul nuovo Esecutivo di Roma e sulla situazione economica italiana, durante il recente Forum The European House-Ambrosetti, a Villa d’Este di Cernobbio.

Come valuta, dal punto di vista economico, l’avvio del Governo Conte due, che si basa sul programma concordato da 5 Stelle e Partito democratico?

«Lo spread tra titoli pubblici italiani e tedeschi è sceso, questa è una buona notizia, che conferma che i mercati erano molto preoccupati per i contrasti con l’Unione europea innescati dal Governo precedente, soprattutto dalla Lega. Quando i contrasti sono molti e ripetuti, prima o poi si arriva a un vero e proprio scontro frontale; in un certo senso è come la guerra, spesso nessuno dice di volerla, ma se i contrasti aumentano, poi la guerra arriva, succede. È positivo che ora questo timore di scontro accentuato Italia-UE o Italia-Eurozona non ci sia più e che il costo del debito pubblico per l’Italia stia scendendo, come mostra appunto il calo dello spread. Detto questo, devo aggiungere che non mi riconosco molto nel programma economico del nuovo Governo, che lascia aperti alcuni interrogativi importanti».

Quali sono i punti più rilevanti su cui a suo parere occorre sottolineare dubbi e domande?

«Mi pare che il nuovo Esecutivo, come altri in passato, guardi più alla redistribuzione del reddito che alla produzione del reddito. Alcune misure di alleggerimento fiscale – per esempio la riduzione del cuneo fiscale, non più la cosiddetta flat tax proposta dalla Lega – sono comprensibili, così come alcune misure di impronta sociale. Ma il punto fondamentale è che l’Italia ha da tempo una crescita economica insufficiente. Quindi bisogna affrontare prioritariamente questo punto, occorrono misure per ridurre fortemente la burocrazia che ostacola la crescita, è necessario lasciare più spazio alle imprese private; sul versante dei conti pubblici bisogna dare risposte chiare su un percorso di riduzione di un debito pubblico che rimane troppo elevato e che frena a sua volta la crescita economica».

Sui conti pubblici, il nuovo Governo non esclude di chiedere all’UE margini di flessibilità, dopo quelli già ottenuti dall’Italia negli anni scorsi. È una via giusta e possibile?

«Un aumento del deficit pubblico può aiutare la crescita economica solo nel breve periodo, nel lungo periodo non è mai la soluzione, dunque non è la via giusta. Quanto alle possibilità concrete, non credo che si possa ottenere molta nuova flessibilità. È vero che c’è un rallentamento economico che tocca anche l’UE e che ciò può rendere più disponibile Bruxelles. Ma l’Italia appunto ha già avuto negli anni scorsi. Escluso un deficit al 3%-3,5% del PIL, come aveva ipotizzato Salvini, credo che si possa immaginare al limite qualcosa sopra il 2% previsto per quest’anno, forse il 2,2% o il 2,3%. La novità positiva, rispetto al Governo Conte uno, è che Roma ora non dice – come faceva la Lega – “noi alziamo il deficit comunque”, parte volendo un accordo con Bruxelles. Peraltro non credo che si andrà molto in là nemmeno con la revisione del Patto di stabilità UE, ventilata in Italia e in altri Paesi; ci potranno forse essere nuove interpretazioni, ma non penso che l’impianto generale cambierà».

Il nuovo Governo come detto vuole ridurre il cuneo fiscale, cioè il peso di imposte e contributi sui salari, e intende al tempo stesso evitare l’aumento dell’IVA. Non potendo il deficit pubblico salire, se non di poco, occorrerebbe dunque tagliare la spesa pubblica improduttiva. Come, a suo avviso?

«C’è una miriade di voci da ridurre. In questo caso il molto da tagliare vien fuori da tante piccole, si fa per dire, voci. Faccio alcuni esempi: acquisti pubblici di beni e servizi; quota 100 per i prepensionamenti; il bonus da 500 euro peri diciottenni; sussidi, anche alle imprese, non essenziali; edifici non necessari per le strutture pubbliche; strutture territoriali non necessarie per lo Stato. A queste e ad altre voci occorre poi aggiungere un tema di sempre e cioè una consistente riduzione dell’evasione fiscale. Sulle spese pubbliche improduttive bisogna chiaramente agire in termini di riduzione, non si può da un lato fare tagli fiscali, pur giustificati, e dall’altro spendere come prima o di più».

In una parte dei Paesi europei, Italia compresa, si indica la necessità di aumentare gli investimenti pubblici. Qual è la risposta a questa posizione, presente trasversalmente nei Governi e nelle opposizioni?

«Bisogna distinguere, ci sono Paesi, e tra questi la Germania, che hanno conti pubblici in ordine e che quindi possono e in alcuni casi devono fare maggiori investimenti pubblici. Ci sono invece altri Paesi, e tra questi l’Italia, che non hanno i conti pubblici in ordine e che non possono, non devono attuare investimenti pubblici che incrementino deficit e debiti già troppo alti. Questi Paesi molto indebitati devono puntare maggiormente sugli investimenti privati. Così è per l’Italia e qui torniamo al punto delle riforme necessarie per attirare investimenti e per rafforzare la crescita economica. Ho citato l’esigenza di ridurre la burocrazia, vorrei ricordare anche la necessità di una riforma della giustizia civile, per dare alle imprese e agli operatori economici maggiori certezze sui tempi e sui modi».

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