Mario Draghi usa l’artiglieria pesante

politiche monetarie

La Banca centrale europea lancia il secondo programma di acquisto titoli da 20 miliardi di euro al mese. Ma per Draghi il compito di rilanciare l’economia dell’Eurozona ora spetta ai Governi

Mario Draghi usa l’artiglieria pesante
Mario Draghi alla sua penultima riunione in qualità di presidente della BCE. Il suo mandato scade il prossimo 31 ottobre. (Foto EPA)

Mario Draghi usa l’artiglieria pesante

Mario Draghi alla sua penultima riunione in qualità di presidente della BCE. Il suo mandato scade il prossimo 31 ottobre. (Foto EPA)

Nel tentativo di dare un po’ di forza all’economia dell’Eurozona, Mario Draghi alla sua penultima riunione alla testa della Banca centrale europea tira fuori la cassetta degli attrezzi al gran completo.

Il Consiglio direttivo dell’istituto ieri ha infatti deciso un taglio nei tassi sui depositi bancari di 10 punti base, dal -0,4 al -0,5%. Non solo. Il programma di acquisto titoli (QE) verrà riavviato a partire dal 1. novembre a un ritmo di 20 miliardi di euro al mese «finché sarà necessario e fino a poco prima di tornare ad alzare i tassi». Il tasso per le operazioni di rifinanziamento resta al momento allo 0%, cioè al minimo storico dal marzo 2016. A supporto delle banche dell’Eurozona, la nuova serie dei prestiti a lunga scadenza (TLTRO III) vanterà tassi più vantaggiosi per gli istituti di credito e una scadenza estesa da due a tre anni. Infine, la «forward guidance» (cioè le indicazioni prospettiche sui futuri movimenti dei tassi d’interesse) è diventata più incisiva: come ha spiegato Draghi, c’è da aspettarsi che i tassi restino a livelli bassi finché l’inflazione comincerà a convergere in maniera «robusta» verso il target inferiore ma vicino al 2%.

I motivi principali che hanno spinto l’istituto centrale a mettere in moto l’arsenale dei suoi strumenti sono due. Nonostante anni di politica monetaria espansiva infatti, il livello dell’inflazione sembra allontanarsi sempre di più dall’obiettivo della BCE. Le previsioni sono state corrette al ribasso (1,2% dal 1,3% precedente per il 2019 e 1% dal precedente 1,4% per il 2020). Al contempo anche le previsioni per la crescita economica nell’Eurozona sono state corrette leggermente al ribasso: all’1,1% per il 2019 (contro il precedente 1,2%) e all’1,2% per il 2020 (rispetto all’1,4% precedente). «L’economia fa fatica a riacquistare forza e l’outlook sta peggiorando più di quanto ci aspettassimo. Questa considerazione ha generato unanimità in seno al Consiglio direttivo sulle misure da prendere, fatta forse eccezione per il QE», ha commentato Draghi.

I mercati hanno accolto bene le misure implementate, che confermano un atteggiamento monetario accomodante. Persistono tuttavia alcune perplessità riguardo alle misure implementate.

«Siamo consapevoli degli effetti negativi di una politica monetaria estremamente accomodante, che peraltro stiamo monitorando», ha sottolineato Draghi. I tassi negativi infatti pesano sul risparmio privato, non necessariamente stimolano gli investimenti e sono un duro colpo per le banche (si calcola che fino ad oggi siano costati 24 miliardi di euro). «D’altra parte, secondo il nostro mandato dobbiamo perseguire la stabilità dei prezzi, non la salvezza del settore bancario».

Non manca neppure lo scetticismo sulla reale efficacia delle politiche monetarie messe in campo dalla banca centrale. Sia perché la trasmissione degli stimoli convenzionali e non all’economia reale sembra sempre più faticosa, sia perché durante il primo programma di QE, la BCE ha raggiunto in molti Paesi il limite autoimposto di debito acquistabile (33%) per ogni singolo Paese dell’Eurozona (dal 2015 alla fine del 2018, la BCE ha acquistato poco meno di 2.600 miliardi di euro di debiti sovrani, tra obbligazioni garantite, obbligazioni societarie e titoli garantiti da ipoteca). Ma Draghi risponde: «Non abbiamo discusso una fine temporale di questo secondo QE o un innalzamento del limite perché la BCE ha margine di manovra per procedere ad oltranza con gli acquisti. Inoltre gli interessi negativi hanno dimostrato di avere effetti molto positivi. Certo, la politica monetaria sarebbe molto più efficace se fosse accompagnata da politiche fiscali che fungano da stimolo per l’economia».

Quest’ultimo concetto in particolare è stato ribadito più volte dal presidente ieri davanti ai giornalisti. «È più che ora che le politiche fiscali diventino lo strumento principale per rilanciare l’economia. Se gli Stati implementassero le riforme che da tempo necessitano, anche le politiche monetarie della banca centrale sarebbero molto più efficaci, e una normalizzazione dei tassi potrebbe avvenire in tempi più rapidi». A maggior ragione visto che, i rischi di una recessione nell’Eurozona restano bassi, «ma sono aumentati».

Il presidente della BCE ha anche rimandato al mittente la pronta critica di Trump nei confronti delle misure della BCE, che hanno fatto indebolire l’euro contro il dollaro «danneggiando l’export USA». «Abbiamo un mandato a perseguire la stabilità dei prezzi e non abbiamo come obiettivo i tassi di cambio. Punto», ha commentato Draghi.

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