Schmolz+Bickenbach: la politica chiede aiuto dopo il «no» di Berna

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Il consiglio di stato di Lucerna chiede che l’azionista Martin Haefner possa iniettare 325 milioni di franchi per sanare il gruppo che versa in gravi difficoltà, beneficiando di un’eccezione alle regole borsistiche. A rischio ci sono 10.000 impieghi, di cui 800 in Svizzera. Ora la palla passa alla Finma

Schmolz+Bickenbach: la politica chiede aiuto dopo il «no» di Berna
La produzione di acciaio soffre per la crisi nel settore automobilistico © CdT/archivio

Schmolz+Bickenbach: la politica chiede aiuto dopo il «no» di Berna

La produzione di acciaio soffre per la crisi nel settore automobilistico © CdT/archivio

La politica scende in campo per salvare Schmolz+Bickenbach (S+B), gruppo siderurgico lucernese in gravi difficoltà. C’è chi è pronto a iniettare oltre 300 milioni, ma chiede di beneficiare di un’eccezione alle normali regole borsistiche. Da Berna è giunto un «nein» che nella Svizzera centrale viene ritenuto del tutto incomprensibile e provoca irritazione.

La società con sede a Lucerna e attiva a livello mondiale (10.000 impieghi, di cui 800 in Svizzera) sta lottando per la sua sopravvivenza: le difficoltà riscontrate nell’industria automobilistica hanno inciso pesantemente sugli ordinativi e la situazione finanziaria è rapidamente peggiorata.

«Nel terzo trimestre le attività sono crollate su vasta scala», aveva affermato due settimane or sono il presidente della direzione Clemens Iller. Nei mesi di luglio, agosto e settembre l’impresa ha subito una perdita di 420 milioni di euro (circa 462 milioni di franchi), a fronte di un fatturato di 670 milioni.

Per evitare il tracollo il grande azionista Martin Haefner vuole versare nel gruppo - quotato a Zurigo - 325 milioni di franchi, facendo in tal modo lievitare la sua quota al 37,5%. Salendo oltre un terzo il finanziere sarebbe però tenuto a presentare un’offerta pubblica (opa) di acquisto: ha chiesto di essere esonerato, una deroga che è prevista come eccezione dalle normative vigenti.

La Commissione delle opa (COPA) ritiene però che sussistano anche altre possibili misure di risanamento, senza superare il limite oltre il quale scatta l’obbligo di presentare un’offerta agli altri azionisti: un’eccezione quindi non si impone. L’azienda ha presentato ricorso contro questa decisione: spetterà quindi ora all’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari (Finma) decidere sulla questione.

Preoccupato per la situazione, il consiglio di stato lucernese ha scritto sia alla Finma, sia al capo del Dipartimento federale dell’economia Guy Parmelin. La priorità di tutti gli attori coinvolti deve essere quella di far giungere all’impresa i necessari mezzi finanziari, afferma l’esecutivo. Solo così facendo sarà possibile stabilizzare S+B e assicurare i posti di lavoro. Il margine di manovra a disposizione delle autorità deve essere sfruttato al massimo: sarebbe incomprensibile non farlo, ha fatto sapere ieri la cancelleria cantonale.

L’intervento del governo cantonale trova oggi il fuoco di appoggio di sette politici lucernesi a Berna, che in una lettera aperta parlano di una «decisione incomprensibile e al di là di qualunque logica industriale». I consiglieri agli Stati Damian Müller (PLR) e Andrea Gmür-Schönenberger (PPD), nonché i consiglieri nazionali Yvette Estermann (UDC), Franz Grüter (UDC), Albert Vitali (PLR), Ida Glanzmann (PPD) e Leo Müller (PPD) sostengono che se il provvedimento non sarà cambiato si rischia il fallimento dell’impresa e la perdita dei posti di lavoro.

A sostegno di S+B è intervenuta anche Swissmem, l’organizzazione padronale dell’industria delle macchine, elettrotecnica e metallurgica. In gioco, ha osservato l’associazione, ci sono non solo un’azienda tradizionale e migliaia di impieghi, bensì anche una miriade di piccoli azionisti che perderebbero il loro investimento.

S+B deve il suo nome agli imprenditori Arthur Schmolz e Oswald Bickenbach, che nel 1919 fondarono a Düsseldorf un’industria siderurgica. Attraverso acquisizioni - in particolare dell’elvetica Swiss Steel nel 2003, che era quotata in Borsa - è nato un gruppo oggi presente in oltre 30 paesi.

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