Battuta d’arresto per l’industria metalmeccanica ed elettrica

Confederazione

Nel periodo luglio-settembre le vendite sono crollate del 7,4% rispetto all’anno precedente mentre negli ultimi quindici mesi sono diminuite del 27%.

 Battuta d’arresto per l’industria metalmeccanica ed elettrica
© CdT/Archivio

Battuta d’arresto per l’industria metalmeccanica ed elettrica

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Come da aspettative, nel terzo trimestre di quest’anno l’industria metalmeccanica ed elettrica svizzera (MEM) ha registrato una pesante battuta d’arresto. Tra i mesi di luglio e settembre le vendite sono crollate del 7,4% rispetto all’anno precedente, mentre le nuove commesse sono scese del 14,7%. La tendenza al ribasso oramai prosegue da 5 trimestri consecutivi, sottolinea l’associazione di categoria Swissmem. Nei primi nove mesi, infatti, i nuovi ordinativi sono diminuiti del 13,2%, il fatturato del 3,7% e le esportazioni dell’1,4%. Addirittura, nel giro di quindici mesi il volume degli ordinativi ha visto una contrazione del 27%. A subire le maggiori pressioni, sono le aziende più attive nella lavorazione dei metalli, nell’ingegneria meccanica e nelle macchine tessili. Come ci conferma il presidente dell’Associazione delle industrie ticinesi (AITI) Fabio Regazzi, la situazione nel nostro cantone rispecchia il quadro nazionale.

Nubi sulla congiuntura

«Ciò che pesa maggiormente - ci spiega Regazzi, è il rallentamento della congiuntura internazionale che provoca un calo generale della domanda. Soprattutto nei Paesi dell’Eurozona, in particolare l’Italia e la Germania, che per noi rappresentano importanti mercati di esportazione».

Il crollo delle nuove commesse infatti è attribuibile quasi esclusivamente agli ordini provenienti dall’estero, che rappresentano circa l’80% del volume. In Asia il crollo delle esportazioni è stato del -3,5%, nell’UE (che pesa per un franco su due delle vendite del settore all’estero) dell’1,7%, mentre quelle verso gli Stati Uniti hanno invece proseguito la crescita (+4,1%).

«Ci sono poi altri fattori che non aiutano - prosegue Regazzi - come ad esempio la guerra dei dazi tra Cina e USA. L’instabilità politica poi è tra i peggiori nemici dell’economia: la si trova in varie regioni del mondo, dai Paesi sviluppati, ad esempio la vicina Italia, ai Paesi in via di sviluppo come in America Latina, per non parlare del Medio Oriente».

«La forza dell’export elvetico - nota Regazzi - sta nella qualità dei suoi prodotti e nella capacità di innovazione, il che consente di mantenere competitivi. Ma non siamo certo gli unici al mondo a fare bene le cose, la concorrenza aumenta e quindi avere una moneta forte è un peso. Al contempo, a dispetto dei toni poco lusinghieri con cui tante volte si parla dell’economia ticinese, con l’arrivo del franco forte nel 2015 le nostre aziende hanno mostrato una forte resilienza e una notevole capacità di adattamento, quindi mi auguro che anche in futuro sapremo confermare questa nostra forza».

I riflessi per l’occupazione

Il calo degli ordini e la contrazione del fatturato per il momento non ha intaccato l’occupazione nel settore a livello nazionale, che nel corso del primo semestre ha visto gli effettivi aumentare di 5.000 unità a 325.000 posti di lavoro. D’altra parte l’utilizzo della capacità produttiva delle aziende svizzere è in costante diminuzione (oggi all’83,7%): secondo Swissmem si tratta di un livello nettamente inferiore alla media a lungo termine (86,4%), ciò che non fa presagire bene per i posti di lavoro.

In Ticino invece l’industria MEM rappresenta 20.000 impieghi e 20 miliardi di franchi in termini di fatturato.

«Al momento - precisa Regazzi - salvo qualche situazione puntuale non notiamo una riduzione sistematica dei posti di lavoro». «Piuttosto - aggiunge - ricordo che l’orario di lavoro ridotto può essere uno strumento utile. È una misura che come imprenditore non si vorrebbe mai adottare, ma in caso di necessità può aiutare temporaneamente un’azienda prima di trovare una soluzione più duratura. Licenziare infatti ha costi ben maggiori, sia a livello sociale ma anche per l’impresa stessa che insieme alle persone perde anche le loro competenze».

Anche Swissmem lancia un appello alla politica affinché dia il suo contributo all’industria con condizioni quadro migliori, facendo riferimento al le restrizioni sull’orario ridotto in alcuni Cantoni. «È compito di Confederazione e Cantoni sostenere le aziende e salvaguardare i posti di lavoro con misure efficaci sul breve termine», ha dichiarato ieri il direttore Stefan Brupbacher.

Un futuro grigio

Secondo il barometro trimestrale pubblicato da Swissmechanic oltre il 70% delle piccole e medie imprese elvetiche nel settore dei macchinari, degli impianti elettrici e dei metalli considerano la situazione attuale «sfavorevole», ma non si attendono un deterioramento ancora più marcato per l’ultimo trimestre dell’anno. La ricerca, condotta dall’istituto di ricerca BAK Economics, attribuisce questa difficile situazione a fattori macroeconomici, facendo riferimento alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, alla Brexit e alla questione dell’accordo quadro tra Svizzera e UE. A ciò si aggiungono la pressione sul franco e l’indebolimento dell’economia europea.

«In effetti - conferma Regazzi - neanche per il prossimo anno ci sono i presupposti per un’inversione di tendenza significativa». E che contromisure possono prendere gli imprenditori? «Bisognerebbe essere un po’ anticiclici - conclude-. Se le prospettive sono cupe e il fatturato è in calo, è difficile che un’azienda investa, anche se paradossalmente sarebbe proprio il momento più necessario per farlo. L’unica possibilità è cercare nuovi sbocchi di mercato o diversificare a livello di prodotti, cioè trovare una risposta ad una situazione che spesso non dipende dall’azienda stessa. Purtroppo è più facile a dirsi che a farsi».

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