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In arrivo il verdetto di Bruxelles sulla questione dell’equivalenza borsistica

La commissione UE decide oggi se prolungare l’equivalenza riconosciuta alla Borsa svizzera - Berna è pronta con un «piano B»

In arrivo il verdetto di Bruxelles sulla questione dell’equivalenza borsistica

In arrivo il verdetto di Bruxelles sulla questione dell’equivalenza borsistica

Oggi potrebbe essere il giorno del giudizio per la Borsa valori elvetica. È infatti possibile una decisione della Commissione UE su un’eventuale proroga del riconoscimento dell’equivalenza, che Bruxelles ha sempre subordinato a progressi da parte svizzera sul piano dell’accordo quadro istituzionale. Il presidente della commissione Jean-Claude Juncker potrebbe discuterne con i colleghi dell’Esecutivo comunitario alla luce della lettera scritta la settimana scorsa dal Consiglio federale. Quest’ultimo aveva fatto notare che la ricerca di un accordo richiedeva tempo e aveva chiesto a Bruxelles precisazioni su tre punti controversi del testo negoziato: tutela dei salari, direttive sulla cittadinanza UE e aiuti di Stato. Sulla Borsa svizzera i nuvoloni avevano cominciato ad addensarsi già nel dicembre 2017: la Commissione europea aveva deciso di limitare il riconoscimento della sua equivalenza a un anno e di concedere un eventuale prolungamento subordinato ai progressi fatti nei negoziati sull’accordo quadro. Dopo la fine dei negoziati nel dicembre scorso l’UE aveva nuovamente prorogato l’equivalenza fino al 30 giugno di quest’anno. La decisione definitiva viene appunto presa oggi, così da dare tempo agli addetti ai lavori di prepararsi ad un’eventuale proroga.

La posta in gioco

L’equivalenza è indispensabile perché garantisce l’accesso illimitato da parte degli operatori alle piazze finanziarie europee. Con il riconoscimento da parte di Bruxelles gli investitori e le banche europee possono negoziare i titoli elvetici senza restrizioni nel mercato svizzero, cioè dove i volumi di transazione sono più alti e quindi c’è più liquidità. Infatti, quando ci sono più operatori che vogliono comprare o cedere un’azione, ad esempio della Nestlé, la differenza tra il prezzo di acquisto e vendita (spread) si abbassa. Di conseguenza il cliente finale beneficia di un prezzo migliore rispetto a quello che si ottiene in un mercato in cui invece si fa fatica a comprare o vendere, cioè in cui i volumi delle transazioni sono più bassi. Come aveva sottolineato già un anno fa il consigliere federale Ueli Maurer, senza riconoscimento dell’equivalenza la Borsa svizzera perderebbe il 70-80% delle transazioni. Si tratta di cifre importanti: lo scorso anno a Zurigo sono state negoziate azioni per un volume di 1.350 miliardi di franchi (la questione dell’equivalenza non riguarda le obbligazioni o i prodotti strutturati). Il SIX Swiss Exchange di Zurigo, lo ricordiamo, è la quarta Borsa più grande per capitalizzazione in Europa (dopo Euronext, Londra e Francoforte). Per difendere la piazza borsistica elvetica il Dipartimento delle finanze da mesi ha predisposto un «piano B» pronto a scattare il 1. luglio. In pratica, sfruttando un’eccezione prevista dallo stesso regolamento sui mercati finanziari europei, anche senza equivalenza gli investitori UE potranno comunque avere libero accesso al listino di Zurigo, previo ottenimento di una licenza concessa dalla Finma. È vero anche che col piano B i titoli delle società svizzere non possono comunque essere trattati sui listini europei. Tuttavia questi scambi riguardano il 3% dei volumi totali (e appena lo 0,5% senza considerare la Borsa di Londra), quindi il danno rimarrebbe circoscritto.

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