Per i futuri pensionati arrivano tempi duri

Previdenza

Secondo uno studio del Credit Suisse le rendite del primo e del secondo pilastro caleranno dal 57% dell’ultimo reddito nel 2010 al 46% nel 2025, per i redditi alti dal 51% al 37% - Schüpbach: «Molto probabilmente sarà necessario lavorare più a lungo»

Per i futuri pensionati arrivano tempi duri
Le persone arrivate alla fine del loro percorso professionale riceveranno meno soldi. © Archivio CdT

Per i futuri pensionati arrivano tempi duri

Le persone arrivate alla fine del loro percorso professionale riceveranno meno soldi. © Archivio CdT

Il futuro si prospetta difficile per i futuri pensionati svizzeri. Infatti, secondo uno studio del Credit Suisse pubblicato ieri, le rendite sono destinate a diminuire sensibilmente nei prossimi anni. Sommando quelle del primo e del secondo pilastro, passeranno dal 57% rispetto all’ultimo reddito stimato per il 2010 al 46% nel 2025, e nel caso dei redditi alti perfino dal 51% al 37%. «Senza un innalzamento dell’età di pensionamento - notano gli economisti dell’istituto - a lungo termine la sostenibilità della previdenza professionale non è garantita».

A pesare sul sistema previdenziale sono diversi fattori, fra cui primeggiano l’aumento dell’aspettativa di vita e il contesto dei bassi tassi d’interesse,

Per giunta, secondo il Credit Suisse, «l’evoluzione demografica riduce la capacità di rischio delle casse pensioni».

«Lo scenario che emerge dal nostro studio - spiega Jan Schüpbach, Senior Economist del Credit Suisse, coautore dello studio - è che le rendite in futuro scenderanno in modo significativo. Per il gruppo di lavoratori che appartiene al reddito medio ci sarà un calo delle rendite pari al 15%, per le persone con un reddito superiore la flessione sarà ancora maggiore».

Ci vuole una riforma

«A nostro avviso - continua - si dovrebbe adottare una serie di misure per assicurare una pensione sufficiente alle future generazioni: da una parte ridurre il tasso di conversione, dall’altra fare salire i contributi di dipendenti e datori di lavoro. Ma questo molto probabilmente non sarà sufficiente, e sarà necessario anche innalzare l’età di pensionamento. Non abbiamo fatto proposte concrete di cambiamenti, ma si tratta di capire in che misura le modifiche sono necessarie per assicurare la sostenibilità del sistema in futuro. Sicuramente, la soluzione sarà un mix di queste misure».

Mondo politico diviso

«A livello politico - precisa - in passato ci sono state molte difficoltà nel raggiungere un accordo per effettuare cambiamenti del sistema pensionistico. Sembra che ci sia la consapevolezza che ci vuole una riforma, ma non c’è accordo su quale adottare».

«Per i singoli lavoratori - conclude - sarebbe opportuno pensare a un rafforzamento della propria previdenza, che può essere effettuato attraverso un terzo pilastro, oppure aumentando i contributi al secondo pilastro».

Tornando allo studio, con gli imminenti pensionamenti della generazione del baby boom, sarà ancora più marcato il fenomeno attuale della ridistribuzione (vedi box a sinistra).

Pesano i tassi negativi

Preoccupa anche l’andamento dei tassi di interesse. Infatti sui mercati dei capitali la situazione non è destinata migliorare per le casse pensioni. Mentre prima del cambio di millennio nel patrimonio di previdenza convergevano, accanto a contributi dei dipendenti e dei datori di lavoro per il 54%, anche contributi di rendimento per il 46%, successivamente quest’ultima quota è diminuita, e a fine 2017 si attestava al 26%. In prospettiva la preoccupazione maggiore è tuttavia legata ai valori nominali: a fine agosto 2019 il rendimento alla scadenza dei titoli di Stato a 10 anni in franchi svizzeri era attorno al -1%.

«Pertanto - notano gli esperti del Credit Suisse - da tempo nell’asset allocation di molti istituti di previdenza trovano sempre meno posto le obbligazioni, sostituite da azioni e investimenti immobiliari. Si tratta di un’evoluzione che tuttavia in futuro potrebbe essere frenata dalla minore capacità di rischio. Infatti, per le dinamiche legate alla generazione del baby boom, aumenterà la quota di capitale di previdenza dei pensionati rispetto a quello degli assicurati attivi: oggi è circa del 45%, nel 2045 sarà di ben il 57%». Quindi, dato che i valori patrimoniali degli assicurati giovani possono essere investiti più a lungo termine di quelli dei più anziani, tendenzialmente l’orizzonte d’investimento delle casse pensioni diventa più breve.

Situazione gestibile

Le proiezioni mostrano tuttavia che gli effetti dell’evoluzione demografica sul mercato complessivo della previdenza professionale dovrebbero essere ancora gestibili. In media, anche in futuro la maggior parte delle casse pensioni dovrebbe disporre di sufficiente spazio di manovra per beneficiare di categorie d’investimento a maggior rendimento, come le azioni.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

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