UBS e Credit Suisse: una fusione in cui quasi nessuno crede

piazza finanziaria

Secondo la stampa svizzera e internazionale, la voce che riguarda un matrimonio fra le due grandi banche diffusa dal portale Inside Paradeplatz è poco credibile - In Borsa i titoli delle due grandi banche hanno già perso tutti i guadagni di ieri

UBS e Credit Suisse: una fusione in cui quasi nessuno crede
© KEYSTONE/Gaetan Bally

UBS e Credit Suisse: una fusione in cui quasi nessuno crede

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In una giornata di contrattazioni positive alla Borsa di Zurigo, oggi i titoli di UBS e Credit Suisse hanno perso praticamente tutti i guadagni di ieri. Lunedì mattina, le voci diffuse dal blog finanziario Inside Paradeplatz su una possibile fusione tra i due giganti bancari aveva infatti fatto lievitare le quotazioni delle due banche, rispettivamente del 2,6% per UBS e del 4% per Credit Suisse.

Da una parte il movimento in Borsa non stupisce. Entrambi gli istituti non hanno voluto commentare in alcun modo le speculazioni. I grossi azionisti raggiunti dai giornalisti si sono detti all’oscuro di un simile piano. La maggior parte delle testate elvetiche in generale si è detta scettica riguardo ad una possibile fusione, perché quasi tutte le argomentazioni portano ad essere contrari. A livello teorico infatti, il matrimonio tra due (grosse) aziende con modelli di business simili generalmente porta dei vantaggi, grazie alle sinergie di mercato e ai risparmi di costi che si possono ottenere. Nella pratica sono diversi gli argomenti secondo cui una simile transazione non vale la candela. Ad esempio un’unica banca, che avrebbe un bilancio complessivo teorico di 1,7 trilioni di franchi difficilmente sarebbe approvata dalle autorità. Dopo la crisi finanziaria del 2008 si cerca di evitare che gli istituti raggiungano dimensioni troppo grosse per poter fallire in caso di crisi. Non a caso la regolamentazione «Too big too fail» penalizza con costi del capitale che crescono più che proporzionalmente le banche con i bilanci maggiori.

C’è poi l’aspetto delle sinergie: la maggior parte deriverebbe dall’eliminazione di costi doppi, con licenziamenti teorici di 15.000 collaboratori. Ma nulla cambierebbe per quanto riguarda la grandezza dei mercati. Anzi ci sarebbe il rischio di subire un forte deflusso di asset, visto che molti clienti facoltosi, seguendo il principio di non mettere tutte le uova nello stesso paniere, hanno un conto presso entrambi gli istituti. Solo la stampa americana dà una chance all’idea, con l’argomentazione che una fusione aiuterebbe la nuova banca a crescere negli USA. Senza però considerare che l’aver voluto crescere troppo negli Stati Uniti dieci anni fa ha portato UBS sull’orlo del fallimento.

C’è poi chi accusa Axel Weber, il presidente del CdA di UBS e che secondo Inside Paradeplatz sarebbe il deus ex machina dell’operazione, di perseguire soltanto un gioco di ego. Avrebbe minacciato la Finma di spostare la sede di UBS in Germania in caso di opposizione alla fusione.

Al di là di quelle che sono finora solo speculazioni (sia le due banche sia la Finma hanno risposto con un «no comment»), resta da chiedersi cosa succede quando delle speculazioni finanziarie fanno il giro del mondo e riescono a movimentare i titoli di una società come accaduto lunedì. La Finma, da noi contattata, non fornisce commenti sulle sue attività di indagine. In termini generali tuttavia, giornalmente vengono effettuati dei controlli elettronici sulle migliaia di contrattazioni che avvengono in Borsa, assieme all’organo di controllo della Borsa Svizzera. I casi di anomalia nelle contrattazioni che potrebbero essere ricondotti a manipolazioni di mercato vengono segnalati alla Finma, la quale, se lo ritiene necessario, apre un’indagine.

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