USA e Cina fanno un passo verso la pace commerciale

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Firmato un accordo tra Washington e Pechino per una tregua nella guerra dei dazi tra i due Paesi - Ma i balzelli introdotti nel 2018 restano in vigore almeno fino alle presidenziali

 USA e Cina fanno un passo verso la pace commerciale
Il presidente USA Donald Trump e il vice primo ministro cinese Liu He. ©vucci/ap photo

USA e Cina fanno un passo verso la pace commerciale

Il presidente USA Donald Trump e il vice primo ministro cinese Liu He. ©vucci/ap photo

Una prima tregua, seppur di portata relativa. È così che analisti e mercati hanno salutato ieri la firma dell’accordo commerciale preliminare tra Stati Uniti e Cina (Fase 1), al termine di tre giorni di «serrata comunicazione» a Washington, tra i negoziatori americani e la delegazione cinese guidata dal vice primo ministro Liu He.

L’accordo vero e proprio (Fase 2) arriverà infatti dopo le presidenziali statunitensi del prossimo novembre, come ha confermato lo stesso Donald Trump.

Il testo dell’accordo non è stato pubblicato. Ciò che è trapelato, è che i due Paesi si impegnano innanzitutto a non imporre nuovi dazi punitivi. Gli USA hanno eliminato dal tavolo le tariffe del 15% per prodotti cinesi del valore di quasi 160 miliardi di dollari ( a cui Pechino era intenzionato a rispondere con dazi su 3.300 prodotti made in USA) che erano state minacciate lo scorso autunno. Inoltre sono stati dimezzati al 7,5% i balzelli su altri 120 miliardi di prodotti cinesi. Tuttavia, restano in vigore i dazi del 25% per un valore di 250 miliardi di dollari introdotti nel 2018. Delle misure beneficiano vari settori, ad esempio elettronica, giochi, abbigliamento ma anche alimentari e agricoltura.

Da parte sua, la Cina si impegna ad importare beni dagli Stati Uniti nel settore manifatturiero, dei servizi, dell’agricoltura per i prossimi due anni per oltre il doppio di quanto fatto nel 2017: da 186 miliardi di dollari, gli acquisti dovrebbero schizzare a 386 miliardi.

Meno incertezze per i mercati

«È un primo passo positivo - spiega GianLuigi Mandruzzato, senior economist della EFG Asset Management - perchè riduce un elemento di incertezza per le aziende, uno dei grandi problemi per il 2019 e in parte per il 2018. Secondo una lettura politica, la tempistica di questa firma non è sorprendente. Della tregua commerciale beneficiano infatti sezioni importanti dell’elettorato di Donald Trump, come i produttori di soia, che avranno così il tempo di vedere gli affari migliorare prima delle elezioni di novembre. Ma c’è anche una lettura economica: per la prima volta dal 2009 lo scorso anno si è avuto un rallentamento del commercio internazionale in termini di volumi e in più l’economia americana risente dei maggiori costi per famiglie e imprese dovuti ai dazi sulle importazioni».

Ci sono due elementi che generano tuttavia alcune perplessità. Il primo è la quantità di acquisti supplementari promessi dalla Cina. «È improbabile che Pechino raddoppi le importazioni dagli USA rispetto a due anni fa. Lo potrebbe fare solo a discapito dei suoi approvvigionamenti in altri mercati; più probabilmente, importerà meno beni made in USA di quanto indicato nell’accordo», spiega Mandruzzato.

Il secondo, è il fatto che la Fase 1 non ha affrontato i temi che avevano provocato in origine la guerra dei dazi rimandandoli alla Fase 2, cioè dopo le elezioni di novembre. Ad esempio la protezione dei brevetti, i trasferimenti forzati di tecnologia e di know-how specifico, la sicurezza informatica o le barriere sui mercati finanziari. «È un risultato storico, raddrizziamo gli errori del passato», ha esultato ieri Trump. Tuttavia il fuoco è latente, come dimostra il fatto che martedì, appena prima di firmare la tregua con Pechino, gli Stati Uniti, assieme a EU e Giappone hanno raggiunto un accordo per proteggere il commercio internazionale dai sussidi che distorcono gli scambi globali, con chiaro riferimento alla Cina. ««La sensazione - conclude Mandruzzato - è che questa sia una tregua e che le trattative, o forse le schermaglie, possano ricominciare dopo le elezioni presidenziali di novembre, indipendentemente dal loro esito. Si tratta infatti di un tema di interesse nazionale sia negli Stati Uniti sia in altri Paesi, inclusa l’Europa».

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