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Artiste donne verso
l’autocoscienza

Artiste donne verso <br />l’autocoscienza
Il cosiddetto «Art World» soffre ancora di grandi disparità, non solo finanziarie ma anche di status

Artiste donne verso
l’autocoscienza

Il cosiddetto «Art World» soffre ancora di grandi disparità, non solo finanziarie ma anche di status

Nel 1971, lo stesso anno in cui le donne svizzere ottenevano il diritto di voto e di eleggibilità a livello federale, sulle pagine di ArtNews la storica dell’arte Linda Nochlin pubblicò «Why There Have Been No Great Women Artists?» (Perché non ci sono state grandi artiste?). A cinquant’anni di distanza, la tesi proposta nel saggio di Linda Nochlin rimane di grande attualità: il talento, educato attraverso lo studio e la pratica, può fiorire solo all’interno di un contesto sociale che offra esperienze e opportunità di crescita.

Lo dicono i numeri: anche se crescono le donne che sono project manager di musei e manifestazioni culturali, editrici e responsabili delle Risorse Umane o artist liaison, il cosiddetto Art World soffre ancora di grandi disparità, non solo finanziarie ma anche di status: le opere delle artiste continuano a essere ampiamente meno considerate, esposte, pubblicizzate e collezionate di quelle degli uomini.

L’inchiesta di Maura Reilly del 2015, dal titolo «Taking the Measure of Sexism: Facts, Figures and Fixes» evidenzia, ad esempio, che tra il 2007 e il 2014 la presenza delle artiste con mostre personali nelle istituzioni più note al mondo si aggirava tra il 20 e il 30 per cento. In Svizzera, solo il 26% delle opere esposte tra il 2008 e il 2018 erano di donne e nella vicina Italia la presenza femminile nelle mostre monografiche del 2016 si fermava addirittura al 19 per cento.

A fronte di questi dati, può essere utile imporre quote rosa oppure inquadrare la professione dell’artista donna in statuti o regolamenti volti alla sua legittimazione da un punto di vista legislativo, organizzativo, tributario e fiscale. E c’è chi, come Rosanna D’Ortona, fotografa autodidatta di origini italiane che vive e lavora a Colonia, auspica una specie di associazione che riesca a finanziare le esigenze delle donne impegnate nel settore artistico.

Liliana Heimberg, pedagoga di teatro, regista svizzera e responsabile artistica del progetto Hommage, Omaggio, Omagi 2021
Liliana Heimberg, pedagoga di teatro, regista svizzera e responsabile artistica del progetto Hommage, Omaggio, Omagi 2021

Ma ancor più necessario è smettere di pensare al sistema d’arte contrapponendo le produzioni maschili a quelle femminili. Secondo Liliana Heimberg, pedagoga di teatro, regista svizzera e responsabile artistica del progetto Hommage, Omaggio, Omagi 2021: «per rinforzare l’inclusione è necessario un cambio del paradigma culturale». In un mondo che si organizza ancora a partire da una gerarchia – implicita – maschile e nella quale le donne devono continuare ad affermarsi per essere adeguatamente considerate, serve un’azione profonda di «sensibilizzazione del pubblico e prima ancora delle donne stesse, che spesso sono le prime a non credere nelle proprie potenzialità.»

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