Cervello

Come funzionano
i ricordi dei bambini

Come funzionano <br />i ricordi dei bambini
Dal semplice riconoscimento alla capacità di rievocare i momenti vissuti: ecco come nasce la memoria infantile.

Come funzionano
i ricordi dei bambini

Dal semplice riconoscimento alla capacità di rievocare i momenti vissuti: ecco come nasce la memoria infantile.

L’attività del ricordare cambia con l’età, conoscendo mutamenti e consolidamenti, picchi e cali. Questa capacità, così importante nella vita di tutti i giorni, si evolve già da piccoli, per questo è affascinante osservarne lo sviluppo da dopo la nascita. La prima memoria che si costituisce nel cervello di un neonato è quella chiamata del «riconoscimento». Attorno ai cinque-sei mesi il bambino è già in grado di riconoscere un oggetto visto in precedenza, ma non è ancora capace di rievocarlo autonomamente. In poche parole, quando questo non è presente il bimbo non si ricorda che esiste. Tra gli otto e i dodici mesi questa forma di memoria si consolida. Tra i test che lo testimoniano, ce ne è uno facilmente replicabile anche a casa: il gioco dei due panni. Nascondendo un giocattolo sotto uno dei due tessuti, si conta quanto tempo impiega il piccolo a ricordarsi dov’è l’oggetto. Attorno all’anno di età quasi tutti i neonati sono in grado di impiegare pochi secondi per ritrovare il gioco celato dal panno. I bambini di diciotto mesi, stando ad un’analisi condotta dallo psicologo americano Jerome Kagan, anche dopo un arco temporale più lungo riescono a non sbagliare e a recuperare il giocattolo.

Accanto alla «memoria di riconoscimento» cresce in parallelo quella chiamata «del lavoro». In sostanza, quando tratteniamo a mente per qualche secondo un numero di telefono prima di segnarlo, stiamo utilizzando una tipologia di memorizzazione che fa la sua comparsa già nei primi mesi di vita. Ad un anno di età si è in grado di ricordare un’esperienza passata per dedurne una presente o futura. I bambini sanno, ad esempio, perfettamente che, quando uno dei genitori è ai fornelli, significa che la pappa è in preparazione perché ricordano di aver già visto accadere la scena nei giorni precedenti.

La «memoria di rievocazione», che ha uno sviluppo a lungo termine, permette ai neonati di mettere in relazione un fatto già assodato con uno nuovo, anche quando si discosta dal precedente. Non è un caso, infatti, che di fronte a un adulto sconosciuto, i bambini negli ultimi mesi del primo anno di vita reagiscano con diffidenza o, addirittura, con crisi pianto. Confrontando il viso sconosciuto con quello noto dei genitori, i piccoli notano le differenze e questo crea in loro incertezza e paura. Ciò non si verificava all’inizio, quando i neonati non disponevano ancora della memoria a lungo termine e si lasciavano prendere in braccio da chiunque senza reagire. Gli psicologi infantili propendono per l’ipotesi che l’acquisizione di queste competenze mnemoniche, tappa di sviluppo temporalmente piuttosto omogenea, sia da ricercare nelle trasformazioni strutturali del sistema nervoso centrale, sia per quanto riguarda la corteccia frontale, sede privilegiata della memoria rievocativa, sia a livello di ippocampo, dove i ricordi vengono assemblati nei loro aspetti visivi, uditivi e tattili. Sono abilità, quelle che afferiscono alla memoria, legate ma non determinate solamente dallo sviluppo dei canali sensoriali. Costruire un ricordo, con le conseguenze che questa azione ha nell’instaurarsi dei rapporti affettivi, dipende soprattutto dalla capacità di evocare e confrontare le informazioni archiviate con i nuovi stimoli. In sintesi: apprendere con tutte le ampie implicazioni che questo sottintende.

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