La ricerca

Dire è pensare:
lo rivela la scienza

Dire è pensare: <br />lo rivela la scienza
Un recente studio mostra il legame tra lingua madre e il nostro agire morale

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Un recente studio mostra il legame tra lingua madre e il nostro agire morale

Se aveste la possibilità di salvare cinque vite spingendo una persona sotto un treno in arrivo, cosa fareste? Questa domanda, di natura morale, è stata rivolta a 700 persone che hanno preso parte a uno studio condotto qualche anno fa dall’Università di Chicago e pubblicato sulla rivista Cognition. A metà dei soggetti partecipanti allo studio è stata posta la domanda nella propria lingua madre, mentre alla seconda metà in inglese, lingua appresa successivamente nei percorsi scolastici. I risultati hanno dimostrato che era più facile rispondere con minor remore morali (e salvare cinque vite sacrificandone una) se il quesito era posto in una lingua altra da quella madre.

Secondo gli scienziati che hanno condotto la ricerca, la risposta va cercata nel nostro rapporto con le lingue straniere, che danno origine a immagini mentali meno vivide rispetto alla lingua madre. «Le lingue che usiamo non sono semplicemente veicoli intercambiabili per la trasmissione di idee», spiega la psicologa cognitiva Sayuri Hayakawa, co-autore dello studio citato. «Piuttosto, il linguaggio stesso può cambiare il modo in cui pensiamo e sentiamo queste idee».

Il punto di partenza è la distinzione tra acquisizione e apprendimento, proposta dal linguista Krashen, padre della glottodidattica umanistico-affettiva. Secondo Krashen a essere acquisita è la lingua madre, che viene fissata permanentemente, mentre le lingue apprese successivamente, seppur fissate a lungo termine, sono apprese, perché mancano di coinvolgimento, profondo ed emozionale. Studi successivi nel capo delle neuroscienze hanno approfondito come la lingua appresa da bambini venga infatti immagazzinata in un’area particolare del cervello, la quale non è solo quella dove si fissano le abilità di base che permangono «per» tutta la vita, ma anche l’etica, mentre ogni lingua che si impara successivamente viene «registrata» ma senza essere caricata da significati emotivi. Per questo, «un idioma che non sia appreso dalla nascita è meno influenzato dalle emozioni perché mentre lo si parla si deve esercitare un controllo cognitivo maggiore per spegnere la madrelingua, che resta il vettore della morale, dell’etica, dei sentimenti», ha spiegato Jubin Abutalebi, neurologo cognitivista e docente di neuropsicologia dell’Università San Raffaele di Milano.

Gli scenari etici di queste ricerche e considerazioni sono oggetto di approfondimenti in corso. Certamente schiudono importanti risvolti per quanto riguarda il ruolo dei genitori, che, proprio anche attraverso la lingua che parlano, influenzano (per quanto inconsapevolmente) la concezione etica che il bambino potrà sviluppare in età adulta.

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