L’intervista

Il Natale? Meraviglia
tinteggiata di poesia

Il Natale? Meraviglia <br />tinteggiata di poesia
Nella composizione, il ritratto di Fabio Merlini

Il Natale? Meraviglia
tinteggiata di poesia

Nella composizione, il ritratto di Fabio Merlini

Il significato classico, originale, della filosofia è «destare amore, felicità e meraviglia» (per Platone la filosofia deve renderci felici e l’approfondimento della conoscenza deve portare amore; per Aristotele gli uomini hanno cominciato a «filosofare a causa della meraviglia»).

Professor Merlini, detto così il grado di parentela tra filosofia e Natale è più che certificato. O no?
«Dobbiamo però tenere presente che lo stupore della filosofia ha piuttosto a che vedere con una frizione rispetto al corso del mondo e delle vicissitudini umane, capace di far sorgere la domanda sul perché delle cose. Una domanda che si impone laddove qualcosa non sembra più funzionare come prima, oppure quando la percezione di qualcosa si altera, proprio come quando capita di dire “non mi ci riconosco più”. Mentre se tutto va bene o tutto rientra nella normalità, il “perché” tende a rimanere nell’ombra per lasciar spazio ad altre considerazioni. Lo stupore del Natale, se penso alla mia infanzia, è invece legato a una meraviglia tinta di poesia: la scena di un incantamento capace di fare uscire la quotidianità dal suo trantran. Non però per interrogarla, ma per esserne rapito. Se ritorno con il ricordo a quel tempo, direi che la forza incantatoria aveva piuttosto a che vedere con l’esperienza del mistero. Come se la realtà di tutti i giorni custodisse un segreto di bellezza e di gioia, forse addirittura legato a una promessa di felicità, che la Vigilia di Natale metteva finalmente allo scoperto. È forse proprio in quei momenti che l’idea dell’utopia quale destino possibile per gli uomini, mi si affacciò per la prima volta. Ma si badi bene, non per il significato del messaggio cristiano, che allora mi sfuggiva completamente, proprio solo per l’intensa emozione di gioia che la scenografia del Natale (l’albero addobbato, l’oscurità degli ambienti rischiarati debolmente dalla luce delle candele, i regali) riusciva a procurarmi. Come avrebbe detto Adorno, chi ha avuto il privilegio di poter vivere nell’infanzia l’esperienza della gioia, che è prima di tutto la percezione di una profonda pace con se stessi, non dovrebbe poi avere difficoltà a credere in, e si spera anche a combattere per, un mondo capace di universalizzare giustizia e benessere. Esiste anche una fede laica».

Grazie ad una consolidata scenografia, il Natale suscita ancora e sempre stupore e meraviglia, non solo tra i più piccoli
Grazie ad una consolidata scenografia, il Natale suscita ancora e sempre stupore e meraviglia, non solo tra i più piccoli

Storicamente, il Natale deriva da una festa pagana, celebrata per rendere omaggio al sole, al solstizio d’inverno che coincideva con la rinascita, il ritorno della luce. È forse per questo che la festività è stata accettata e viene celebrata anche dai non credenti, almeno nel mondo cristiano?
«Molte feste cristiane si innestano su feste e ritualità pagane, facendone una rilettura secondo un nuovo quadro di riferimento. Anche in questo caso, mondo cristiano e mondo antico si ritrovano su una linea che mostra molta più continuità di quanto non si sia sempre disposti a riconoscere. Il Natale è certamente un inno alla luce, in senso tanto metaforico quanto letterale. Una luce pensata per emendare le zone d’ombra e di oscurità alle quali siamo confrontati. Il suo successo è però anche determinato da quella che è una pratica antichissima, in cui viene sospesa la logica quotidiana dello scambio commerciale per mettere in primo piano una certa gratuità del dono. Prima che tutto ciò fosse fagocitato dal consumismo delle nostre società bulimiche, il dono è stato un vettore di coesione sociale, di affermazione della fiducia reciproca, ma anche un istituto capace di creare aspettative, e quindi obblighi, tra gruppi sociali diversi. In ogni caso, si tratta di un potente collante in grado di stemperare le inevitabili tensioni della vita in comunità e tra le comunità.

Il dono è stato un vettore di coesione sociale, di affermazione della fiducia reciproca, ma anche un istituto capace di creare aspettative, e quindi obblighi, tra gruppi sociali diversi»

Ancora oggi?
«Siamo certamente lontani da questa logica. Sta di fatto però che qualcosa di essa continua a rivivere in quella ritualità, talvolta sforzata, talaltra invece sincera e autentica, che è lo scambio dei doni natalizi. Che poi, il più delle volte, si arrivi all’ultimo momento ad acquistarli, aggiungendo stress a stress, dipende soprattutto dal modo in cui sono organizzate oggi le nostre vite. Detto questo, rimane il fatto che il Natale è la festa familiare per eccellenza, l’occasione di una ritrovata unità, dove lo scambio dei regali mette in scena idealmente lo scambio degli affetti. Qui risiede però anche la ragione per cui il periodo natalizio, con la sua retorica iconografica e le sue attese, può essere così dolorosa per chi è solo; per chi lo è rimasto; per chi non può più riconoscersi in una famiglia unita. È il lato oscuro di questa festività luminosa: proprio quella narrazione che, almeno per un giorno, vorrebbe tutti felici e in armonia, può farti sentire inadeguato. Per come lo festeggiamo, il Natale può mostrare anche un volto impietoso».

Il Natale abbonda di valori simbolici. La nostra società quanto è ancora in grado di riconoscerli e quanto, per contro, ha perso contatto con questi valori, banalizzati nel loro uso attuale, divenuti rito consuetudinario nell’ambito di una celebrazione vieppiù assurta a mera espressione del consumismo?
«Senza voler generalizzare, direi che i valori simbolici del Natale, come in generale anche delle altre feste cristiane, sono andati in gran parte smarriti. Non perché non vi sia chi si impegni a farli rivivere o a trasmetterli, ma perché è la funzione stessa del simbolo che le nostre società non riescono più a mantenere viva: siamo per così dire in un altro ordine del mondo; in un altro disegno del senso. È il nostro rapporto con il tempo e lo spazio a non essere più funzionale all’idea secondo cui esistono realtà capaci di manifestare una trascendenza tanto separata quanto compenetrata con la nostra inaggirabile immanenza. Tuttavia, lo ripeto, nella magia del Natale qualcosa della logica del simbolo rimane in vita, qualcosa che stabilisce legami, rinvii, analogie sottili tra ciò che si vede e ciò che non si vede, tra finito e infinito. È forse questa una delle ragioni per cui i bambini desiderano tenersi ben stretta questa magia. Così, anche una volta scoperta la reale identità dei registi della festa natalizia (i genitori), dopo essersi arrabbiati moltissimo con chi ha rivelato loro l’arcano (solitamente un compagno di scuola), fingono comunque con tutte le loro forze di non sapere. Ed è un comportamento saggio, poiché mantiene in vita una ricchezza dell’esperienza, una duplicità del reale che con l’età tenderà a scomparire».

Il Natale è la festa famigliare per eccellenza, l’occasione per ritrovare unità, ma può essere anche un momento doloroso per chi è solo. È il lato oscuro di questa festività luminosa»

Questo, di un disgraziato anno 2020 turbato e reso funesto dal coronavirus, potrebbe essere un Natale diverso dal solito? Se sì, in quale maniera?
«Potrebbe esserlo, se non sarà possibile unirci ai nostri familiari, come è accaduto a Pasqua. E lo sarà sicuramente per chi non avrà alcun motivo di festeggiare, per aver perso un proprio caro o in ragione degli effetti economici delle restrizioni. Non so se il messaggio cristiano della Natività sarà di conforto. So però che ci troviamo dinanzi a una narrazione potente che, da laico, leggo come uno fra i grandi miti che raccontano la forza dell’amore. Nella Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi è possibile ammirare una natività di Giotto di una bellezza stupefacente. Se noi riuscissimo a guardare gli altri e il mondo che ci ospita con la stessa pietà con cui l’asino e il bue guardano Gesù, con quei loro occhi pieni di compassione, di una umanità disarmante e tenerissima, molte cose cambierebbero nel nostro modo di valorizzare la vita, di dare senso alle nostre esistenze e alle nostre relazioni. Dobbiamo finalmente capire che o ci lasciamo definitivamente alle spalle le logiche socialmente sperequative e compromissive degli ecosistemi con cui negli ultimi decenni abbiamo accumulato ricchezza concentrandole in pochissime mani, minando intenzionalmente i legami di solidarietà; oppure la nostra civiltà sarà destinata a scomparire».

Il «nostro» Natale, in una società sempre più multi culturale, è destinato a diventare anche il Natale degli altri, che provengono da culture e religioni diverse e vivono nel nostro Paese? È una festa che saprà unire o pensa piuttosto possa invece dividere?
«Non penso sia saggio pretendere che il Natale diventi una festa di tutti. L’importante, però, è che non sia l’occasione per reazioni aggressive, dogmatiche e intolleranti che dividano le nostre società sempre più multi etniche. Quando parlo della Natività come di un mito che esalta la creatività umana, come le grandi opere sacre nel campo della pittura e della musica (cosa sarebbe infatti Dio senza le Cantate, le Passioni o le Messe di Bach?), alludo proprio a una espressione che, appunto come tutte le narrazioni mitiche, dovrebbe essere intesa per il suo insegnamento e non per la sua esclusività. Poiché insistere su quest’ultimo punto conduce direttamente al dogmatismo. Mentre è importante capire che l’umanità, nelle sue manifestazioni più alte, afferma le stesse verità con linguaggi diversi. Per questo, i miti continuano sempre ancora a parlarci, indipendentemente dalla loro provenienza».

Come vivrà personalmente questo Natale? E cosa si augura, per sé e la nostra società?
«Come sempre, cercando di far risuonare in me quell’incanto dell’infanzia che allude a un mondo pacificato come promessa di un mondo migliore: non chissà quando, ma appena possibile. L’augurio è che ciò che di meglio siamo riusciti e riusciamo ad esprimere durante questa pandemia ci aiuti a capire che una società fondata sulla cura dei più fragili, sulla reciprocità e la solidarietà non è una chimera: abbiamo le risorse per impegnarci in questo senso. Sostenere, al contrario, che il contesto internazionale non è ancora maturo, che non possiamo essere i primi a dare il buon esempio, poiché altri ne approfitterebbero indebolendoci, è un errore che pagheremo tutti molto caro».

La scheda

Il Natale? Meraviglia <br />tinteggiata di poesia
Tanto insegnamento
e tante pubblicazioni

Biografia breve
Nato a Minusio, Fabio Merlini è il direttore regionale dell’ Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale IUFFP della Svizzera Italiana, che ha sede a Lugano.
Ha insegnato all’Università di Losanna e ha tenuto regolarmente seminari presso l’École Normale Supérieure di Parigi. Tra i suoi libri: La comunicazione interrotta. Etica
e politica nel tempo della «rete» (2003); L’efficienza insignificante. Saggio sul disorientamento (2009); Ubicumque. Saggio sul tempo e lo spazio della mobilitazione (2015); Filo di perle. Poesie liriche in tre tempi (2015); L’estetica triste. Saggio sull’inospitalità del mondo (2019).
Tra le sue molteplici attività, dal 2010 anche la presidenza della Fondazione Eranos di Ascona.

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