Educazione

La tecnologia
nelle scuole ticinesi

La tecnologia <br />nelle scuole ticinesi
Nel caso della tecnologia in relazione alla didattica e all’educazione le domande sono molte, le premesse per una collaborazione proficua sono buone, ma occorre avere le idee chiare per iniziare questo percorso.

La tecnologia
nelle scuole ticinesi

Nel caso della tecnologia in relazione alla didattica e all’educazione le domande sono molte, le premesse per una collaborazione proficua sono buone, ma occorre avere le idee chiare per iniziare questo percorso.

Fino a che punto uno strumento assolve il suo compito di essere a servizio di qualcosa e quando invece ingloba i suoi utenti? Nel caso della tecnologia in relazione alla didattica e all’educazione le domande sono molte, le premesse per una collaborazione proficua sono buone, ma occorre avere le idee chiare per iniziare questo percorso. Di sicuro le ha molto chiare Luca Botturi, professore in Media in educazione presso la SUPSI, che traccia un quadro dei vantaggi e dei rischi del digitale. «La prima cosa di cui dobbiamo renderci conto è che la tecnologia è di fatto già parte della didattica della scuola e per un motivo molto semplice: gli allievi portano in classe la loro esperienza, permeata di tecnologia. Non significa che sappiano già usare gli strumenti digitali (per questo non mi piace il termine nativi digitali), ma da quando sono nati li danno per scontati. La tecnologia quindi entra nella scuola a due livelli: come strumento per facilitare l’apprendimento e come tema essa stessa, ovvero si insegna ai ragazzi a capire e ad usare la tecnologia» In molte aule troviamo schermi interattivi multimediali: grandi schermi che si possono usare sia come lavagne (ma salvando il lavoro fatto) sia per navigare su internet o proiettare video. Oppure ci sono strumenti per creare esercizi interattivi. «Alle scuole elementari si possono creare dei memory, contare, fare misure o risolvere mini problemi che forniscono agli allievi un riscontro immediato. Spesso gli insegnanti creano postazioni con attività digitali e postazioni con attività classiche, facendo ruotare i ragazzi e integrando così gli strumenti in maniera naturale» prosegue il professore.

Luca Botturi, professore in Media in educazione presso la SUPSI
Luca Botturi, professore in Media in educazione presso la SUPSI

Le scuole ticinesi sono digitalizzate? A questo ci sta pensando il CERDD, Centro di Risorse Didattiche e Digitali, nato nel 2015 con il compito di integrare il digitale nella formazione ed educazione nelle scuole cantonali del Ticino e in parte nelle scuole comunali. «Nel 2019 è stato approvato dal Parlamento un masterplan per la digitalizzazione delle scuole cantonali, quindi medie, licei e formazione professionale, con un budget di 47 milioni di franchi. Quest’estate abbiamo digitalizzato 10 sedi, la prossima estate ci occuperemo di altre 17 scuole e da programma nel giro di tre o quattro anni saranno completamente digitalizzate tutte le 65 sedi delle scuole cantonali ticinesi» racconta Daniele Parenti, direttore del CERDD, organo interno al DECS. «In termini pratici digitalizzare una scuola significa che c’è wi-fi in tutto l’istituto, ogni aula è dotata di almeno un PC, sul piano c’è una stampante multifunzione, in ogni classe è presente una lavagna interattiva e la scuola è dotata di carelli con 30 computer ibridi (che possono essere utilizzati anche come tablet) e che il docente su prenotazione può portare in aula. Si crea un ecosistema digitale, fatto anche di piattaforme virtuali (come Moodle e MS Teams), ovvero l’insieme delle risorse digitali che permettono di integrare la tecnologia in modo completo nell’itinerario didattico». Come ci tiene a precisare Daniele Parenti, la tecnologia è trasversale, anche il docente di italiano può prenotare il carello con i portatili. «Ad esempio è molto utile quando un docente di italiano fa con i suoi allievi Information Literacy, ovvero educa i ragazzi a fare ricerche in internet, un mondo selvaggio con le sue insidie, imparando a valutare quali fonti sono attendibili e quali no».

Capire di chi fidarsi online è fondamentale per i ragazzi e la scuola può giocare un ruolo da protagonista. «La scuola è il contesto in cui i ragazzi possono vivere la tecnologia mediata dal docente – prosegue Luca Botturi – e utilizzandola durante le attività di apprendimento non diventa alienante, come invece purtroppo spesso accade nel tempo libero. Per evitare questo problema un buon inizio è non esporre agli schermi i bambini prima dei tre anni, poi si può fare un uso accompagnato degli strumenti tecnologici, senza rete, fino agli otto anni. In seguito si può introdurre l’uso della rete, ma sempre con supervisione, e sconsiglierei un uso autonomo della rete prima dei tredici anni. Allo stesso modo un dispositivo a uso personale non dovrebbe comparire prima della fine delle scuole medie, per gli account social meglio aspettare i sedici anni, come indicato anche dalla legge». Quando la tecnologia è dannosa? «La tecnologia è dannosa se non è usata per un fine, ma per riempire un tempo morto. Molti ragazzi navigano sui social network perché si annoiano, ma questo comportamento snatura la tecnologia, nata per realizzare progetti, e se la usi per ammazzare il tempo la tecnologia ti mangia» asserisce il professore della SUPSI.

Daniele Parenti, direttore del CERDD
Daniele Parenti, direttore del CERDD

Il CERDD lavora anche per aiutare il DECS a definire le politiche scolastiche per l’integrazione della tecnologia nella didattica, come racconta il direttore Daniele Parenti. «Il piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese è in fase di revisione e noi, con un gruppo di lavoro dipartimentale, ci stiamo occupando della dimensione legata alle tecnologie e ai media per definire le competenze digitali da raggiungere durante la scuola dell’obbligo. Un altro aspetto molto importante è la definizione dei protocolli per l’uso di cellulari e smartphone il classe. In linea generale siamo a favore di un uso consapevole delle tecnologie, se vietiamo il telefonino a scuola impediamo alla scuola stessa di lavorare su una dimensione che oggi fa comunque parte della vita dei ragazzi. L’importante è che del cellulare se ne faccia un uso didattico accompagnato dai docenti. Ci teniamo a precisare che noi non siamo dei tecno-entusiasti ma ci concentriamo sugli aspetti educativi che la scuola deve portare avanti».

Oltre ad occuparsi della digitalizzazione delle scuole e di lavorare per la definizione di una politica scolastica per l’integrazione della tecnologia nella formazione e nell’educazione, il CERDD si occupa anche di formazione sempre nell’ambito del digitale, che porta avanti in collaborazione con diversi partner, di docenti e allievi per integrare la tecnologia nell’insegnamento, educando a un uso consapevole. All’interno di questo progetto si inseriscono i laboratori di artigianato digitale (LAD) presenti a Mendrisio e Bellinzona. «I LAD esprimono il nostro modo di intendere il digitale: gli attrezzi classici dell’artigianato sono accostati a strumenti digitali innovativi quali stampanti e scanner 3D, dispositivi a taglio laser, ecc ... per costruire degli artefatti integrando tutti gli strumenti» conclude il direttore del CERDD Daniele Parenti. «La pandemia ha reso evidente che senza tecnologia avremmo dovuto interrompere le attività formative – riprende il professor Botturi – ma ovviamente alla tecnologia mancano alcune cose. Insegnare e imparare sono due attività che implicano vivere una relazione, che in presenza è più intensa e che è fondamentale per i più piccoli. L’apprendimento a distanza funziona bene per gli adulti, che con la tecnologia accorciano le distanze ed evitano trasferte». Nel futuro i ragazzi andranno a scuola solo con il tablet? «Non penso che accadrà, anche perché non è mai successo nella storia che un media cancellasse gli altri. Ci sarà sempre più integrazione e ridefinizione degli equilibri, ma la manualità della scrittura sarà sempre importante e un libro illustrato avrà sempre il suo fascino». Un ultimo consiglio per i genitori? «Noi adulti dobbiamo essere dei buoni modelli per loro e soprattutto essere in sintonia con la scuola, perché per i ragazzi è fondamentale l’armonia tra le diverse agenzie educative, come si dice in gergo, dalla scuola allo sport, dall’oratorio alla famiglia. Per questo dialogare è fondamentale».

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