La passeggiata

Meraviglie da salvare
a Cevio Vecchio

Meraviglie da salvare <br />a Cevio Vecchio
Sono antichi ma sembrano appena abbandonati (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare
a Cevio Vecchio

Sono antichi ma sembrano appena abbandonati (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare <br />a Cevio Vecchio
Sono antichi ma sembrano appena abbandonati (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare
a Cevio Vecchio

Sono antichi ma sembrano appena abbandonati (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare <br />a Cevio Vecchio
Sullo stipite è incosa la data del 1809. (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare
a Cevio Vecchio

Sullo stipite è incosa la data del 1809. (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare <br />a Cevio Vecchio
In alcuni grotti anche un rivolo d’acqua. (© Ely Riva)

Meraviglie da salvare
a Cevio Vecchio

In alcuni grotti anche un rivolo d’acqua. (© Ely Riva)

Sparsi sul nostro territorio ci sono moltissimi insiemi di macigni, di massi e di sassi, frutto di frane e cadute rocciose venute giù dalle montagne. È la nostra ricchezza.
«In Vallemaggia sono numerose ed estese le zone di franamento che coprono i versanti e che occupano vaste fasce pedemontane. Il rilievo impervio e la povertà dei suoli hanno costretto l’uomo ad adattarsi a un paesaggio dominato dalla pietra. Vennero ampliati e scavati numerosi anfratti naturali per adattarli a rifugio, per conservare prodotti e per soddisfare altri bisogni essenziali tipici di un’economia di sussistenza». (tratto dall’opuscolo «Vivere tra le pietre»)

A Cevio una «ganna», una enorme frana, era venuta giù da qualche parte del Madone di Camedo in tempi preistorici, accumulando grossi blocchi che si sono fermati sul bordo della pianura alluvionale. E in questo labirinto di macigni si sono formate diverse grotte naturali, spelonche che gli abitanti della regione hanno sapientemente valorizzato costruendo un’infinità di muretti di sostegno, chiudendo aperture, rinforzando i soffitti, scavando scalette, incanalando il flusso d’aria... Alcune cantine sono completamente interrate, altre sono state ricavate chiudendo semplicemente lo spazio tra due macigni accostati, altre ancora coprendo con enormi lastroni di granito le aperture naturali...
Importante era mantenere l’equilibrio naturale esistente. Sono nate così più di cinquanta cantine, note come «grotti».

Ingegnosità dell’uomo. (© Ely Riva)
Ingegnosità dell’uomo. (© Ely Riva)

In genere la temperatura all’interno dei grotti con circolazione di aria di Cevio Vecchio non supera mai i 12-13° C, anche quando all’esterno la temperatura supera i 30 gradi.
Anche in inverni molto freddi la temperatura non scende mai sotto lo zero termico.
Certo non tutte le cantine hanno il medesimo flusso d’aria e cambiamento di temperatura, anche perché non ce n’è una uguale ad un’altra, come in una frana non c’è un macigno uguale ad un altro.

Intreno di un grotto-cantina. (© Ely Riva)
Intreno di un grotto-cantina. (© Ely Riva)

Senza l’intervento dell’uomo gli spazi tra i macigni sarebbero rimasti habitat per felci, muschi e animali. L’abilità dell’uomo diventa infinita quando c’è di mezzo la fame.
L’uomo ha così creato numerose cantine utilizzate per conservare soprattutto vino e formaggio, ma anche salumeria e altre derrate alimentari. Davanti ai molti grotti sono rimasti spazi pianeggianti, panche e tavolini di pietra, dove è facile immaginare uomini e donne del tempo che fu, chiacchierare e raccontare storie.
È curioso constatare che al sole, in pianura e sui pendii soleggiati, cresceva la vigna e si vinificava e il vino si conservava sotto questi macigni trasformati in cantine, mentre sopra i macigni crescevano alberi di castagno che hanno raggiunto un’età patriarcale e che facevano ombra per tenere fresco il vino: una unione straordinaria tra le castagne: pane dei poveri e vino: nettare degli Dei.

Impressionante abilità. (© Ely Riva)
Impressionante abilità. (© Ely Riva)

Bere acqua appaga un bisogno fisiologico, bere vino implica intelligenza e l’uso di tutti i sensi... Dopo la lunga manipolazione, dalla vendemmia alla torchiatura, arriva il momento della prova più diabolica. Il vino lo si annusa, lo si osserva come gira nel bicchiere, e infine lo si sorseggia... Anche il cervello si prende la sua parte, quando dopo un piccolo sorso, tenuto in bocca contro il palato, si annuisce senza proferir parola. È una questione di cultura.
A dimostrazione della grande quantità di uva che si produceva a Cevio, esiste ancora, e si può visitare all’aperto accanto al Museo, un enorme torchio a leva - detto anche piemontesi - che è una imponente macchina dell’ingegneria rurale di una volta. Era il torchio della famiglia Guglielmini che lo ha utilizzato fino attorno al 1960 ed era situato in Casa Franzoni ai piedi dei grotti. Ora il grande torchio a leva del 1550 con un albero di 9,10 metri è stato trasportato sotto il portico antistante il Museo della Valmaggia. A lato del torchi vi è conservata anche una botte di granito.
La fine dei grotti è iniziata verso il 1870 quando dall’America sono arrivate quelle malattie – peronospora, fillossera e oidio – che hanno decimato gran parte delle piante... una fine ingloriosa per le tante qualità di uva ticinese!

L'itinerario
Il Museo di Valmaggia. (© Ely Riva)
Il Museo di Valmaggia. (© Ely Riva)

Il nucleo dei grotti di Cevio Vecchio è stato in parte rivalutato con un percorso che invita alla visita. Rimangono davanti alle cantine gli accoglienti angoli con tavoli e panchine di granito, dove una volta si trascorreva almeno una piccola parte del tempo in piacevoli momenti in compagnia, bevendo vino mescolato a gazosa nel «tazzìn» o nel «bocalìn», magari accompagnato da un formaggino o da un salamino.
La visita ha inizio proprio al Museo della Valmaggio e dura circa un’ora.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

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