Il convegno

Nascita e violenza
una relazione possibile

Nascita e violenza <br />una relazione possibile
Negli ultimi anni il tema è stato portato all’attenzione pubblica dalla voce delle donne e da alcuni movimenti

Nascita e violenza
una relazione possibile

Negli ultimi anni il tema è stato portato all’attenzione pubblica dalla voce delle donne e da alcuni movimenti

Il 12 novembre 2019 si è svolto a Lugano il convegno intitolato “Nascita e violenza: una relazione pensabile?”, organizzato dalla Delegata per l’aiuto alle vittime di reati (LAV) in collaborazione con l’associazione Nascere bene Ticino in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’evento è stato iscritto nella campagna per l’anniversario della Convenzione dei diritti dei bambini.

Il convegno ha riunito specialisti di fama internazionale, ginecologi, levatrici, infermiere, madri, persone interessate al tema. Il programma della giornata prevedeva contributi di diverse discipline, allo scopo di mettere in luce le varie dimensioni della nascita e la sua pluralità di senso. Il parto infatti è un evento non solo biologico, ma anche sociale, carico di significati culturali, simbolici, affettivi, personali.

Negli ultimi anni il tema della violenza nel parto è stato portato all’attenzione pubblica dalla voce delle donne e da alcuni movimenti e campagne. Di recente hanno preso posizione anche organismi internazionali come l’OMS, l’ONU e il Consiglio d’Europa, ma la questione può ancora essere paragonata a un tabù, sia perché infrange la rappresentazione del giorno più bello, sia per l’ideale estraneità tra violenza e relazione di cura. Nel suo saluto iniziale il consigliere di Stato Raffaele De Rosa ha affermato che «mettere in relazione queste due parole, nascita e violenza, a prima vista potrebbe apparire quasi urtante, ma è proprio sulla dirompente forza dei due termini di questa contrapposizione che è opportuno ragionare», evitando le posizioni estreme che ostacolano l’assunzione di responsabilità.

Nella sua relazione Michel Odent ha sostenuto che la violenza è antica come la socializzazione del parto e risale al Neolitico, quando gli uomini hanno iniziato a interferire con il processo spontaneo del travaglio con una serie di interventi, rituali, credenze. Queste pratiche si sono diffuse perché hanno dato all’uomo un vantaggio evolutivo, favorendo lo sviluppo dell’aggressività. Ogni volta che si disturba il processo spontaneo del parto infatti si inibisce la produzione degli «ormoni dell’amore» coinvolti nel legame e nell’attaccamento. Oggi però il dominio sulla natura ha raggiunto il suo culmine e il modo in cui i bambini vengono al mondo solleva importanti interrogativi sul futuro della nostra specie, ha concluso Odent.

Da un punto di vista sociologico, la medicina rappresenta la nuova forma di controllo sulla nascita. L’istituzione medica non è garante solo della salute durante il parto, ma svolge anche una funzione rituale, marcando il passaggio della donna allo status di madre secondo i canoni della società in cui vive. Nel parto tecnologizzato gli interventi esterni prevalgono sull’autonomia della donna e sulla competenza innata del suo corpo. La violenza nella nascita appare associata da un lato alle procedure non necessarie, dall’altro a una forma socioculturale di medicalizzazione. Il parto è definito e assistito come un evento medico, la presa a carico è basata sulla separazione tra corpo e mente, tra bisogni fisici e psichici, dove i primi sono assunti come prioritari o come gli unici di competenza degli operatori. Si incoraggia la delega, la donna è sottoposta a dei protocolli, le sue risorse e il suo ruolo attivo sono inibiti.

Secondo diverse testimonianze la violenza non è definita dalle intenzioni degli operatori, ma dalle modalità e dagli effetti dell’assistenza. Spesso sono percepiti come violenti gli atti subiti, inattesi, spiegati come «aiuti», non mediati dalla relazione, più che le procedure in sé. Anche il non intervento può essere vissuto come un abuso se non rispetta i bisogni individuali della donna. Un altro aspetto critico è il divario tra le attese e l’esperienza reale. Molte donne arrivano al parto impreparate e compiono scelte ideologiche, perché non hanno svolto un lavoro interiore. Per questo alla clinica Mangiagalli di Milano è stato avviato il progetto Mynd&Co, basato su un percorso olistico che favorisca l’empowerment e una gravidanza sana e consapevole, aumentando la fiducia delle donne in se stesse e fornendo gli strumenti per mantenere il controllo anche in un parto medicalizzato.

Una parte del convegno è stata dedicata al ruolo del femminismo nel rendere visibile l’esperienza della nascita. Da un punto di vista femminista il dibattito sulla violenza rappresenta un’occasione per ripensare la gestione del parto, riflettendo sui bias di genere, sull’approccio al rischio e sulle forme di collaborazione tra medici, levatrici e donne. Diversi studi scientifici confermano l’efficacia dell’assistenza continua da parte di una levatrice qualificata per i parti a basso rischio. A questo proposito è significativa l’esperienza dell’ospedale cantonale di Aarau, che nel 2016 ha creato nella propria area uno spazio autonomo per i parti non medicalizzati (Haus 16).

Il convegno ha offerto molti stimoli, dimostrando l’importanza di un impegno condiviso a favore della nascita e della ricerca di un nuovo equilibrio tra sicurezza e autonomia della donna, perché ogni parto contiene in sé la promessa di un «domani sperabile» (G. Falcicchio).

[Isabella Pelizzari Villa]

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