cantine ghidossi

La passione per il vino,
un affare di famiglia

La passione per il vino,<br />un affare di famiglia
Davide Ghidossi nel suo vigneto sul pendio del Monte Ceneri

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un affare di famiglia

Davide Ghidossi nel suo vigneto sul pendio del Monte Ceneri

La passione per il vino,<br />un affare di famiglia

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La tenuta di Croglio

La passione per il vino,
un affare di famiglia

La tenuta di Croglio

La passione per il vino,<br />un affare di famiglia
Il vigneto di Cadenazzo

La passione per il vino,
un affare di famiglia

Il vigneto di Cadenazzo

Due tornanti sopra Cadenazzo, lungo la vecchia strada del Monteceneri, ci conducono alla cantina Ghidossi. Ci aspetta Davide, il titolare, con un lavoro diviso a metà tra Sopra e Sottoceneri, visto che l’azienda possiede pure una seconda cantina e dei vigneti a Croglio, sulle sponde del fiume Tresa. Da novembre a febbraio i filari qui non vedono il sole; il freddo punge, il camino acceso nella grande sala dove si svolgono le degustazioni emette dolci tepori.
«In molti mi chiedono come maturi l’uva in queste condizioni, senza sapere però che d’estate qui è tutta un’altra musica: il sole si alza alle 6.30 e tramonta dopo le 21» rivela Davide.

Nonno Silvio e papà Gianfranco
Davide è una sorta di predestinato. Suo nonno Silvio coltivava pochi metri di vigneto a Bellinzona, produceva vino per il consumo famigliare. Papà Gianfranco, ingegnere elettrotecnico, eredita questa passione, addocchia i terreni sopra Cadenazzo, li compra e ci costruisce - siamo nel 1992 - una cantina d’autore, firmata dall’arch. Renzo Galfetti.

Quando ho detto a mio padre che non avrei mai rilevato il suo studio d’ingegneria ma avrei fatto il viticoltore non c’è rimasto male, al contrario, era felice
Papà Gianfranco Ghidossi col figlio Davide.
Papà Gianfranco Ghidossi col figlio Davide.

Piccola produzione, ma di qualità, che si porta appresso numerosi riconoscimenti. Il vino d’alta gamma, 100% Merlot affinato in barrique, è il «Saetta», dal nomignolo con cui tutti si rivolgono a Gianfranco.
«Quando ho detto a mio padre che non avrei mai rilevato il suo studio d’ingegneria ma avrei fatto il viticoltore non c’è rimasto male, al contrario, era felice» racconta Davide, che alla vita dietro una scrivania preferisce quella in mezzo alla natura. Il ragazzo frequenta Changins, ottiene la maturità federale, parte per l’Australia dove acquisisce conoscenze ed esperienza, poi torna in Ticino nel 2012 e prende in mano l’azienda che nel frattempo si è ingrandita a Croglio e ora ha due cantine: 5,5 ha di vigna, 35 mila bottiglie e nessun condizionamento da parte di papà che gli lascia carta bianca.

Roockie 2020 per Gault et Millau
«Ho dato un’impronta professionale alla produzione, sono un tipo molto preciso e meticoloso che non dà mai nulla per scontato. Mi piace confrontarmi coi colleghi, condividere esperienze, imparare» racconta Davide, che in pochi anni raggiunge risultati importanti, conquistando diverse medaglie al Mondial du Merlot, a Expovina, al GP du Vin Suisse. La guida Gault et Millau gli conferisce il titolo di «Rookie des Jahres 2020» e poi lo inserisce nella classifica dei 150 migliori viticoltori della Svizzera. Se commercialmente il 2020 è stato un anno difficile, dal punto di vista dei riconoscimenti è stato però eccezionale: il «Saetta» (fatto con le uve di Cadenazzo) è tornato dal Mondial du Merlot di Sierre con la «gran medaglia d’oro», il massimo alloro a cui può ambire un vino, mentre al « San Martino» (100% Merlot del Malcantone) è stato attribuita la medaglia d’oro.

«Sono belle soddisfazioni, che ripagano dei molti sacrifici fatti in vigna e in cantina, ma che devono costituire la base da cui partire per migliorare costantemente. Questi riconoscimenti sono arrivati coi vini di punta dell’azienda, ma nella mia filosofia anche il prodotto d’entrata conta moltissimo, perché rappresenta una sorta di biglietto da visita: se non è buono, difficilmente il cliente acquisterà dei vini superiori» confida Davide Ghidossi.
Nella tenuta di famiglia, il Merlot fa sempre la parte del leone e viene vinificato sia in rosso, sia in rosato e bianco, ma i vitigni alternativi non mancano: tra quelli a bacca rossa il Diolinoir e il Gamaret, che concorrono a produrre il «Triade»; tra i bianchi, oltre al pregiato Chardonnay e al Doral, anche vitigni interspecifici come Johanniter e, ultimo arrivato, il Souvignac. E poiché non ci si deve fermare mai, né in vigna né in cantina, ecco che anche commercialmente papà Gianfrancoha pensato... lungo, acquisendo di recente la maggioranza delle azioni della Chiodi SA di Ascona, un passaporto per il mercato d’oltre Gottardo.

La cantina di Cadenazzo
La cantina di Cadenazzo
Il Ticino sarà sempre terra di Merlot

Due cantine, due terroir. E vini diversi, perché tra quelli prodotti nel Sopraceneri e quelli del Sottoceneri la differenza esiste, eccome.
Assaggi il Saetta e senti che è concentrato, potente, sprigiona la forza dei terreni granitici. Di converso, il San Martino che arriva dalle vigne del Malcantone e da terreni sabbiosi è più morbido, elegante. Due mondi.
«Sì, sicuramente - afferma Davide. Il vino del Sopraceneri ha una struttura più importante, quello di Cadenazzo poi ha una maturazione eccezionale che permette un lungo invecchiamento. Non ho dubbio, i miei vini più importanti li produco a lì».
Quando si parla di Merlot, il nostro interlocutore si fa serio. «È il vitigno principe del cantone, non c’è cambiamento climatico che tenga, sarà sempre la nostra punta di diamante. Quanto ai vitigni interspecifici, per produrre vini bianchi funzionano, ma per quelli rossi c’è ancora tanta strada da fare».

Merlot Saetta, la punta di diamante della produzione Ghidossi
Merlot Saetta, la punta di diamante della produzione Ghidossi

In cantina Davide Ghidossi dice di adottare uno stile bordolese per la vinificazione, ma non stiamo parlando di assemblaggi e del resto i vini «ammiraglia» della casa sono Merlot in purezza. «Diciamo che se c’è un modello, inarrivabile, questo è Château Petrus, bordolese e 100% Merlot. Però non mi dispiacciono anche gli assemblaggi, mentre un’altra delle mie preferenze in fatto di vini va ai piemontesi, quelli che utilizzano le uve di Nebbiolo».
Ma il vino in definitiva cosa rappresenta per il viticoltore Davide Ghidossi?
«Direi che prima ancora di essere il fil rouge del mio mestiere è una passione, quella che ho maturato seguendo in vigna mio padre quando ero un ragazzo. Non nego che allora qualche volta ero scontento di non poter trascorrere il tempo con gli amici, ma alla lunga l’esperienza acquisita si è trasformata in amore per quello che ho imparato a fare. Alla base di tutto deve esserci tanta umiltà e voglia di apprendere, perché ogni anno è diverso, ogni annata insegna qualcosa. Dall’essere prima viticoltore che produttore ho imparato a tenere i piedi ben piantati per terra, perché vi assicuro che non è così scontato riuscire a fare con costanza dei buoni prodotti e portarli fuori dalla cantina. Il nostro è un mestiere di sacrificio, che sottrae tempo alla famiglia, per ottenere i risultati sperati è necessario essere supportati anche dagli affetti più cari e in questo senso mi reputo una persona fortunata, perché mia moglie Stefanie ha sempre creduto in quello che faccio e non mi ha mai lasciato mancare il suo sostegno, esattamente come mia madre e mio padre».

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