L’iniziativa

Una giornata mondiale
per dire no al diabete

Una giornata mondiale <br />per dire no al diabete
Patologie cardiache, ictus e cecità. Sono queste alcune delle conseguenze a cui va incontro chi soffre di diabete

Una giornata mondiale
per dire no al diabete

Patologie cardiache, ictus e cecità. Sono queste alcune delle conseguenze a cui va incontro chi soffre di diabete

Patologie cardiache, ictus e cecità. Sono queste alcune delle conseguenze a cui va incontro chi soffre di diabete. Oggi, in tutto il mondo, si celebra la giornata mondiale dedicata alla malattia. Il 14 novembre non è stato scelto a caso. In questa data nacque l’endocrinologo canadese Frederick Banting. Nel 1922, insieme al medico Charles Best, scoprì l’insulina. Istituita nel 1991 dalla Federazione internazionale del diabete e dall’Organizzazione mondiale della sanità, l’evento mira a diffondere la conoscenza della patologia. Sono più di 400 milioni le persone che ogni giorno devono fare i conti con il diabete, l’8,3% della popolazione mondiale.

I numeri sono quadruplicati nel giro di qualche decennio e sono destinati a salire ancora. Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, entro il 2040 i diabetici sfioreranno quota 650 milioni. Una vera e propria epidemia che, secondo i ricercatori, è legata a obesità e sovrappeso, condizioni sempre più diffuse anche nei Paesi in via di sviluppo. Il diabete è una malattia cronica caratterizzata dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia). È causata da un’alterata quantità o funzione dell’insulina, un ormone prodotto dal pancreas che consente l’ingresso del glucosio nelle cellule, dove viene poi utilizzato come fonte di energia. Quando questo meccanismo è difettoso, il monosaccaride si accumula nel sangue.

Il tipo 1 si presenta spesso con un esordio acuto legato a febbre, sete, aumentate quantità di urina, perdita di peso, stanchezza e infezioni. I sintomi del tipo 2 sono invece più sfumati e la diagnosi più difficile.

Esistono due principali tipologie di diabete. Il tipo 1 colpisce il 10% dei pazienti totali e in genere insorge durante l’infanzia o l’adolescenza. Le cause sono ancora sconosciute, ma si sa che la patologia è legata alla presenza di alcuni anticorpi nel sangue. Nel tipo 1 il pancreas non produce insulina: è quindi necessario che l’ormone venga iniettato ogni giorno e per tutta la vita. Il tipo 2 è il più diffuso e colpisce il 90% dei diabetici. Anche se il pancreas è in grado di produrre insulina, le cellule dell’organismo non riescono a utilizzarla. Di solito la malattia si manifesta dopo i 30 o 40 anni. L’origine rimane ignota, ma sono stati identificati diversi fattori di rischio come la familiarità, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’appartenenza ad alcune etnie.

Il tipo 1 si presenta spesso con un esordio acuto legato a febbre, sete, aumentate quantità di urina, perdita di peso, stanchezza e infezioni. I sintomi del tipo 2 sono invece più sfumati e la diagnosi – che prevede la misurazione del livello di glicemia nel sangue – più difficile. La terapia ruota attorno a farmaci specifici e a un corretto stile di vita che passa da abitudini alimentari sane, attività fisica e astensione dal fumo. Nel tipo 1 la somministrazione di insulina è imprescindibile. L’obiettivo è tenere sotto controllo il livello di glicemia nel sangue. Secondo uno studio dell’università di Cambridge, la remissione del diabete di tipo 2 è possibile con una perdita di peso pari al 10% o più nei primi cinque anni dopo la diagnosi. I malati che riescono ad ottenere questo obiettivo hanno maggiori probabilità di contrastare la malattia.

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