Caos e rigore a ritmo di jazz

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Ancestrale e cibernetico, esule e artista di frontiera: c’è A. R. Penck a Mendrisio

Caos e rigore a ritmo di jazz
/ Foreste di simboli Qui sopra, «Ich Selbstbewusstsein» (Io-Autocoscienza), opera in bronzo patinato. Nella pagina accanto, «Another R.C.», resina su tela del 1983

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/ Foreste di simboli Qui sopra, «Ich Selbstbewusstsein» (Io-Autocoscienza), opera in bronzo patinato. Nella pagina accanto, «Another R.C.», resina su tela del 1983

Caos e rigore a ritmo di jazz

Caos e rigore a ritmo di jazz

Vi sono in mostra opere potenti e contraddittorie che meritano lunghe soste di contemplazione

Abbandonate ogni pregiudizio, o voi che entrate al Museo d’arte di Mendrisio. Abbandonatelo fino al 13 febbraio, il tempo di visitare la mostra A. R. Penck (24.10.2021-13.02.2022). Lasciatelo in strada, lì dove un’acrobatica gru ha calato in cortile gli otto quintali del bronzo di A.R. Penck Ich-Selbstbewusstsein (Io-Autocoscienza) con le sue plurime braccia aperte. Se poesia è far entrare il mare in un bicchiere, come disse Italo Calvino, in Penck il mare è il mondo in cui viviamo: complesso e ramificato. Il pensiero è un sistema d’immagini a più strati e dimensioni: la «foresta di simboli» dove sguazza la modernità fin da Charles Baudelaire. Partiamo dall’icona-guida, l’opera in cortile: è una retrospettiva storica, la prima su Penck in ambito italiano. In un’ideale piramide, l’autoritratto di Penck è un totem e ne ricapitola le ossessioni: l’omino Standart simbolo del sé autocosciente, alcune tracce di Dna e l’Angelus Novus di Paul Klee, che Walter Benjamin definì l’angelo della storia. Già, la storia. Ruolo dell’artista - Penck è una naiade nel gran fiume dell’idealismo tedesco - è chiedere che senso abbia il mondo, immensa partitura in cui immergersi: leggi di natura, conflitti, delitti (l’olio La morte di Alfred Herrhausen è dedicato al presidente della Deutsche Bank morto in un attentato). Figlio della Dresda rasa al suolo dagli alleati, fedele all’utopia di una società senza classi ma anche radicalmente libertario, Penck pagò di persona. Perseguitato dalla Stasi, «soggetto asociale» mentre la fama decollava a Ovest e costretto all’esilio: fin dallo pseudonimo - Ralf Winkler, all’anagrafe - Penck fu letteralmente artista di frontiera, in bilico tra due società antitetiche. Ma lasciare la DDR non garantì la catarsi sperata. Anzi. E allora se si vuol restare radicati nel reale e artefici della propria coscienza, altri mantra di Penck, serve un’arte che sia processo dinamico e sperimentale. Teso sempre fra due poli: caos e ordine. Da una parte l’istinto, con la biologia e le figure ancestrali che la incarnano. Dall’altra lo spirito analitico, razionale, sete di scienza (Penck fu cultore di algebra e cibernetica) che una pioggia di simboli matematici e forme geometriche spegne e alimenta al tempo stesso. Lo riassume bene, alla caduta del Muro, nella tela The Battlefield, 11 metri che ospitano il big bang e l’antimateria, il rivoluzionario Michail Gorbaciov con la sua famosa voglia in fronte e forme tondeggianti che riecheggiano la mistica numerica di Giordano Bruno. «Immagine del mondo» che merita lunghe soste, davanti alla quale il museo annuncia improvvisazioni con grandi musicisti: infatti l’opera vive di interplay, come il jazz che Penck amava, e suonava. Lasciato l’Est, patì anche l’Occidente con le sue contraddizioni. Nel 1989 si lascia illuminare dai cartelloni pubblicitari sulle autostrade Usa, nasce il grande (3.50 x 3.50 m) How it works (Come funziona), altro capolavoro in mostra. Domandiamo: rappresenta il capitalismo o il sistema dell’arte? Il pittore è il felino o la gazzella? In ogni caso How it works è l’immagine macroscopica e cruda di un artista testimone della storia, travagliata e complessa, del XX secolo.

Biographia

Ralf Winkler nasce a Dresda nel 1939.
Comincia a dipingere a dieci anni. La sua unica partecipazione ufficiale a una mostra nella Ddr è nel 1961, all’indomani della costruzione del Muro. Si interessa alla scienza cognitiva e alla cibernetica. Chiama «Standart» la sua dottrina elementare della figura. Dalla fine dei Sessanta viene scoperto a Ovest. Il 3 agosto 1980 lascia la Germania Est, esule, attraversando la frontiera a piedi. Nel 1984 partecipa alla Biennale di Venezia. Muore a Zurigo nel 2017. La mostra al Museo di Mendrisio in piazzetta dei Serviti fino al 13 febbraio è a cura di Simone Soldini, Ulf Jensen e Barbara Paltenghi Malacrida, ed è frutto della collaborazione con la Galerie Michael Werner. Imprescindibile il bel catalogo, come mappa mentale e fisica per orientarsi. E il 19 dicembre in Museo improvvisazioni jazz con Fabrizio Bosso, Dado Moroni, Riccardo Fioravanti e Jeff Ballard

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