Il carattere della bellezza

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Conversazione con Carlo Bonzanigo su automobili, design ed emozioni

Il carattere della bellezza
Carlo Bonzanigo. © CdT/Gabriele Putzu

Il carattere della bellezza

Carlo Bonzanigo. © CdT/Gabriele Putzu

Il carattere della bellezza

Il carattere della bellezza

Un bambino cammina, ancora incerto sulle gambe, verso una cesta piena di giocattoli. Li osserva, li palpeggia e quindi estrae quello che gli piace di più: un’automobilina. Fra tutti i balocchi, sente qualcosa di speciale. E ancora quel bambino, fattosi grande, fra tutti i beni di consumo che acquisterà nella vita, investirà la somma più cospicua in una vera automobile. Perché? Il libro Automobili Design ed Emozioni firmato dall’automotive designer Carlo Bonzanigo può essere letto come una vasta e profonda risposta a questa semplice domanda. E attraverso un toboga filosofico che ha agitato per millenni le più grandi teste dell’umanità, proprio alla semplicità approda la visione dell’autore: nel dettato, nella facondia, come nel tratto. Mentre conversiamo del libro, si comprende in filigrana il pudore precettivo del pensiero di Bonzanigo, consolidato in una lunga e fruttuosa avventura in Pininfarina (fino alla vicepresidenza del Design), ma anche attraverso prestigiosi incarichi in Francia, come Chief Designer presso il Centre de Création Citroën a Vélizy e quindi Maître Expert Design del Gruppo PSA, e in seguito Alfa Romeo (Stellantis). Già dalle prime pagine è manifesto il suo convincimento fondante, che attraverso un prisma multidisciplinare e con simmetrie calibrate muove o muta l’approccio lasciando fermo l’esito della sua lunga esperienza: «Ritengo che la bellezza estetica soggiaccia a complesse regole e che ogni creazione di stile emozionante, intesa come provocante appagamento visivo, le rispetti.

/ Libertà di immaginare Le concept cars sono il «laboratorio di ricerca» dei car designer, uno spazio in cui allargare i confini della creatività.In questi progetti, dal contenuto sempre avanguardistico, vengono sperimentate soluzioni estetiche e tecnologiche che verranno poi affinate e applicate alle vetture di produzione. Qui sopra, un bozzetto per la Citroën Tubik (foto Citroën Communication 2011)
/ Libertà di immaginare Le concept cars sono il «laboratorio di ricerca» dei car designer, uno spazio in cui allargare i confini della creatività.In questi progetti, dal contenuto sempre avanguardistico, vengono sperimentate soluzioni estetiche e tecnologiche che verranno poi affinate e applicate alle vetture di produzione. Qui sopra, un bozzetto per la Citroën Tubik (foto Citroën Communication 2011)
L’automobile è simbolo di libertà e proiezione dinamica del sé, ha una carica emotiva deflagrante

E che ciò valga per qualsiasi creazione estetica pensata dall’uomo: un’opera architettonica, un dipinto, un oggetto di industrial design, una scultura, una creazione paesaggistica». Epigramma impopolare oggigiorno, dove spadroneggia una Weltanschauung soggettivista, in cui ciascuno è arbitro del bello e non sente ragioni. Certo Bonzanigo non dimentica lo Zeitgeist, gli inevitabili influssi storici e culturali che modificano i criteri di giudizio e con essi l’appagamento estetico, ma ne subordina l’importanza a un «regolo» formale che avvicina epoche e luoghi: «Mia personale convinzione è che un insieme di soluzioni estetiche legate a una determinata epoca possano essere assemblate in maniera da generare bellezza, oppure ottenere un effetto diametralmente opposto. Così, sebbene i canoni di bellezza femminili della Grecia antica differissero da quelli del Rinascimento, in nessuna epoca si è mai preferito un corpo sproporzionato a uno perfettamente equilibrato. Se confrontiamo due espressioni di bellezza femminile separate da millecinquecento anni come la Venere di Milo, scolpita da Alessandro di Antiochia nel 130 a.C. e la Venere rappresentata del 1485 dal Botticelli nel dipinto La nascita di Venere, vediamo che – nonostante le differenze – entrambe le opere sono armoniose, ben proporzionate e molto gradevoli». Da qui, con un rapido salto temporale e disciplinare, si arriva alla tripartizione del design formalizzato dal professor Donald A. Norman della Northwestern University – viscerale, comportamentale, riflessivo – e al suo stato viscerale che unisce nella percezione estetica gli uomini di tutte le età e di tutti i luoghi perché si nutre di una reazione connaturata, incontaminata, non ancora intaccata dalle particolarità culturali come dalle mode. E questo elemento irriducibile segue un’arte di proporzione aurea, che se governata da chi crea, genera ineluttabile appagamento estetico nell’osservatore. Gran parte dell’interesse che il libro sobilla – giocando con i volumi, le superfici e i segni grafici della retorica – viene proprio dal progressivo dipanarsi del legame che esiste fra le regole formali e le emozioni, nella messa a fuoco della comprensione come generatrice di appagamento estetico. «Puoi fare un’auto ben concepita, ma brutta, che non regala alcun fremito», sottolinea Carlo. «La molecola automobile ha tre atomi, che devono essere bilanciati fra loro: innovazione tecnica, contenuti del prodotto, design.

E anche se nasce da un puro atto creativo individuale, presto diviene un progetto di squadra da calare in un contesto industriale. Soltanto ora abbiamo piena contezza di quanto sia lo stile a essere decisivo sul piano commerciale, grazie alle neuroscienze che hanno dimostrato un accordo fra il design emozionale e il piacere estetico che spinge alla scelta. Ma anche sotto la torcia degli studi di mercato, quando J.D. Power and Associates certificò con una ricerca che l’estetica era la prima ragione d’acquisto di un’auto fece scalpore; oggi è fatto assodato. Certo già nel 1927 la General Motors aveva creato un centro stile con a capo Harley Earl, ma dobbiamo aspettare gli anni ’90 per avere la completa emancipazione del design dai dipartimenti ingegneristici e l’italiano Bruno Sacco fu uno dei pionieri di questo riconoscimento creativo». Nel capitolo 4, intitolato «Dal magma creativo alla chiarezza estetica», il libro di Bonzanigo ha il suo centro normativo, dove osserviamo la facoltà di giudizio erudire e guidare il demone della creazione.

Ma lasciamo ai lettori il piacere di indagarlo nel dettaglio. Purtuttavia resta pendente l’interrogativo di partenza: perché le auto sono l’oggetto emozionale per eccellenza? «Io ho sempre desiderato diventare designer di automobili e il mio è stato il sogno, realizzato, di moltissimi giovani dell’epoca. La ragione è legata proprio alla deflagrante carica emotiva dell’auto, viscerale appunto, al suo sapersi fare simbolo di libertà individuale, alla forza di identificazione che lega il mezzo ai fini di chi lo guida. Una proiezione dinamica del sé. Di fatto noi designer siamo dei conduttori di emozioni capaci di dar loro forma in un veicolo al servizio di altri». Un conduttore, qualcosa che «guida insieme» come suggerisce l’etimo latino. Una partecipazione emotiva che dal mio osservatorio si è concretizzata all’Ortigia Design Festival, quando ho incontrato il collega giornalista e critico d’arte Angelo Crespi, per scoprire che aveva appena recensito proprio il libro di Bonzanigo. Da lì è nata una conversazione fra echi di Gómez Dávila sulla dittatura del cattivo gusto, che con il diabolico propellente del marketing dà in pasto i paradigmi universali della misura agli appetiti del culto modaiolo. Ma la controprova è il tempo, che sconfigge sempre lo spirito dei tempi. Un’opera compiuta, specie quando si parla di design, esce immacolata dalla polvere degli anni e mantiene intatta un’eloquenza stilistica capace di comunicare con istantanea immediatezza. Se osserviamo la Maserati Granturismo del 2007 – a quei tempi Bonzanigo era Design Manager del progetto in Pininfarina – è seducente come il primo giorno e lo sarà ancora, nella sua placida aggressività, nella sua altera flessuosità da fiera a riposo. E se ci domandavamo quale fosse l’automobile più bella di sempre, pur nelle differenti sensibilità – per uno poteva essere la Berlinetta Maserati A6GCS del 1956 di Pinin Farina, per un altro la Bmw 507 di Albrecht von Goertz o la Lancia Flaminia Supersport Zagato – la lingua comune del gusto comandava un’adesione sullo scatto atemporale e paradigmatico del design, quando governato da un maestro. Di maestri e di capolavori è ricco il libro di Bonzanigo, e se restano negli occhi le splendide fotografie della Talbot-Lago T150-CSS «Goutte d’Eau» del 1937 e della Delahaye Type 165 Roadster del 1939, entrambe carrozzate da Figoni e Falaschi, la visceralità di una Lamborghini Miura gialla colloca per acclamazione il nome di Marcello Gandini nella gherusia dei designer di ogni epoca. Così la medesima osservazione si può muovere su altre coordinate e in altri elementi. Se a pelo d’acqua osserviamo il profilo di un Itama 40 di Mario Amati o se dal polso guardiamo attraverso l’oblò dell’Audemars Piguet Royal Oak di Gérald Genta, comprendiamo che nulla ne intaccherà mai il nitore formale. Ma nell’epoca di uno sharing di massa, di un’elettrificazione che spegne il fuoco della combustione e di una digitalizzazione coatta, l’auto non rischierà di farsi mero strumento come un qualsiasi altro device? «Certo l’elettrificazione tende, in questa prima fase storica, ad avere un effetto omogeneizzante sulle dimensioni delle vetture», sottolinea Bonzanigo, «dato le limitate possibili collocazioni dei pacchi batterie - a oggi ancora molto ingombranti. Io credo che nei prossimi anni si realizzerà una biforcazione fra le vetture in comune con altri utenti - che saranno tutte elettriche e presto a guida autonoma, creando peraltro una notevole problematica infrastrutturale – e le auto a uso privato. Le prime saranno concepite per assolvere al loro compito principale, la mobilità di persone e merci; le seconde per emozionare. E in quest’ultime si cercherà l’enfasi dell’unicità. Starà a noi evocare quella propulsione emotiva che trascende la funzione e celebra il piacere». Così che quel bambino ritrovi, anche da grande, la primigenia emozione di entrare in contatto con un oggetto speciale.

Madama Butterfly

La MC20, disegnata dal Centro Stile Maserati di Torino, si è aggiudicata il Top design nella categoria Transportation/Auto. Quando uscirono le prime immagini della MC20, l’occhio dell’appassionato corse alla MC12 che trionfò nei campionati FIA GT. Ma se quella era una vettura realizzata in 50 esemplari per le competizioni, la MC20 è una supercar da «tutti i giorni». Benché il suo Nettuno (un V6 biturbo di 3 litri) sia un dio della meccanica sportiva (630cv con 730 Nm di coppia) e lo chassis una lama fra i cordoli, l’auto è urbana, comoda, connessa. Un progetto felice, consacrato «Product Design of the Year» agli European Product Design Award 2021.

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