Il surf è donna

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Contro-viaggio romantico tra le onde dello stereotipo

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Gioia. Usò questa parola, James Cook, il primo europeo che sbarcò alle Hawaii. La usò per descrivere le imprese dei locali, capaci di danzare sulle onde a bordo di tavole rudimentali. Di danzare e divertirsi. Il surf, già. Citiamo Point Break, capolavoro firmato da Kathryn Bigelow: «È uno stato mentale, dove prima ti perdi e poi ti ritrovi». Una continua ricerca, insomma. E una sfida. Romantica, nel senso di perenne inquietudine e spinta. Verso l’infinito, l’assoluto, il limite (e oltre). In fondo, ciò che spaventa e appare incontrollabile – come un’onda gigantesca – diventa bello. E attrae. Il surf, soprattutto, è donna. Da sempre. Le leggende hawaiane e polinesiane sono ricchissime di figure femminili, addirittura dee, bravissime a cavalcare le onde con la tavola ai piedi. Una di loro, Mamala, riuscì perfino a sfuggire a uno squalo bianco piuttosto vendicativo (erano innamorati: ma questa è un’altra storia). Eppure, nonostante un sostrato culturale così ricco e variegato le donne hanno dovuto lottare a lungo per farsi largo nel surf. Contro i soliti pregiudizi, le angherie dei colleghi e, in generale, una cultura sportiva tendente al machismo. Fra la fine degli anni Settanta e la metà dei Novanta, ad esempio, le surfiste erano emarginate: sponsorizzazioni minime, premi in denaro ridicoli, visibilità sui media inesistente. Non c’era mercato, ecco. E quando le ragazze si affacciavano per cavalcare un’onda alta come quattro piani di una casa, beh, i maschi arrivavano in branco: «Andatevene, qui possiamo stare solo noi». La versione più estrema di questo sport, big waves, era loro preclusa. Assurdo. Per le donne non c’era spazio. A meno che non mostrassero il loro corpo al fotografo di turno. E allora, spinte dallo spirito di Mamala, quello spazio sono andate a prenderselo. Una sfida nella sfida. Oltre il limite, ricordate? Bianca Valenti, Keala Kennelly, Paige Alms e Andrea Moller trovarono un varco fra le onde cariche di stereotipi e luoghi comuni. La surfista e regista Dayla Soul, invece, dimostrò che queste ragazze non erano soltanto corpi attraenti. Erano anche infortuni, lotte terribili contro le forze della natura, lividi. Ma la battaglia, quella vera, era lontano dal mare. Nel 2016 nacque il Comitato per l’uguaglianza nel surf femminile. Chiese, e ottenne, parità di trattamento. E di compensi. «Amo il suono delle onde giganti, è come una bomba che esplode e ti scarica addosso la sua energia», le parole di Valenti. La realtà, si dice, supera i sogni. E oggi, al netto della pandemia, il surf femminile (scusate la banalità) è finalmente sulla cresta dell’onda. È disciplina olimpica, ma soprattutto non fa più distinzione fra uomini e donne. «Non mi sarei mai aspettata che la parità di retribuzione diventasse realtà», afferma Tatiana Weston-Webb, 25 anni, fra le atlete più forti al mondo. Una delle regine del circuito professionistico. Lei, crogiolo di nazionalità, non ha mai conosciuto confini: è brasiliana, ma anche americana e britannica. «Significa molto», aggiunge riguardo all’uguaglianza. Molto, sì, proprio perché l’eco generatasi ha attirato aziende, marchi, nomi forti del lusso. E così, la lotta è diventata opportunità. E l’opportunità è diventata racconto, anche via social: luoghi meravigliosi, pose da star, onde senza fine. Bellezza, se vogliamo, comunque lontana dalle strumentalizzazioni. Nel 2019 la World Surf League, l’organizzazione che governa il surf professionistico, intimò i fotografi a non soffermarsi sui bikini delle atlete. Molto, ad ogni modo, resta ancora da fare. Le professioniste di big waves, per dire, tuttora hanno meno sponsorizzazioni dei maschi. Ma proprio i social hanno permesso alle surfiste di avere una voce. Potente. E di mostrare quella gioia di cui parlava il capitano Cook. Ancora Point Break: «È uno stato mentale, dove prima ti perdi e poi ti ritrovi».

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