Via con lui (a Lugano)

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Chiacchierata con Paolo Conte, in attesa del concerto

Via con lui (a Lugano)
Architetture lontane

Via con lui (a Lugano)

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Via con lui (a Lugano)
/ Fofo di Maurizio Ruggeri

Via con lui (a Lugano)

/ Fofo di Maurizio Ruggeri

Ma sì, andiamo via con lui, cullati dai suoi sogni sotto le stelle d’estate, avvolti dalle sue parole d’amore enigmatiche eppure domestiche e sornione. Cantate da quella voce inimitabile e con tenera, sincera ironia, lontana da ogni moda. Con il suo canzoniere unico, fatto di tanti racconti diversi da pensare con il cuore, Paolo Conte regala a chi vuole ascoltarlo un compagno di viaggio fatto non solo di note e armonie ma di colori, atmosfere, immagini in movimento. Gli chiediamo: che cosa ha significato per lei, che è anche pittore, la fascinazione della musica? Si tratta di un amore ricambiato o di un perenne innamoramento? «Direi tutt’e due le cose. Sensualità e sentimento, gratitudine e corteggiamento» dice e non poteva non regalarci una rima, il Conte che il 24 agosto, attesissimo segno di ripartenza dopo lo stop alla musica causa pandemia, torna nella Svizzera che lo ama, ricambiata. Terra che l’ha più volte applaudito in concerti memorabili, come sempre sono i suoi: che abbiamo scelto di rievocare in queste pagine attraverso alcune «vecchie» ma inossidabili foto di Maurizio Ruggeri, artista dello scatto che si muove tra St. Moritz e Vacallo e può vantare, accanto alla frequentazione di tanti miti del jazz, quarant’anni di amicizia con Conte. «Gli voglio molto bene e mi ha dato tanto – ricorda il reporter - perché Conte è simpaticissimo, burbero solo in apparenza. La sua musica ti manda in trance: va gustata come un quadro, non in auto ma con il giusto raccoglimento.

E lui quando ti vuol bene ti tiene d’occhio, con quel suo sguardo magnetico: mi ha insegnato tanto, ad esempio ad avere il massimo rispetto per le persone con cui lavori, come lui fa con i musicisti che lo accompagnano. Un antidivo, un genio come Tom Waits e Randy Newman. Dopo Marcello Mastroianni la faccia dell’italiano-tipo è la sua». Il viaggio del cantautore astigiano è una lunga storia di amore per la musica che ha significato tante cose: la passione per il jazz classico e lo swing, la fedeltà alla tradizione, scrivere successi per altri grandi interpreti e poi diventare voce e corpo e icona inconfondibile, che ha rinnovato la canzone d’autore come forse nessuno. «Consigli ne potrei dare solo a chi non mira al successo ma a qualcos’altro...» commenta Conte se il cronista osa chiedergli qualche dritta per chi volesse seguire almeno in parte - non certo alla lettera, non si è miti se non si è irripetibili - le sue orme. Conte, prisma dalle molte facce, è inoltre ambasciatore dell’Italia culturale nel mondo - lo è stato pure durante la pandemia - sebbene per cantare spesso scelga l’inglese o il napoletano. «Quando si parla di cultura italiana in genere si parla di quella ‘antica’ e si ha l’impressione che la si usi a fini turistici.

E questo sembra un po’ escludere gli italiani dal fluttuare del tempo. Ma siamo stati in assoluto i migliori, ci manca solo la consapevolezza di quanto ancora lo possiamo essere», risponde con una punta d’orgoglio Conte. E cosa pensa della Svizzera, dove si appresta a tornare, culla di storici festival come quello di Montreux, dove ha trionfato? «Il mio pubblico - dice con diplomatica sincerità - è sostanzialmente identico sotto tutte le latitudini. È un pubblico di qualità, di cui posso andare orgoglioso. Gente colta, per bene, curiosa di cose artistiche. E così è la Svizzera, che ha sempre coltivato le arti con grazia e discrezione». Lo scrittore Andrea Camilleri ha riconosciuto a Conte il merito di incarnare «l’eleganza dell’intelligenza». Si tratta di un’eleganza che prescinde dallo stato sociale? E cosa significa per Conte il lusso? Il poeta Charles Baudelaire parla di «luxe, calme et volupté» nella sua celebre poesia Invitation au voyage. «Penso che Camilleri mi abbia fatto un bel complimento, che mi suonerebbe bene pure letto al contrario: l’intelligenza dell’eleganza (non mi sono mai ritenuto un tipo particolarmente ‘intelligente’). Delle parole di Baudelaire, che stanno così bene tutt’e tre insieme, quella che più meriterebbe di essere meditata è ‘calme’.

Se ne potrebbe magari disquisire alla luce della teoria della relatività... È una condizione, una sostanza dell’arte. Non è detto che un artista in un momento creativo pieno di furia e di immediatezza gestuale non sia immerso nella calma dell’arte stessa. Non confondiamo calma con lentezza. Anche scrivendo di cose gravi e tristi, nel momento in cui si scrive si è avvolti nella calma. Una forma d’inspiegabile godimento». E secondo lei, per innamorarsi della vita basta l’intelligenza o servono poesia, ironia, fortuna, razionalità, e regole? «Be’, tutte queste cose che lei ha elencato servono. E aggiungiamoci la fatica». Una volta lei ha dichiarato di ammirare il dandy più che lo snob, poiché più profondo e più vero: in che senso? «Lo snob è un po’ parvenu, il suo blasone è acquisito, quello del dandy è innato, ‘nature’». L’aereo si appresta a volare di nuovo verso l’alto, dopo aver planato a bassa quota sul mondo, in questo caso di Conte, come fa il protagonista della canzone d’apertura dello storico doppio album Aguaplano del 1987.

Non possiamo non chiedergli del suo rapporto con il cinema: la «saga del Mocambo» è Federico Fellini in purezza. «La costruzione di una canzone e quella di un film hanno cose in comune - dice Conte - come la necessità di una sceneggiatura veloce, l’uso del flashback, l’enfasi al momento giusto. Ecco un po’ di titoli che amo: Quai des orfèvres, Lo spaccone, Vincitori e vinti, Casablanca, Ombre rosse: tutto in bianco e nero». E a proposito di colori, congediamoci, in attesa di ascoltarlo sotto le stelle della Svizzera, chiedendogli quale profumata sfumatura cromatica più lo descrive: l’azzurro della canzone, il nero del pianoforte a coda? Oppure vaniglia, liquirizia, cacao? Marrone, come l’esotico caffè o il tinello della sua celebre canzone? «Forse faccio prima a escludere i colori e gli accostamenti che non mi piacciono – taglia corto Conte - il viola, il maròn chiaro, il verde pisello, il giallo col verde, il verde col maròn, il rosso col verde».

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