Il salario che divide il lavoro: «Serve tempo per adeguarsi»

la domenica del corriere

Visioni contrapposte tra gli attori del mondo economico ticinese - Amalia Mirante: «Nel nostro cantone si guadagna il 18% in meno» - Andrea Gehri: «La concorrenza condiziona gli stipendi»

Il salario che divide il lavoro: «Serve tempo per adeguarsi»
© CdT/ Chiara Zocchetti

Il salario che divide il lavoro: «Serve tempo per adeguarsi»

© CdT/ Chiara Zocchetti

«Lavoro e salario»: questo il titolo della puntata de «La domenica del Corriere» nella quale è stato messo al centro del dibattito il tema dei temi, anche alla luce delle discussioni e delle polemiche degli ultimi mesi. Tra i protagonisti, il presidente della Camera di commercio Andrea Gehri che ha sottolineato come «da una parte c’è la percezione comune, la critica di chi mette in risalto solo gli aspetti negativi, poi ci sono i dati e le statistiche che ci mostrano una situazione diversa. Il quadro economico del Ticino non possiamo certo dipingerlo come negativo. Il che non significa dire che tutto è perfetto».

Il conduttore Gianni Righinetti ha poi passato la palla all’economista Amalia Mirante: «Ma c’è anche il dato reale che ci dice che in Ticino si guadagna il 18% in meno rispetto alla media Svizzera. E il problema è che negli anni il divario sta aumentando. È un po’ come il ciclista che perde di vista il gruppo». Dal canto suo il presidente dell’associazione padronale Ticino Manufacturing Costantino Delogu ha precisato che «noi osserviamo una parte del mercato del lavoro. Alcune aziende del settore manifatturiero hanno problemi a mantenere i costi, a mantenere gli equilibri per mantenersi competitive. Il discorso è come resistere per restare in Ticino, perché questa è la loro volontà. Parlo di aziende che sono qui da anni e che hanno fatto la storia industriale del nostro cantone». Nando Ceruso, presidente del sindacato TiSin ha osservato che «ci sono aziende che stanno bene e hanno superato le difficoltà, altre che fanno fatica a far fronte alle difficoltà delle commesse, delle materie prime e della COVID. Per il futuro vedo problemi seri all’orizzonte, motivo per cui sarà importante rafforzare il partenariato sociale».

Il coordinatore dell’MPS Giuseppe Sergi ha detto che «il momento storico in Ticino non è diverso da quello delle altre realtà capitalistiche. Il quadro è tutt’altro che positivo. Lo sviluppo che c’è stato in Ticino, non ha risolto i problemi. Lo sviluppo degli affari non ha portato alla creazione di posti di lavoro dei quali fare beneficiare chi vive nel nostro cantone. Il dumping salariale si è rafforzato».

Impossibile parlare di lavoro senza collegarsi al frontalierato, ma per Delogu nel settore manufatturiero «la situazione non è esplosa, siamo nell’ordine di 15-17.000 frontalieri impiegati. E ci sono anche molti lavoratori residenti», per contro ad essere esploso è il fenomeno nel terziario. Eppure oggi tutti parlano dell’industria per l’arrivo di Ticino Manufactoring e TiSin. Ma perché siete sempre in relazione l’uno con l’altro? «Non si tratta di realtà legate, se non da un Contratto collettivo. Non ci sono altre relazioni». Per Gehri «con la deroga al salario minimo è stato sdoganato il modo per andare incontro alle aziende che si vedono costrette a concorrere con un mercato molto aspro».

Oggi questo salario è realtà, ma c’è una raccolta delle firme per portare il minimo a 21,50 a fare decadere le deroghe del Contratto collettivo ci lavoro. Un’iniziativa che Mirante osserva con interesse: «Non credo che ci sia qualche residente che ritiene un salario simile troppo elevato o adeguato a un’economia sana: 21,50 non sono senz’altro troppo». Gehri ha concluso precisando che «non sono assolutamente contrario a che un impiegato abbia un salario dignitoso. Ci mancherebbe. Ma dobbiamo tenere conto delle realtà che abbiamo sul territorio. Diamo il tempo alle aziende di adeguarsi e consideriamo che si tratta anche che si rivolgono all’estero».

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