«Il Ticino oltre il 70% e quella passione per gli scacchi»

L’intervista

Il direttore del Dipartimento della sanità e dalla socialità Raffaele De Rosa è stato ospite de «La domenica del Corriere» per una chiacchierata a tutto campo

«Il Ticino oltre il 70% e quella passione per gli scacchi»
Raffaele De Rosa ospite di Gianni Righinetti a «La domenica del Corriere». ©CDT/Chiara Zocchetti

«Il Ticino oltre il 70% e quella passione per gli scacchi»

Raffaele De Rosa ospite di Gianni Righinetti a «La domenica del Corriere». ©CDT/Chiara Zocchetti

«Il Ticino oltre il 70% e quella passione per gli scacchi»

«Il Ticino oltre il 70% e quella passione per gli scacchi»

Raffaele De Rosa, com’è andata in Ticino la settimana di vaccinazione?
«Dai numeri che abbiamo potuto vedere, siamo soddisfatti. Nelle ultime settimane c’era stata una diminuzione del numero dei nuovi vaccinati, mentre nella settimana di vaccinazione alle spalle abbiamo osservato un aumento. Si stimano 1.300 vaccinati in più. L’aumento è del 50% rispetto alla settimana precedente. Il bilancio è positivo».

Quindi è andata bene secondo le vostre aspettative?
«Direi di sì e mi fa piacere sottolineare la qualità della consulenza, personalizzata, messa a disposizione dei cittadini che hanno partecipato o che hanno chiamato l’hotline. Ricordo in particolare la live chat con il medico cantonale Giorgio Merlani. Consulenza che proseguirà anche nelle prossime settimane».

Possiamo dire che il Ticino, già ben vaccinato rispetto ad altri Cantoni, ha conosciuto una progressione degna di nota?
«Non era scontato convincere nuovi cittadini ed è motivo di orgoglio esserci riusciti. Oggi siamo al 70,5% di ticinesi completamente vaccinati».

La Confederazione ha messo a disposizione 96 milioni, i Cantoni ne hanno richiesti 18. Segno che si è creduto poco?
«Inizialmente abbiamo chiesto 180.000 franchi per mettere in atto le misure che sulla base della nostra esperienza sono le più efficaci. Non si è trattato di un esercizio per spendere, ma per ponderare la spesa. Sono soldi dei cittadini che meritano rispetto».

C’è chi ha offerto da bere, da mangiare, addirittura la Fondue per attrarre. Voi avete escluso per principio il salamino o altre iniziative un po’ folcloristiche?
«Abbiamo preso atto di queste proposte che fanno discutere, ma non sono mai state un’ipotesi sul nostro tavolo. Sulla pandemia occorre proporre proposte serie, il coronavirus non merita banalizzazioni».

Nella passata settimana abbiamo visto un aumento dei casi. Difficilmente la Svizzera schiverà la nuova ondata?
«L’inverno è alle porte e la variante Delta è molto aggressiva. Dobbiamo proseguire lungo la strada imboccata, senza dimenticare che abbiamo uno strumento che ci permetterà di voltare pagina: la vaccinazione. Uno strumento in più e complementare, e non sostitutivo. Non dimentichiamo mai quanto imparato: l’igiene delle mani e l’uso della mascherina».

A proposito della mascherina recentemente si era ipotizzato un allentamento nelle scuole. Sarebbe stato un azzardo?
«Si valutano tutti gli scenari possibili ed è giusto immaginare un giorno di togliere la mascherina. Confermare la mascherina in questo momento credo sia però più ragionevole».

Ci sono Cantoni che per i giovani chiedono l’avallo dei genitori per il vaccino. Altri ritengono sufficiente la volontà del giovane o giovanissimo. Lei cosa ne dice?
«Le prassi divergono da cantone a cantone. Noi abbiamo sempre puntato sul dialogo del minore con i suoi genitori. In Ticino non abbiamo rilevato problemi, chiediamo sempre che il giovane (under 16) sia accompagnato da un genitore».

L’Ente ospedaliero cantonale ha deciso che tra le condizioni per le nuove assunzioni c’è la vaccinazione. Va bene così?
«Penso che sia una decisione comprensibile e condivisibile. Chi lavora in questo ambito tratta le persone più fragili e vulnerabili. È importante che chi cura queste persone lo possa fare senza rischiare di contagiare».

Ma c’è una potenziale disparità di trattamento. Quelli già in organico non sottostanno all’obbligo tassativo.
«Credo che sia giusta la linea che non porta allo scontro, permettendo a chi è già assunto di beneficiare del programma di test mirati e ripetuti. Organizzato ed offerto dal datore di lavoro».

Nelle scorse settimane il medico cantonale Giorgio Merlani ci ha detto: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo di pensarci». Lo comprende?
«Sì, lo capisco. E tengo a contraccambiare il senso di stima da lui espresso quando è stato suo ospite. Non è scontato, in altri cantoni ci sono stati medici cantonali che hanno abdicato. Una volta superata la pandemia posso immaginare che lui cerchi altri stimoli professionali. Ma da cittadino dico che sarebbe peccato: ci sono tanti temi importanti che, passata la pandemia, potrebbero vederlo ancora al fronte. La pandemia lo ha reso ancor più autorevole e riconosciuto ».

Mancano due settimane al voto sulla legge COVID-19. Teme che per la frustrazione (vista la crescita dei casi) i cittadini potrebbero bocciare il tema in votazione?
«Spero proprio di no. È essenziale la conferma della legge e guardando ai paesi che ci circondano, vediamo che chi ha tolto il certificato ha dovuto ritornare a misure forti. Sono fiducioso nella scelta dei cittadini svizzeri. Capisco la frustrazione, ma votando no non sparisce di certo la pandemia. Con un no avremo solo incertezza e instabilità, e cadrebbero gli aiuti economici».

Il tema lo avete discusso in Governo per vedere se c’era una posizione comune o sarebbe stata una battaglia persa (per il fronte del sì) già in partenza?
«La discussione fatta in Governo verteva sull’intero pacchetto, sui tre temi in votazione popolare. E il Governo ha deciso che su questo pacchetto non prendeva posizione. Non è stato fatto per chissà quale paura di maggioranze o minoranze. È stata una discussione serena. Poi ognuno può esprimersi singolarmente come meglio crede».

Però è un po’ deluso?
«No, non lo sono. Per prassi sui temi federali il Governo non prende posizione, tranne in rari casi. Le prese di posizione fanno poi senso se unanimi, non a colpi di maggioranze e minoranze».

Sta dicendo che sulla COVID-19 vi sareste spaccati?
«Non abbiamo fatto una discussione di merito sul tema».

Terminiamo con le sue passioni. Mi incuriosisce quella per gli scacchi. Da dove arriva?
«Dalla Scuola media di Lodrino e da un docente, Franchino Sonzogni, che aveva lanciato i programmi del doposcuola, gratuiti e a favore delle famiglie degli allievi che volevano cimentarsi con questo gioco».

In fondo anche la politica è una partita a scacchi...
«Ci sono analogie, ma anche differenze. Penso alla passione, alle emozioni, alla tenuta mentale e all’importanza di assumersi la responsabilità di ogni mossa».

Con gli scacchi ogni mossa è decisiva, in politica si ritratta...
«C’è una regola negli scacchi che dice: pezzo toccato, pezzo giocato. Lo scacchista sa che quando tocca un pezzo è obbligato a subire le conseguenze della mossa e la reazione dell’avversario. In politica non è sempre così. Ma io in politica non ragiono in termini di mosse. Negli scacchi si punta a dare scacco matto all’avversario. Io non interpreto la politica come fare delle mosse per dare scacco matto o battere l’avversario. Al centro metto sempre l’interesse dei cittadini».

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