La fuga dei cervelli, il «sandwich» e il rischio di fare la fine del salame

La domenica del Corriere

Il calo demografico e la partenza di molti giovani ticinesi oltre San Gottardo preoccupa e interroga la politica - Piero Marchesi: «La libera circolazione ha giocato un ruolo importante» - Manuele Bertoli: «Non dimentichiamo la nostra realtà geografica»

La fuga dei cervelli, il «sandwich» e il rischio di fare la fine del salame
Ospiti della puntata: Giorgio Fonio, Piero Marchesi, Alex Farinelli e Manuele Bertoli. Al centro Gianni Righinetti. © CdT/Chiara Zocchetti

La fuga dei cervelli, il «sandwich» e il rischio di fare la fine del salame

Ospiti della puntata: Giorgio Fonio, Piero Marchesi, Alex Farinelli e Manuele Bertoli. Al centro Gianni Righinetti. © CdT/Chiara Zocchetti

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«La fuga dei cervelli» è stato il tema del dibattito settimanale a La domenica del Corriere in onda su Teleticino. Il vicedirettore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti ha messo a fuoco un fenomeno che interroga e preoccupa: la partenza dei ticinesi a nord delle alpi. Ogni anno sono circa 800 coloro che partono per cercare fortuna altrove. Ma cosa li spinge oltre San Gottardo? Si tratta di una scelta di vita, formativa e di opportunità professionale, oppure alla fine, determinante rimane il salario? Dal confronto tra il presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli, il consigliere nazionale del PLR Alex Farinelli, quello dell’UDC Piero Marchesi e il vicepresidente del PPD, nonché sindacalista dell’OCST Giorgio Fonio, è emerso che tutto contribuisce. Il dibattito, poi, si è spostato sul sempre minato terreno del frontalierato e della libera circolazione, con un acceso botta e risposta tra il consigliere di Stato socialista Bertoli e il presidente dell’UDC Marchesi.

Avveniva già in passato
Ma proseguiamo con ordine. Per Bertoli «il fenomeno lo conosciamo dal profilo statistico, dai dati che ci vengono trasmessi. Ma va detto che non è tutto nuovo, lo abbiamo visto, anche negli anni Ottanta era una realtà e il Ticino è conosciuto come un cantone esportatore di cervelli. È chiaro che oggi il fenomeno ha un’altra proporzione e un’altra dinamica specie per noi che non siamo un centro metropolitano». La curva delle partenze sta risalendo, dopo che aveva conosciuto una flessione a metà degli anni Novanta con l’inaugurazione di USI e SUPSI. Per Farinelli «ci sono tanti che studiano e altri che lavorano. È un fenomeno complesso, ma credo che l’aumento sia dettato dalla crescita degli studenti, penso ad esempio alle donne, che un tempo erano molto meno. Realistico è poi dire che noi non abbiamo tutte le formazioni possibili. E questo lo ritengo un bene, fare quanto ci è possibile e farlo bene è meglio che fare tutto ma con minor profitto. È evidente poi che chi parte crea dei legami nuovi e da qui nasce la decisione di rimanere». Per Marchesi «è normale formarsi anche oltre San Gottardo, ma a preoccuparmi è che molti, una volta formati, vorrebbero tornare, ma le opportunità lavorative non lo permettono perché ridotte al minimo».

Intanto invecchiamo
Si è poi passati al frontalierato «che mette sotto pressione il nostro mercato del lavoro. Andare in Svizzera interna a formarsi e poi rientrare a lavorare era molto più facile un paio di decenni fa rispetto ad oggi. Offriamo pochi posti e meno retribuiti. La libera circolazione qui ha giocato un ruolo purtroppo importante ed è innegabile. Abbiamo creato posti di lavoro, ma solo una piccola parte è andata ai ticinesi», ha rimarcato Marchesi. Dal canto suo, Fonio ha affermato che «fare esperienze è un’opportunità, ma non posso non preoccuparmi quando lavorare oltre San Gottardo diventa un obbligo per vivere e non una scelta di vita. Il 40% di chi vive lontano lo fa perché le opportunità lo portano a non tornare più. Tutte persone che perdiamo dal profilo demografico. Siamo un cantone che invecchia, anche per effetto degli anziani svizzero tedeschi che vengono da noi e che perde cittadini, specie quelli giovani, che sono nel fiore della loro vita professionale e potenzialmente anche familiare. Così perdiamo la continuità della nostra società».

«Basta fandonie»
«La libera circolazione non può essere gestita, inutile raccontare fandonie» ha rilanciato Marchesi, «le misure fiancheggiatrici sono cerotti su una gamba di legno e anche il salario minimo non porterà a nulla e non ci sono strumenti per dire a chi assume di guardare prima al mercato interno». Insomma, maledetta libera circolazione ha rilanciato Righinetti: «Qui non si vuole vedere la questione. Le partenze sono legate spesso a opportunità di lavoro. Ad esempio, nel settore della chimica la piazza di Basilea sarà sempre concorrenziale, come Zurigo per il ramo finanziario. E a spostarsi sono anche i giovani nati oltre San Gottardo che vanno verso le grandi città. Ridurre tutto sulla libera circolazione fa sì che si guardi una parte del problema e non l’essenza della questione. Viviamo in un mondo e una realtà globalizzata, questa è la realtà. Sappiamo che non abbiamo tutte le formazioni e pretendiamo di avere tutti i possibili posti di lavoro. Questo è illusorio e contraddittorio», ha ribadito Bertoli. Per Fonio i dati oggettivi ci dicono «che il problema è più profondo. Sopra i 50 anni abbiamo il dato peggiore dei disoccupati».

Se si alza la marea...
Siamo ormai vicini all’applicazione del salario minimo, un meccanismo che rischia di schiacciare verso il basso anche i salari più elevati, ha chiesto Righinetti. Per Bertoli «questo non accadrà, non è mai successo quando i salari minimi sono stati adeguati con contratti collettivi. E anche perché, come diceva Kennedy, quando si alza la marea, tutte le barche si alzano e questo porta con sé diverse dinamiche. Chi sta sopra non accetterà di essere pagato come chi ha meno competenze. Altra questione sono quelle realtà economiche che non vogliono fare crescere le loro massa salariale. Ma qui si pone la questione se queste realtà hanno ancora ragione di esistere in Ticino. Mi riferisco a chi non può pagare i 19 franchi del salario minimo. Non dimentichiamo la nostra realtà geografica, l’effetto sandwich del Ticino è difficile da risolvere fino a quando non sarà un avvicinamento delle condizioni tra Lugano e Zurigo». A proposito di Sandwich, ha osservato Righinetti, chi rischia di fare la fine del salame? «Dobbiamo cercare di non fare noi la fine del salame».

Zurigo non è cara?
Bertoli ha aggiunto che «chi va a Zurigo prende di più ma paga di più». Una questione che ha infiammato il finale. «Non sono d’accordo – ha tuonato Marchesi – non è vero che la vita a Zurigo costa per principio di più. Ho l’esperienza di mia moglie e posso dire che i costi non sono più alti che da noi, ad esempio queste realtà si trovano alla periferia di Zurigo». Ma come la mettiamo con il caffè, ha chiesto Righinetti: «Questa è la sola reale differenza, ma costa meno ad esempio la cassa malati e la tassa di circolazione».

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