Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»

L’intervista

Il medico cantonale Giorgio Merlani è stato ospite de La domenica del Corriere per parlare del suo lavoro, della sua persona e del suo futuro - Una volta cessata la pandemia da coronavirus, sarà lontano dal compito attuale

Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»
Il medico cantonale Giorgio Merlani nello studio de La domenica del Corriere intervistato da Gianni Righinetti. ©CdT/Gabriele Putzu

Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»

Il medico cantonale Giorgio Merlani nello studio de La domenica del Corriere intervistato da Gianni Righinetti. ©CdT/Gabriele Putzu

Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»

Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»

Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»

Merlani: «Dopo la pandemia farò altro, ma non ho tempo per pensarci»

Quanto è cambiata la sua professione dallo scoppio della pandemia?

«È cambiata la vita di tutte le persone ed è stato così anche per me. Sono finito, mio malgrado, al centro dell’attenzione di tutti e sotto una discreta pressione. Una sfida imprevista e imprevedibile».

È ancora scioccante constatare che nel 2020 siamo entrati in una fase pandemica, o lo trova normale? Era prevedibile dal profilo epidemiologico che accadesse e solo noi cittadini ci stupiamo?

«Lo stupore delle persone è comprensibile. Dalla medicina moderna ci attendiamo sempre risposte senza avere sorprese o brutte sorprese. Facendo parte del gremio federale che si occupa di pandemie, questo tema mi ha sempre interessato. Per gli esperti è un tema noto, ricorrente, uno spauracchio che si conosce. Non è stata una sorpresa la pandemia, certamente lo è stata la portata, inattesa. Non si può mai sapere quando arriva e il suo impatto».

Arriveranno altre pandemie?

«A mio modo di vedere questi eventi saranno sempre più frequenti, anche per effetto della marcata mobilità umana e quella che possiamo definire l’invasione dei territori altrui: occupando sempre più spazi sulla terra, la mescolanza uomo-animale è sempre più inevitabile. Il coronavirus viene probabilmente da una razza animale ed è passata all’uomo, seppur di teorie sull’origine se ne siano sentite molte; sinceramente io non credo alla teoria della creazione in laboratorio».

Anche la scienza e la ricerca si sono trovate spiazzate di fronte al virus che ci ha colpito. Questo ci dice che la scienza non è infallibile e che c’è sempre un margine d’errore e comunque qualcosa di imponderabile in tutto quanto accade o ci accade?

«La scienza ha un metodo con il quale agisce ed è per natura lento, proprio perché richiede certezze che ci arrivano dagli studi e dal confronto. La scienza non è un pronto soccorso. Altra cosa è il livello di preparazione: si ipotizzano nuove malattie, certo, ma che poi arrivi un coronavirus per il quale occorra un metodo di lotta per ora sconosciuto e al quale non eravamo abituati, è davvero difficile da prevedere».

C’è stato un momento nel corso di questa pandemia nel quale si è detto «ho paura»?

«Dire no sarebbe incosciente e bugiardo per ognuno di noi. A me è accaduto soprattutto nella fase iniziale. Vedere la Cina e poco dopo la Lombardia e poi noi. La preoccupazione è stata davvero tanta».

Vedere la Cina e poco dopo la Lombardia e poi noi. La preoccupazione è stata davvero tanta

Oltre all’ambito lavorativo, chi è Giorgio Merlani?

«L’ho scritto su Twitter, sono un medico, affascinato dalla scienza e dalla vita. Il mio stimolo è sempre cercare una soluzione ai problemi di salute pubblica, nel limite delle mie possibilità».

Ha ancora stimoli?

«Credo di poter dire che in quello che faccio ho raggiunto lo stimolo massimo e sono un po’ al capolinea. Dovrò trovare cosa fare dopo questa sfida, perché più grande di questa spero di non averne più nell’ambito del compito di medico cantonale».

Allora sta pensando al suo futuro?

«In realtà non ho tempo per pensare ad altro. Prima l’ho detto ironicamente, ma mi rendo conto che più il tempo passa e più qualcosa matura. Una volta che l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) decreterà la fine della pandemia, come avevo detto al mio responsabile, mi cercherò un altro posto, farò altro».

È stufo lei o magari i cittadini di vederla?

«Dico che non posso chiedere e pretendere dal cittadino ticinese di rivedere la mia faccia tra tre anni a parlare di morbillo o di promozione della salute o altro. Credo sia giusto constatare che sono la persona di questa crisi, ma cosa farò una volta che questa sarà finita è ancora da vedersi. Sono convinto sia la vita a decidere per noi e non il contrario. Non avevo mai pensato di fare il medico cantonale fino a quando l’allora direttore della Divisione della salute pubblica Giovanni Petazzi mi aveva chiesto se ero interessato. Sul momento avevo detto di no, poi le cose sono andate diversamente».

Quando ha iniziato a profilarsi a livello professionale c’è stato chi ha puntato il dito affermando «Merlani intende candidarsi al Consiglio di Stato». Pensando al futuro si vede in politica?

«No, penso alla politica da cittadino comune. Candidarmi non è un mio obiettivo e non un mio interesse. Non mi ritengo tagliato, per fare il politico occorre avere un parere ad ampio respiro su molti temi e in tutti i campi. Ho conoscenze nel mio campo, su altri temi non mi sentirei la persona giusta. Non perché sono medico e non perché ho avuto visibilità, significa che debba essere in grado di fare il politico».

Riesce ancora ad avere una sua vita privata e familiare?

«Sì, di regola al mattino. Mi alzo presto e porto a spasso il mio cane godendomi un po’ di calma. È un momento fondamentale, una mezz’oretta di camminata che mi libera la mente e mi aiuta a riflettere. E abbiamo la colossale fortuna di vivere in Svizzera dove abbiamo un accesso rapido al verde e alla natura. Anche in quei momenti la testa è sul lavoro, ma è un momento mio che reputo essenziale. Ma essenziale è soprattutto la mia famiglia, mia moglie e i miei figli, che per un anno non ho praticamente visto, così come i miei genitori».

Candidarmi non è un mio obiettivo e non un mio interesse. Non mi ritengo tagliato, per fare il politico occorre avere un parere ad ampio respiro su molti temi e in tutti i campi. Ho conoscenze nel mio campo, su altri temi non mi sentirei la persona giusta.

Nel corso della prima ondata, quando tutti eravamo spaesati e spaventati, la politica aveva lasciato campo libero ai tecnici. Era tutto molto razionale: si valutava, si decideva, si agiva. Oggi ci sono troppe chiacchiere?

«Delle chiacchiere lo ha detto lei (ndr. reagisce sorridendo Merlani). Ma non rimpiango nulla, significherebbe tornare al momento in cui nessuno mai più vorrebbe. Il dibattito che c’è oggi comunque è positivo perché permettere di condividere la responsabilità delle scelte».

Il 23 febbraio 2020 lei disse frase che ancora molti le rinfacciano: «Diciamo che è molto più facile ritrovarsi a carnevale da parte a miss mondo, che non a qualcuno con un’infezione di questo tipo». Che effetto le fa oggi?

«Sono molto contento mi si rinfacci quella frase. Da un lato c’è chi solleva sempre quella dichiarazione. Il che significa che in un anno e mezzo di enormi altre cretinate non ne ho dette o fatte. Con il senno di poi, avrei potuto evitare di dirla. Poi la modalità con cui l’ho detta era infelice. Mi scuso ancora, specie con le donne perché mi rendo conto che era una formulazione che si prestava ad interpretazioni maschiliste».

Un altro momento topico è stato lo stop per la spesa agli «over 65» e la frase del comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi che invitava gli anziani ad andare in letargo. Quel concetto era già stato espresso o non lo aveva mai sentito?

«Non c’era tempo per fare dei briefing di comunicazione. Non ricordo fosse stata discussa o consigliata. Il concetto non era malvagio: restare chiusi e protetti fino a quando arrivava la buona stagione, comprendo che il significato letterario della frase sia diverso e mi dispiace sia stato mal interpretato».

La comunicazione, anche quella delle istituzioni, oggi viaggia via social. Prima della pandemia avrebbe mai immaginato di aprire un suo profilo su Twitter?

«Quell’ipotesi era prevista da tempo e mi era stata suggerita in un corso di comunicazione che ci invitava a parlare direttamente ai cittadini, come d’altronde è poi stato con le conferenze stampa in diretta. Quando ho fatto la vaccinazione ho voluto metterci la faccia ed è nato il mio profilo Twitter. Poi in realtà mi sono reso conto della deriva con i profili fake che sparano sentenze nascondendosi. Oggi questi li evito».

Ha fatto discutere il selfie dal suo ufficio e con sullo sfondo i manifestanti «no vax e no pass». Lei scrisse: «Ironico... passo il sabato in ufficio per lavoro dovuto alla pandemia... e centinaia di persone in piazza (rigorosamente senza mascherina) manifestano (diritto sacrosanto) contro le misure, tanto è un complotto! Ma sono l’unico stupido a credere che c’è ancora un problema?». Cosa vuole dire?

«Faccio fatica a considerarlo offensivo o sbagliato. Certamente sopra le righe e poco consono al mio ruolo. Ma l’intento era anche autoironico. Non critico la manifestazione, ma mi faceva specie lavorare, per di più il sabato, per la pandemia e la gente in piazza a negarla. Ho comunque imparato la lezione, di cui farò tesoro per il futuro».

Oggi tutti ritengono di essere esperti, basta raccogliere due informazioni su Google e il gioco è fatto. L’autodiagnosi e l’autocura quanto sono insidiose?

«Il dottor Google è conosciuto. Da una parte apre a qualcosa di positivo, come la medicina partecipativa. Ma diventa una deriva quando diventa un eccesso e si perde la fiducia nel medico per affidarsi esclusivamente a quanto viaggia su Internet. Ci sono informazioni affidabili e non affidabili. Il problema è che le informazioni sbagliate o dannose a livello di salute pubblica, generano effetti problematici. Ed è una grande sfida sanitaria, un pericolo quando ciò che è fuorviante diventa virale e seguito da un gran numero di persone».

Dietro il numero di 1.000 ci sono piccole e grandi tragedie. Ci vuole rispetto per chi è morto, per chi ha perso qualcuno e, aggiungo, anche per il personale curante vicino a queste persone

Veniamo ai prossimi mesi. Cosa fare, come comportarci tra no-vax e no-pass?

«La polarizzazione estrema è sotto gli occhi di tutti e questo non fa bene perché ci mostra un problema di società. I libri che hanno studiato le pandemie fanno testo di questa realtà. Quello che purtroppo accade è che quando si potrebbe uscirne la società si spacca. Sono stupito che accada in Svizzera dove le misure sono molto più soft rispetto ad altre nazioni che richiedono il pass anche per lavorare».

Le attività al chiuso tipiche dell’inverno la inquietano?

«Non nascondo di avere una certa preoccupazione. È plausibile pensare che in inverno ci sia una maggior presenza del virus e per questo sarei stato più propenso a non subordinare l’accesso al solo certificato, ma anche al mantenimento della mascherina, che oggi si dimostra essere utile e ben tollerata».

Il coronavirus è legato alla depressione e alla rabbia sociale. Come commenta?

«Che la pandemia abbia avuto e abbia tuttora un impatto sulla società è agli occhi di tutti. È evidente che questa perenne pressione crea una paura in generale. Il fenomeno lo avevamo previsto, anche per dare supporto a chi era al fronte. Certo è facile dare sempre la colpa a qualcosa, ma è innegabile che qualcosa di importante c’è stato. Non lo sottovaluterei».

Il 13 settembre in Ticino abbiamo raggiunto quota 1.000 morti causa coronavirus. C’è chi dice che questa sia statistica. Ma oltre i numeri ci sono le persone. E quanti morti saranno ancora?

«Mi asterrei dal fare previsioni. Ma il Ticino è stato fortemente colpito. Dietro il numero di 1.000 ci sono piccole e grandi tragedie. Ci vuole rispetto per chi è morto, per chi ha perso qualcuno e, aggiungo, anche per il personale curante vicino a queste persone. Penso agli operatori sanitari che hanno visto persone morire tra le loro mani senza poter fare nulla».

Il personale sanitario lo abbiamo applaudito, poi dimenticato e ora chiediamo loro il vaccino, la responsabilità. Come riordinerebbe questi tre elementi?

«C’è un filo logico. Li rispetto, hanno fatto l’impossibile e non lo dovremo mai dimenticare. C’è chi per settimane ha lavorato in ospedale senza vedere i suoi cari. C’era tanta paura, il loro lavoro è stato straordinario. Constatare che tra essi vi sono operatori non vaccinati è difficile da accettare; non tiro le orecchie, ma mi fa male. Loro hanno visto al fronte cosa accadeva e quei morti dovrebbero indurre a un po’ più di umiltà, anche da parte di chi ritiene di essere giovane e sano».

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