«Sogno che la gente ritrovi il gusto di parlare bene degli altri»

L’intervista

Il vescovo della Diocesi di Lugano Valerio Lazzeri ospite a «La domenica del Corriere» tra Natale, fatti del 2018 e un primo bilancio personale

«Sogno che la gente ritrovi il gusto di parlare bene degli altri»
Il vescovo Valerio ha parlato a ruota libera ospite di Gianni Righinetti su Teleticino. (Foto Reguzzi)

«Sogno che la gente ritrovi il gusto di parlare bene degli altri»

Il vescovo Valerio ha parlato a ruota libera ospite di Gianni Righinetti su Teleticino. (Foto Reguzzi)

Archiviata la frenesia che precede le feste, il Natale permette di prendersi un po’ di tempo per riflettere, condividere e affrontare con un pizzico di serenità i problemi che occupano la nostra quotidianità. Il 25 dicembre è però anche un giorno privilegiato e atteso dalla Chiesa cattolica per trasmettere e rinnovare il proprio messaggio a tutti i fedeli ma non solo. Un’occasione preziosa dunque anche per accogliere il pensiero del vescovo della Diocesi di Lugano, monsignor Valerio Lazzeri, di cui riportiamo integralmente l’intervista realizzata da Gianni Righinetti a «La domenica del Corriere» su Teleticino.

MELIDE - Iniziamo da un fenomeno di cui si sente parlare spesso in Ticino: la povertà. Nel nostro cantone esiste davvero?

«Quello di povertà è un concetto complesso e sempre molto relativo, poiché di difficile definizione. Però credo che basti vedere la velocità e le esigenze poste oggi alle persone, per capire come i più deboli e fragili facciano in fretta a trovarsi fuori; a non aver più un lavoro, a non godere più delle situazioni che permettano loro di sentirsi partecipi di una vita comune. E questa è la soglia della povertà, che credo rappresenti una realtà esistente anche in Ticino».

Cosa fa la Chiesa per alleviare le sofferenze e le difficoltà delle persone che non ce la fanno?

«Come sottolineato anche da papa Francesco fin dall’inizio del suo pontificato, la Chiesa non è una ONG che si occupa prioritariamente di risolvere problemi sociali. Però tutte le questioni che pesano sul cuore dell’uomo sono veramente care a tutti coloro che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo e cercano di portarne testimonianza in ogni tempo. In questo senso siamo sempre in ascolto di tutte le sofferenze e le risposte sono variegate. Da un lato da parte di associazioni, gruppi e istituzioni, ma dall’altro grazie a coloro che sono parte integrante della Chiesa: c’è tanto volontariato ad esempio. Per la Chiesa si tratta fondamentalmente di tenere viva nei cuori la percezione che c’è qualcosa da fare e soprattutto che la si può fare. Il tutto suscitando questo slancio per dedicarsi all’altro, a chi è svantaggiato».

Il vero fedele è colui che va a messa la domenica o riconosce anche un altro modo per essere un buon cattolico?

«Sono piuttosto restio a definire un fedele con degli elementi esterni, poiché non sono dei fattori in grado di dare a un individuo la possibilità di controllare se è dentro o fuori determinati standard. Non si tratta dei fattori cruciali. Il fedele è una persona che ha fede e che si è lasciato interpellare da una parola, credendo da un lato a una gioia che gli si è rivelata e dall’altro continuando a interrogarsi sul proprio ruolo, anche verso gli altri».

A Natale le chiese sono piene, ma non nel corso dell’anno. Questa situazione rientra nella normalità delle cose o la rende insofferente?

«Né una né l’altra cosa. Da sempre a Natale ci sono molte più persone che si sentono interpellate. Oggi credo che sia quasi ridotto a zero il numero di coloro che si recano a messa a Natale solo per moda o per vivere un’emozione superficiale. Sarebbe bello se questa buona presenza coincidesse con l’inizio di un cammino, ma posso dirmi già contento vedendo che queste persone si sentono richiamate e comprendono che a Natale qualcosa di speciale viene annunciato: un evento che continua a segnare la storia dell’umanità e diventa una nuova possibilità per la propria vita. È una proposta, un’offerta e chi la percepisce è benvenuto».

Il 7 dicembre di cinque anni fa è stato ordinato Vescovo della Diocesi di Lugano. Qual è il bilancio di questa sua prima parte di cammino in questo ruolo?

«Il mio è un bilancio d’immensa riconoscenza per tutto quanto trovato sulla mia strada, le persone con cui ho potuto collaborare e che hanno capito i miei errori e mi hanno aiutato. E poi una grande gioia di poter servire la Chiesa che mi ha generato la fede e di poterlo continuare a fare».

E in questi anni, dal suo osservatorio, cosa è cambiato in Ticino?

«Dei fenomeni che erano già presenti allora forse si percepisce un peso maggiore. Si tratta di processi che possono preoccupare: penso a una certa sfiducia crescente nella bontà di essere in relazione gli uni con gli altri, alla reticenza a esporsi o ancora alla fatica nel prendere decisioni che riguardano la vita. Ecco, dal mio osservatorio noto una linfa che non riesce a salire fino all’ultimo rametto dell’albero».

Perché?

«Ci sono tanti fattori. A partire dalla complessità delle cose, che ci dà tante opportunità ma anche pochi criteri per discernere. Situazioni globali più grandi rispetto a quanto il singolo percepisce di poter modificare con le proprie decisioni. Questo fa sì che le persone vivano sempre più frustrazioni, risentimenti, sensazioni di rassegnazione di fronte a scenario che appaiono difficili da decifrare e da affrontare concretamente».

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Lei è visto come un vescovo schivo, poco presenzialista. Si tratta di una percezione o da parte sua ridimensiona in qualche modo questa opinione?

«Anche da vescovo uno porta con sé la propria storia e umanità. Non sono mai stato qualcuno che desiderava essere in primo piano, né ho mai dovuto sottostare alla tirannia di coltivare un personaggio. Un vescovo sa che ha una missione e un servizio da compiere e rispetto a questa esigenza personalmente cerco di essere là dove il Signore mi chiede di testimoniare e manifestare prossimità verso coloro che ne hanno bisogno».

Ma quanto è cambiato il vescovo Valerio Lazzeri dal Valerio Lazzeri di cinque anni fa?

«Il cambiamento personale è stato sorprendente nella misura in cui ho avuto l’enorme possibilità di entrare in contatto con migliaia di situazioni umane. E se gli incontri sono veri è impossibile restare lo stesso. Se accogli la testimonianza di qualcuno che soffre o gioisce è evidente che tutto questo non ti lascia come prima. Quindi sì: sono cambiato tanto perché ho incontrato tante persone».

Il 2018 è stato intenso e per certi aspetti doloroso. Partiamo dal fallimento della testata di riferimento del mondo cattolico, il Giornale del Popolo. Come ha vissuto quei giorni?

«Sono stati giorni vissuti con grande tensione all’esterno. È stata una decisione difficile, che ha comportato tanti aspetti dolorosi per tutti, in particolare per chi stava perdendo il lavoro. Ma sono stati giorni trascorsi anche con la consapevolezza di aver preso con coscienza, e dopo aver soppesato tutti gli aspetti del caso, la sola decisione possibile in quel momento».

In un’intervista aveva dichiarato: «Se hai un franco non fai una spesa di due franchi». Il problema del GdP si può riassumere in queste poche parole?

«Non sta tutto qui naturalmente. Ma in quel momento la frase rifletteva bene come fosse necessario, vista la situazione contingente, un progetto concreto e realizzabile sul lungo termine. Andare avanti per qualche mese, buttando dentro tanti soldi, non era la giusta soluzione. Una cordata per salvare il GdP? Non ho mai avuto davanti a me un progetto concreto, ma solo delle ipotesi con le quali non potevo lavorare. Serviva una decisione chiara che non suscitasse false speranze o in alternativa delle garanzie solide per poter continuare almeno sull’arco di 2-3 anni».

Valerio Lazzeri è ritornato sul doloroso fallimento del Giornale del Popolo. (Foto Reguzzi)
Valerio Lazzeri è ritornato sul doloroso fallimento del Giornale del Popolo. (Foto Reguzzi)

Nei giorni più caldi c’è chi ha puntato l’indice verso di lei, rinfacciandole di non aver fatto abbastanza per scongiurare la fine del GdP. Si è sentito ferito?

«Capisco tutt’ora le persone che soffrono per le conseguenze di quella decisione. D’altra parte credo che in 4 anni ho potuto capire la complessità che stava dietro al quotidiano e quanto la Diocesi si era impegnata per farlo andare avanti. E dunque anche per comprendere che in quel modo non si poteva andare avanti: fra le mani avevamo uno strumento che di fatto era diventato un oggetto di lusso per la nostra situazione. Non mi meraviglio di coloro che si sono sentiti traditi, ma ho sempre cercato d’esprimere loro la mia solidarietà, riconoscendo la grave perdita e impegnandomi a fare il possibile per ripartire».

Un auspicio che ora si concretizzerà. Dal 12 gennaio con il Corriere del Ticino sarà distribuito l’inserto «Catholica». Quanto è importante ridare voce al pensiero cattolico in quella forma?

«Un’operazione molto importante. Da un lato risponde a un bisogno evidente degli ex lettori del Giornale del Popolo, rimasti orfani di uno strumento cartaceo per ritrovare riflessioni e iniziative della vita ecclesiale. Dall’altro penso che questo inserto potrà aiutare una parte dei loro fruitori a scoprire che ci sono anche altri canali della Diocesi che possono contribuire a non lasciare muti i cattolici ticinesi».

Il 2018 sarà ricordato per la serie di danneggiamenti a statue sacre che ha generato incredulità. Procura e polizia hanno individuato i responsabili, un 23.enne e un 24.enne che hanno già fatto ammissioni sostanziali. La giustizia farà il suo corso, ma qual è il messaggio del Vescovo rispetto a questa vicenda?

«A me dispiace per loro, perché non hanno trovato mezzi migliori per rispondere a un’esigenza che è difficile da determinare. Penso a un bisogno interno di trovare un’eco e un effetto nell’opinione pubblica rispetto al proprio agire. Non c’era nessuna sette o volontà di colpire la religione. Naturalmente mi è dispiaciuto, ed è stato sgradevole, che a essere attaccati siano stati simboli così profondamente cari alla coscienza dei fedeli. Ma ribadisco: a volte le motivazioni sono molto più immediate e forse talvolta andrebbe ascoltato di più questo senso di smarrimento che le persone hanno di fronte a una società nella quale non riescono a inserirsi o a esprimere in modo civile quello che hanno nel cuore. E certamente sono personalmente disponibile ad ascoltare queste persone».

Per giustificare certe deviazioni alle quali talvolta assistiamo spesso si dice che «sono lo specchio della società». Condivide?

«Mi sembra un modo per risolvere un problema che non si vuole affrontare personalmente. Alla fine il problema è sempre il cuore umano che deve trovare il modo di orientarsi dentro il guazzabuglio delle proprie sensazioni, paure e decisivo in questo quadro è la possibilità di entrare in contatto con la stabilità che ti fa vedere e giudicare meglio le cose esterne. Ma non penso che la società di per sé abbia tutte le colpe che le si vuole attribuire».

Che rapporto ha con i parroci che prestano servizio nelle comunità ticinesi?

«Di gratitudine, per la loro perseveranza e costanza nello stare a contatto giorno per giorno con le varie realtà. Talvolta con una certa apprensione perché vedo la difficoltà crescente di poter essere testimoni del Vangelo in una realtà che è così frastagliata e mi preoccupo che abbiano tutti gli strumenti per portare avanti una vita umanamente sensata. È facile che di fronte a un ministero sempre più esigente uno non trovi più l’equilibrio».

Veniamo al Natale, un giorno fatto anche di doni: farne e riceverne. Spesso è più gratificante regalare che aprire pacchetti trovando oggetti già in nostro possesso o che riteniamo inutili. Come lo spiega?

«Abbiamo un bisogno immenso di sentirci amati, e quindi di ricevere dei regali. Al contempo però abbiamo un’esigenza profondissima di amare. E credo che il piacere di fare dei regali venga da lì».

Insomma, spesso un abbraccio, una carezza e una bella parola rappresentano il dono più significativo?

«L’aspetto dell’umanità, del darci gli uni gli altri dei segni per sottolineare che siamo contenti che l’altro esiste, è fondamentale. È uno degli aspetti più belli dell’annuncio cristiano che è l’annuncio di un Dio che si fa uomo».

Cosa sogna e cosa auspica il vescovo per il 2019?

«Sogno che le persone trovino maggiormente il gusto di parlare bene degli altri. Anche quando magari non sono del proprio gruppo, partito, associazione, del proprio modo di pensare. Io auguro di non avere paura di dire qualcosa di bello che abbiamo visto nell’altro, perché questo potrebbe cambiare moltissimo nei nostri rapporti e riservare delle belle sorprese».

E a chi vive in Ticino cosa augura?

«Di vivere un Natale che porti una grande serenità e una grande capacità d’ascolto della personale realtà e di coloro che ci stanno accanto. Un Natale che possa davvero portarci a capire che il volto e il nome di ciascuno rimandano a un volto e un nome che hanno il sigillo di Dio».

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