Un simbolo di oppressione o un divieto che opprime?

la domenica del corriere

Il controverso tema dell’interdizione di dissimulare il proprio viso (l’iniziativa anti-burqa) è tornato a far discutere, ma questa volta sul piano federale - Il confronto tra Marco Chiesa, Nancy Lunghi, Marco Romano e Alex Farinelli

Un simbolo di oppressione o un divieto che opprime?
© CdT/Gabriele Putzu

Un simbolo di oppressione o un divieto che opprime?

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Per il Ticino è un ritorno al passato. Al 2013, quando la popolazione approvò a larga maggioranza (65,4%)il divieto di indossare il burqa nel nostro Cantone. Ora, tornando al presente, domenica 7 marzo i cittadini e le cittadine saranno chiamati anch’essi a esprimersi su questo controverso divieto. Insomma, in Ticino potrebbe fare da apripista per l’interdizione del burqa a livello federale. E come successo otto anni fa nel nostro cantone, anche su scala nazionale il dibattito è parecchio acceso. Lo scontro tra favorevoli e contrari al divieto di dissimulare il proprio viso è andato in scena anche a La domenica del Corriere dove, ospiti del vicedirettore Gianni Righinetti, erano presenti per i favorevoli Marco Chiesa (presidente dell’UDC nazionale) e Marco Romano (consigliere nazionale del PPD) e per i contrari Nancy Lunghi (co-presidente del Coordinamento delle donne della sinistra) e Alex Farinelli (consigliere nazionale del PLR).

Tra federalismo e Costituzione

Per ovvi motivi, il dibattito si è a lungo concentrato sul ruolo della donna: per i favorevoli il burqa rappresenta la negazione della donna ed è quindi giusto imporre un divieto, per i contrari si tratta invece dell’ennesimo tentativo di limitare la loro autodeterminazione. «Il burqa non è un’espressione religiosa, bensì il simbolo della negazione della donna», ha esordito Chiesa, ricordando che anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha rigettato un ricorso in merito, affermando che l’interdizione del burqa «ha a che fare con la civile convivenza, con il tipo di società che un Paese sceglie».

Di parere diametralmente opposto Lunghi: «Sono ovviamente contraria all’oppressione femminile. Ma non è con un divieto che si liberano le donne». Anzi, ha aggiunto, «così facendo da una parte si puniscono ulteriormente le donne (dando loro una multa o costringendole a casa) e dall’altra si viola il diritto all’autodeterminazione di quelle che scelgono di indossarlo». Per Romano, invece, il dibattito non andrebbe limitato a una questione di religione o di libertà: «Si tratta di un discorso generale sulle regole del vivere insieme. E in una società come la nostra basata sul reciproco rispetto, non è tollerabile che una sua componente mascheri il proprio viso». Secondo il consigliere nazionale del PPD, «dopo aver osservato risultati diversi a livello cantonale (ndr, alcuni Cantoni hanno bocciato simili proposte), ora finalmente il quesito giunge sul piano federale. Serve una soluzione omogenea». Ma su questo punto in particolare si è opposto Farinelli: «Va fatta la premessa che non sono certo favorevole al burqa. Ma ritengo che su un tema che in realtà non riguarda la popolazione residente, bensì qualche turista, siano i cantoni a dover decidere se vogliono o meno introdurre delle regole». Il consigliere nazionale liberale radicale ha poi sottolineato che «lo spauracchio dell’islamizzazione della nostra società, paventato una quindicina di anni fa con la votazione sui minareti, non si è mai realizzato. Sembrava che la Svizzera sarebbe stata conquistata nel giro di pochi anni, ma in questi 15 anni non abbiamo assistito a questo fenomeno. E laddove non c’è un problema, non è necessario introdurre delle regole a livello nazionale».

Dal canto suo, Chiesa ha però sostenuto il contrario: «Stiamo parlando dei valori che vogliamo portare avanti, dei principi che vogliamo difendere. Non possiamo lasciare ai cantoni questi importanti quesiti. Vanno iscritti nella Costituzione. Le forme retrograde di estremismo non devono poter avere domicilio da noi». E proprio riguardo all’estremismo, Lunghi ha voluto controbattere, rimarcando che «non è con una lotta ai simboli che si riuscirà a fermarli: l’unica cosa certa che si sta creando con questa politica simbolica dei partiti conservatori di destra è l’esclusione e la discriminazione di tutta la comunità islamica, che nel nostro Paese è tra le meglio integrate in tutta Europa». Ma come arginare, allora, gli estremismi? ha chiesto Righinetti alla co-presidente del Coordinamento donne della sinistra. «Se davvero si vuole evitare l’insorgere di questi fenomeni - ha risposto Lunghi - allora bisogna dialogare con le autorità religiose locali, per affrontare i problemi insieme».

Romano ha poi voluto evidenziare che gli estremismi esistono a sinistra come a destra, «ma il dialogo presuppone di guardarsi negli occhi, parlarsi liberamente e farsi riconoscere». Per Farinelli, invece, «si sta dando un’importanza all’iniziativa ben maggiore della sua reale portata. In Svizzera non abbiamo di questo tipo di problemi e non ci sono segnali che potrebbero presentarsi in futuro. E se poi un domani le condizioni dovessero cambiare, allora si potrà ancora intervenire».

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