Diario dal carcere

La domenica

L’incubo di Paolo Clemente Wicht iniziò una mattina d’agosto: uscì per comprare il pane, finì alla Farera

Diario dal carcere
© Ti-Press/Benedetto Galli

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L’incubo è iniziato una mattina d’agosto. «Volevo uscire di casa per andare a comprare il pane - racconta Paolo Clemente Wicht -. Sono andato giù a prendere l’auto ma sul posteggio mi sono trovato davanti dieci poliziotti».

E addio gipfel, c’è stato il penitenziario della Farera. «La mia vita è stata tranciata di netto - dice -. In quei momenti non puoi fare niente, non puoi provare a spiegarti, non puoi telefonare a nessuno. È come essere travolto da una valanga. Sei immerso sotto la neve, percepisci di essere ancora in vita ma non sai se hai la testa in su o in giù. Non sai dove andare. Non hai più alcun riferimento».

Di punto in bianco, Paolo Clemente Wicht è stato costretto ad abbandonare la sua confortevole vita per essere sbattuto in una cella. Ingiustamente, come è emerso questa settimana, dopo oltre tre anni di inchiesta. Il procuratore pubblico Daniele Galliano, che ha ereditato l’inchiesta dall’ex pp Andrea Minesso, ha infatti firmato un decreto d’abbandono che scagiona Wicht da tutte le accuse più pesanti, in primis quella di essersi appropriato di 7 milioni di franchi contesi dall’ex moglie.

La gogna mediatica
Wicht non ha né rubato né truffato. È semplicemente stato travolto da un divorzio astioso, con denunce e controdenunce, come ce ne sono tanti. Nel suo caso però ha dovuto trascorrere 99 giorni in carcere (e subire una gogna mediatica sproporzionata). «Sono stato sbattuto in prima pagina su tutti i media della Svizzera - ricorda -. La televisione svizzero tedesca e quella romanda hanno coperto la notizia come se fossi ancora un leader politico in piena azione, quando invece da otto anni non partecipavo più nemmeno a una riunione. Se non avessi mai fatto politica, tanto più per l’UDC, non sarei stato trattato in questo modo».

A un certo punto dell’inchiesta, nell’ottobre 2018, sembrava quasi che Wicht fosse al centro di una delle più gravi vicende giudiziarie degli ultimi tempi. Tutti ricorderanno in particolare l’arresto dei suoi due avvocati in Via Nassa, a Lugano. Un episodio quasi cinematografico, che fece assumere all’intera vicenda un’aria «pesante».

Dalla sua cella, Wicht non poteva che subire in silenzio. «Grazie a Dio ho tenuto duro - afferma - ma capisco che ci sia chi non regge e cade nel baratro. Ti ritrovi nel tritacarne, additato come un criminale, quando sai benissimo che sei innocente. È una situazione che può distruggerti psicologicamente».

I consigli ai carcerati
L’ex presidente UDC, da inguaribile ottimista, ha cercato di dare un senso alla sua situazione. «Durante il periodo di carcerazione - spiega - ho scritto 16 poesie, che ho racchiuso in una piccola pubblicazione privata per gli amici. Poi ho scritto un diario, più che altro per tenermi vivo durante questi 99 interminabili giorni. Magari un giorno diventerà un libro, quando tutta questa vicenda sarà archiviata».

Durante il periodo trascorso dietro le sbarre Wicht ha anche cercato di rendersi utile. «Approfittavo dell’ora d’aria per camminare - racconta - ma anche per aiutare i miei compagni di sventura. Sapendo che ero giurista, molti carcerati mi sottoponevano le loro domande. Mi chiedevano chiarimenti. E io, nel limite del possibile, ho cercato di dare loro delle risposte. È stato un modo per dare un po’ di senso a un’esperienza che nessuno vorrebbe mai vivere».

I veri amici
Però ciò che non uccide rafforza. «Oggi sono una persona diversa - afferma -, ho una scala di valori completamente differente. Inoltre queste esperienze ti permettono di fare una certa selezione. Ci sono persone che pensavi fossero tue amiche ma spariscono. Altre persone con cui magari avevi solo una relazione marginale invece ti mostrano tutta la loro vicinanza».

Ed è indispensabile, quando si affronta un’esperienza del genere, potersi appoggiare a qualcuno. «Il mio angelo custode - afferma Wicht - è stata la mia attuale compagna. È grazie a lei che ho potuto contare sull’avvocato Elio Brunetti, che mi ha aiutato a dimostrare la veridicità della mia tesi. Affidarmi a Brunetti, dopo la pessima esperienza con i miei due legali precedenti, è stato come uscire da un incubo». Non solo. Wicht cita altri amici e conoscenti che gli hanno creduto anche nei momenti in cui il mondo intero sembrava avergli voltato le spalle. «Sono grato anche all’ex procuratore generale Bruno Balestra - dice - che mi ha ospitato a casa sua per tre mesi dopo essere uscito dal carcere, aiutandomi a ripartire».

Perché alla fine Wicht non può che guardare avanti. «Sono stato rovinato economicamente - conclude - oltre che moralmente e professionalmente. Ma non nutro né spirito di vendetta né odio. Non voglio negatività dentro di me. Quando si affrontano delle esperienze così dure, si impara una certa filosofia di vita».

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