«Facevo kebab, ora sono in parlamento»

La Domenica

Intervista a Mustafa Atici, il primo ad aver aperto un locale specializzato in kebab a Basilea, oggi consigliere nazionale socialista

«Facevo kebab, ora sono in parlamento»

«Facevo kebab, ora sono in parlamento»

Mustafa Atici ha iniziato farcendo panini. È stato lui ad aprire il primo locale specializzato in kebab a Basilea, nel 1996. Da allora ha fatto tanta strada. Oggi gestisce alcuni punti di ristorazione al St. Jakob-Park, dando lavoro a più di trenta persone. E dal 2019 è consigliere nazionale per il Partito socialista. «Credo nella giustizia sociale - dice -. E mi spiace che ci siano compagni di partito che criticano gli imprenditori a prescindere».

Signor Atici, lei è arrivato in Svizzera all’età di 23 anni. Qual è il più grande ostacolo che ha incontrato?

«La lingua, perché per il resto è stato piuttosto facile integrarsi, in Svizzera è tutto ben organizzato e definito. Per superare l’ostacolo linguistico invece ho dovuto faticare parecchio. Ma non mi sono scoraggiato. Appena arrivato a Basilea, mi sono abbonato alla Basler Zeitung. Volevo a tutti i costi imparare la lingua».

Mi sembra che lei oggi parli bene tedesco.

«Forse a volte fatico a cogliere certe sfumature o a trovare l’espressione giusta. Ma sono fiero del percorso che ho fatto. Quando sono arrivato non sapevo nemmeno una parola di tedesco, oggi sono in grado di scrivere rapporti. E leggo tantissimo. Penso di aver letto più libri in tedesco rispetto ad altri colleghi, di cui preferisco non fare i nomi».

Si riferisce per caso al suo collega Andreas Glarner (UDC)? Lui dice di non capirla quando lei si esprime in parlamento.

«Io non posso cancellare la mia storia. Sono arrivato a 23 anni in questo paese. Mi impegno ovunque sia possibile, creo posti di lavoro, pago le tasse, faccio volontariato, motivo molte persone a integrarsi. Faccio tanto per questo paese. Penso che i contenuti siano più importanti della perfezione linguistica».

Lei capisce il signor Glarner?

«Io ascolto tutti e rispetto tutte le opinioni, anche quelle dei parlamentari UDC. Però penso che se non dovessi capire il signor Glarner non mi perderei niente».

Crede che ci siano persone che usano il dialetto come «arma» di difesa?

«Forse ce ne sono, ma non darei loro troppo peso. In Svizzera sono molto più numerose le persone che si impegnano per l’integrazione e in tanti altri ambiti rispetto alle persone che passano il tempo a criticare».

In che modo le sue origini straniere possono essere un vantaggio?

«Conoscere diverse culture è senz’altro un arricchimento. Permette di capire meglio le persone, di essere più aperti, di prendere esempi positivi dagli altri».

Lei è un imprenditore ma milita a sinistra. Perché?

«Perché credo nella giustizia sociale. Purtroppo la destra fa spesso una politica economica rivolta principalmente alle grandi aziende. In tanti pensano che facendo pagare poche tasse alle multinazionali, tutta l’economia ne possa trarre beneficio. Ma non è così».

Che politica difende lei?

«Io difendo una politica che faccia l’interesse di tutti. A Basilea mi sono battuto molto per l’introduzione del salario minimo. Credo che pagare bene i lavoratori sia nell’interesse di tutti, anche degli imprenditori».

Lei è attivo nel settore della gastronomia. Non teme che con il salario minimo alcune attività potrebbero essere costrette a chiudere?

«Un buon imprenditore sa che i dipendenti sono l’aspetto più importante in un’azienda. Posso avere un ristorante in una zona centrale, ma se i miei dipendenti lavorano male perché sono pagati male, i clienti non torneranno».

Perché quasi tutti gli altri imprenditori fanno politica a destra?

«Purtroppo a sinistra ci sono persone che sono critiche verso tutti gli imprenditori a prescindere. Io lo trovo sbagliato. A destra invece si tende a guardare solo al profitto. Anche questo lo trovo sbagliato. In una società ci sono persone più o meno fortunate, più o meno privilegiate. L’obiettivo dovrebbe essere che tutti possano stare bene».

Che interesse ha il ricco a spartire i propri beni con il povero?

«Tanti esempi nel mondo dimostrano che se si accresce troppo il divario tra ricchi e poveri, non si va mai lontano. Le disuguaglianze fanno crescere l’insicurezza e la criminalità. Noi imprenditori dobbiamo contribuire alla soddisfazione sociale. Si parla sempre di clima, ma anche il clima sociale è importante».

Più importante del clima terrestre?

«Entrambi sono importanti. Ma se non c’è un buon clima sociale, neanche l’altro può funzionare. Se le persone non hanno soldi, non stanno a riflettere se riscaldare la casa con olio combustibile o con una pompa di calore, non stanno a guardare se i pomodori sono bio o no. Prenderanno ciò che possono permettersi».

L’anno scorso i media hanno riferito di un’inchiesta nei suoi confronti in Turchia per sostegno a un’organizzazione terroristica. Come è finita?

«Non so quali fonti avessero i media che hanno riferito tale notizia. Non è un mistero che io sia molto critico nei confronti dell’attuale governo turco. Ma non mi risulta di essere mai stato indagato».

Può tornare liberamente in Turchia?

«L’ultima volta ci sono stato in ottobre, per trovare mia madre. Non ho avuto problemi».

Perché lei ha scelto di vivere in Svizzera e non in un altro paese europeo?

«Sono venuto in Svizzera con l’idea di continuare gli studi e poi tornare in Turchia. A Basilea avevo già due mie sorelle, che gestivano alcune attività commerciali e che potevano ospitarmi. Appena arrivato sono rimasto subito impressionato da questo Paese, dove tutto era ordinato, pulito, chiaro. Dove la gente era educata per strada. Così ho deciso di restare. Oggi su nove fratelli e sorelle, in sette siamo a Basilea, una in Inghilterra e un’altra in Germania».

La Svizzera è ancora il paese di trent’anni fa?

«Sì, è ancora un paese fantastico. Qui quasi tutti hanno un lavoro, c’è sicurezza sociale, le persone hanno fiducia nelle istituzioni. È un paese che offre tante possibilità a chi si impegna. Io ne sono un esempio».

Lei è favorevole all’adesione all’UE?

«Io sono favorevole a una relazione molto stretta con l’UE. In questo momento l’adesione non è uno scenario realistico, tuttavia non escludo che lo possa diventare in futuro».

Chi è il suo modello politico?

«Ho sempre apprezzato molto Helmut Hubacher, che ho avuto il privilegio di conoscere. Era un uomo capace di ascoltare, un politico che ha fatto molto per le istituzioni sociali».

Conosce Murat Yakin?

«Certo, da quasi vent’anni. Murat è come me, una persona che si impegna a fondo. Lo stimo molto, sono fiero di lui e della Nazionale».

Perché nel calcio le persone con origini straniere hanno più facilmente successo che in altri ambiti?

«Nel calcio gli esempi positivi emergono in fretta. Molti giovani hanno visto Türkyilmaz, Sforza, Yakin o Shaqiri e sono stati motivati a seguirne l’esempio. Anche nell’economia, nella cultura o nella politica ci sono esempi positivi. Ma è molto più difficile far diventare popolare un Mustafa Atici che un Murat Yakin».

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