«FC Lugano? Che delusione il mio esonero»

L’intervista

L’oramai ex allenatore bianconero si racconta: da Rio de Janeiro al Ticino con il calcio quale costante

«FC Lugano? Che delusione il mio esonero»
© CdT

«FC Lugano? Che delusione il mio esonero»

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Tranquillo. Deluso e un po’ arrabbiato. Questi gli stati d’animo di Abel Braga raccolti all’indomani del suo esonero. Noi lo avevamo incontrato in una calda giornata di fine estate nel suo ufficio situato nel grembo della tribuna vecchia di Cornaredo. Ci aveva raccontato del suo ambientamento a Lugano, di un gruppo di ragazzi fantastico. Di un’organizzazione i cui membri sono mossi da una grande passione. Insomma, Braga racconta Braga. Gioviale e musicale. Non presago del fulmine a ciel sereno che sarebbe caduto qualche giorno più tardi. Sulla sua testa. Nel suo cuore. «Ma la vita continua», ci ha poi detto.

Da Rio de Janeiro, sua città natale, a Lugano, definita la «piccola Rio». Piacerà all’uomo che per mestiere ha vissuto a lungo lontano da casa nelle più svariate parti del Brasile e del mondo? Prova magari saudade, la malinconia tipica degli abitanti del suo Paese?
«No, a dire il vero no. Dovete sapere che sono un amante della carne e del vino rosso. Qui sto apprezzando il Merlot del Ticino, davvero molto gradevole e le serate estive in un paio di grotti del Luganese e del Mendrisiotto. Sono anche entrato in contatto con persone originarie del mio paese, con le quali ci siamo recati qualche volta in una churrascaria di Como dove è possibile gustare il churrasco, la típica grigliata a base di vari tipi di carne. Forse è questo il mio modo di rimanere in contatto con la mia terra. E poi qui a Lugano sono stato accolto davvero molto bene e non ho avuto tempo per pensare alla distanza».

Abel Braga ha interessi che esulano dal mondo calcistico.
«Leggo molto. Dagli autori brasiliani a libri di saggistica riguardanti i popoli del mondo. Ho letto e sto leggendo parecchi libri riguardanti il mondo arabo. Lo sapete, per diversi anni ho vissuto ad Abu Dhabi, negli emirati Arabi Uniti. Con mia moglie siamo soliti camminare tenendoci per mano e in quel Paese questo modo di comportarsi è un problema. Leggo per capire, sono interessato a conoscere la mentalità delle genti. Poi mi piace andare a pescare. Sorprendente vero? Tutte attività che non riguardano il mondo del calcio e che possono portare a chiedere se io sia un allenatore».

Non solo letture ed uscite per pescare.
«A casa, a Rio de Janeiro, suono il pianoforte. Sono cresciuto in un ambiente musicale. Mia madre lo suonava mentre mio padre era un grande appassionato di Seresta (serenate di carattere sentimentale cantate di notte, per strada, con fermata obbligatoria davanti alle case delle innamorate, ndr). Da ragazzo ho preso lezioni, ma poi ho smesso e ora suono a orecchio. Su un pianoforte regalatomi da mia moglie qualche anno fa, in occasione della festa degli innamorati, che in Brasile cade il 12 giugno. Sono un appassionato della música popular brasileira (MPB), Ivan Lins è il mio cantante preferito, unitamente a Chico Buarque, un amico e supertifoso della Fluminense».

Ecco. All’inizio dell’incontro, scherzando, ci eravamo ripromessi di non parlare di calcio. Allora, com’è possibile che un allenatore del suo calibro si trovi nella piccola Svizzera e in un club che è un puntino nel panorama calcistico intercontinentale?
«Quando la precedente dirigenza mi ha offerto l’opportunità di allenare in Svizzera non ci ho pensato un attimo».

Ci spieghi meglio.
«Nel 1985, al mio primo anno da allenatore con il Botafogo, partecipammo - vincendolo - al Philips Trophy a Berna, un torneo a 4 squadre che comprendeva anche Young Boys, Servette e Borussia Mönchengladbach. Qualche anno più tardi ero tornato nel vostro Paese, a Zurigo. Nei giorni trascorsi in Svizzera ero rimasto impressionato dal paesaggio, dalle montagne bernesi, da Zurigo e il suo lago. Immagini che mi sono rimaste dentro. Per Lugano poi, tutte le persone con cui ne ho parlato me ne hanno sempre parlato bene, a partire da Junior e Toninho Cerezo, che giocando nella Serie A italiana (Pescara e Torino il primo, nella Roma e nella Sampdoria il secondo, ndr) avevano reso visita alla città».

Sono rimasto molto impressionato dall’intensità del gioco presente nel campionato svizzero, non c’è un attimo di tregua

Se il gioco è identico ovunque, quale calcio ha incontrato in Svizzera?
«Sono rimasto molto impressionato dall’intensità del gioco presente nel campionato, non c’è un attimo di tregua. Parlando del calcio in termini più generali, si è passati da un calcio più tecnico, ma meno aggressivo, a un modo di giocare in cui tecnica, intensità e aggressività sono portati ad altissimi livelli; massima espressione di quanto dico penso sia il Bayern di Monaco, una squadra in cui tocco di palla e preparazione fisica si combinano perfettamente. Il risultato di una programmazione messa in atto dalla Federazione tedesca che ha investito molti soldi nella formazione di base».

Qual è la sua filosofia di gioco? Se può rivelarla per non dare informazioni utili agli avversari.
«Il Lugano d’inizio campionato penso abbia dato una prima risposta. Possesso palla, pressing alto. Personalità. Con qualche sbavatura di troppo nella fase difensiva, certo non prevista durante le sedute di allenamento. La soddisfazione massima per me come allenatore è vedere che quanto provato in settimana poi viene applicato in partita. È inoltre molto importante creare uno spirito di gruppo a tutti i livelli. In tal senso, qui ho trovato ragazzi fantastici e, al di là delle difficoltà, una società mossa da una comunità d’intenti».

Una curiosità, inerente al suo ruolo. Non sarebbe meglio dirigere la squadra dalla tribuna? In panchina non si ha una visione globale...
«No, no. Detto tra noi, provo molto più piacere ora ad allenare e vedere come gioca una squadra da bordo campo, di quanto ne provassi giocando. In panchina vivo la partita con i giocatori, si trasmettono emozioni. E poi ho ancora una buona vista».

Scorrendo il suo curriculum di allenatore si evince che in 36 anni da allenatore ha cambiato panchina 40 volte. È forse «desossegado», inquieto?
«Non cambio perché sono inquieto, ma quando vedo che in un club non c’è una situazione corretta, allora sono disposto a cambiare aria. Sono una persona trasparente, parlo chiaramente e mi assumo le responsabilità di ciò che dico. Nel mondo del calcio seguo principi chiari. Il rispetto nei confronti dei tifosi, che i giocatori abbiano un comportamento idoneo dentro e fuori dal campo, e che le relazioni siano ben definite. Ricordo che un anno, alla Fluminense, vi era stato un problema con i versamenti dei salari ai giocatori. Erano sorte discussioni con la dirigenza tali, che ad un certo punto me ne sono andato».

Ne ha allenate tante, mai però la Seleção Brasileira.
«Un’opportunità a dire il vero l’ho avuta. È stato nel 2006, dopo aver vinto la Coppa del mondo per club sconfiggendo 1 a 0 il favorito Barcellona. Per succedere a Carlos Alberto Parreira sulla panchina, erano girati soprattutto due nomi, tra cui il mio (l’altro era Muricy Ramalho, ndr). Poi è stato scelto Dunga».

La mitica maglia della Nazionale invece l’ha indossata...
«Per me è stato un onore aver potuto indossare per 5 volte la maglia verdeoro da giocatore, anche se solo una volta da titolare a Wembley. Essere selezionato tra i 22 per i Mondiali del 1978 in Argentina, è stato fantastico. La realizzazione di un sogno di bambino. Nel mio ruolo poi, vi era Oscar, un grande difensore centrale che in quel Mondiale non sbagliò nulla».

Che giocatore ero? Le assicuro che qualche blu sulle game se lo sarebbe ritrovato

Ricordiamo quel mondiale. E il clamoroso risultato della partita Argentina-Perù (6-0), prevista in concomitanza di Brasile-Polonia (3-1) e poi «misteriosamente» posticipata dopo averne conosciuto l’esito. Conseguenza: argentini qualificati per la differenza reti. Ha digerito l’episodio?
«È stato deprimente! Eravamo davanti alla TV e gol, gol, gol, gol... Sapevamo della dittatura, si percepiva che in un modo o nell’altro l’Argentina avrebbe dovuto vincere il Mondiale».

Abelão, come viene soprannominato per via della sua stazza, ha iniziato a giocare con gli amici sulle strade di Rio per poi entrare nelle fila della Fluminense a 15 anni. Che tipo di giocatore era?

«Pensavano fossi un attaccante, ma quando mi sono presentato nel club ho detto, ‘sono un difensore’. Così ho iniziato a giocare come difensore centrale. Lei mi ha detto di avere giocato a calcio. Che giocatore ero? Beh, le assicuro che qualche blu sulle gambe se lo sarebbe ritrovato».

Domanda per tifosi della Seleçao d’antan. Anni Settanta. Quelli del Brasile di Pelè, Gérson, Felix, Tostão, Jairzinho, Rivelino... Che squadra, e lei li ha incrociati tutti.
«Con Pelè che giocava in modo tale da sembrare quasi surreale. Piede destro, sinistro, elevazione, velocità d’esecuzione, potenza... Il più grande. Nel mio ruolo, in quella squadra giocava Brito, per me un modello, mentre di Rivelino ho un ricordo personale. Abbiamo giocato insieme nella Fluminense e dormivano nella stessa camera d’albergo in occasione delle trasferte. Un grande giocatore e uomo, un amico».

Di amici ne ha molti, anche gli arbitri? Sono note alcune controversie con loro in Brasile.
«Mai in carriera ho attribuito la responsabilità di una sconfitta a un errore arbitrale. Sbagliano i giocatori, sbaglia l’allenatore, perché un arbitro non potrebbe sbagliare? Li rispetto molto... Amigos, abbiamo detto un’ora per l’intervista...».

Triplice fischio finale. Come avete letto, nel testo abbiamo inserito termini in lingua portoghese. Sì perché all’incontro ci siamo presentati con un interprete, Paolo Poretti. L’intervista si è così svolta nella lingua materna di Abel Braga, ricca di colori e musicalità, come il carnevale di Rio.

«Ah no, non amo molto il carnevale! O meglio, non amo molto la sua musica. Preferisco suonare il pianoforte nella mia casa a Leblon (uno dei quartieri esclusivi di Rio, ndr). Sulle note di Ivan Lins e del mio amico Chico Buarque: O que será que será/ que vive nas idéias desses amantes/ que cantam os poetas mais delirantes... ».

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