Il dilemma etico del pass COVID

Il confronto

Quattro personalità del mondo accademico si confrontano sul significato del certificato fra libertà, obblighi e limitazioni

Il dilemma etico del pass COVID
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Il dilemma etico del pass COVID

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Francesca Rigotti scuote la testa. «Questo è un ricatto bello e buono - sostiene la filosofa che insegna all’Usi -. Paradossalmente, sarebbe stato più corretto imporre la vaccinazione obbligatoria piuttosto che nascondersi dietro a un certificato».

Alberto Bondolfi replica. «Ho perso due compagni di scuola elementare - dice il professore emerito di etica alle università di Ginevra e Losanna - ai tempi in cui la vaccinazione contro la poliomielite non era ancora obbligatoria. La salute pubblica è un bene che lo Stato deve tutelare. Anche attraverso l’introduzione di obblighi e limitazioni».

Markus Krienke condivide. «Per me il pass Covid è uno strumento di libertà - afferma il professore di etica sociale alla Facoltà di teologia di Lugano -, perché permette di accelerare il ritorno alla vita normale, anche per chi non è vaccinato. Il certificato Covid non sarà forse la soluzione ideale, ma è sicuramente la più realista».

Fabio Merlini aggiunge. «Io mi sono vaccinato perché ritengo sia un gesto di responsabilità - dice il filosofo e direttore della sede di Lugano dell’Istituto universitario federale per la formazione professionale -. Non mi sento però di condannare chi ha deciso altrimenti. A mio parere è importante cercare di non ghettizzare i non vaccinati. Non è isolandoli che li si convincerà della bontà del vaccino».

Tema eticamente controverso
Come sembrano lontani i tempi della solidarietà, degli applausi, dell’unità. Ora, dopo un anno e mezzo di pandemia, ogni misura diventa oggetto di scontro. Compreso il certificato Covid, un tema controverso anche per gli esperti di etica. Tutti riconoscono che la sua estensione a quasi tutti gli spazi chiusi comporta delle criticità. Ma poi ognuno pesa queste criticità con la propria bilancia.

«Questo è un dibattito che purtroppo sta spaccando la società - osserva Krienke -. Dobbiamo tutti impegnarci per evitare che questa spaccatura perduri anche quando la pandemia sarà finita. Però d’altra parte lo Stato non può rinunciare ad intervenire solo per la paura di creare divisioni._Se non facesse niente per contrastare il Covid-19, le conseguenze per la società sarebbero molto più gravi».

Il certificato Covid può insomma essere visto come il minore dei mali. «La nostra vita è piena di limitazioni - nota Bondolfi -, è un’illusione pensare che i cittadini possano fare quello che vogliono. Tuttavia non si tratta di limitazioni arbitrarie. Lo Stato ha introdotto i limiti di velocità sulle strade per ridurre il numero di incidenti, ha reso obbligatoria la cintura di sicurezza per salvare vite umane. Anche nel caso del certificato Covid si tratta di una limitazione per le persone non vaccinate giustificata dalla procedura democratica e dal risultato che si vuole ottenere, ovvero la tutela della salute pubblica. Non è un atto tirannico. In fin dei conti tutti sanno che l’unico mezzo per risolvere questa crisi è la vaccinazione».

Vorrei che si provasse a capire le ragioni dell’altro, vorrei che si cercasse di argomentare e non di demonizzare. Purtroppo non è ciò che sta accadendo

«Bravi e cattivi»
Le criticità si nascondono però nella generalizzazione dell’obbligo del certificato Covid a praticamente tutti gli spazi al chiuso, tranne le chiese. Il rischio è quello di creare una società a due velocità. Di allontanare ancora di più due fazioni che già oggi faticano a dialogare tra loro. «Vorrei che si evitasse di parlare di bravi e cattivi - afferma Merlini -. Vorrei che si provasse a capire le ragioni dell’altro, vorrei che si cercasse di argomentare e non di demonizzare. Purtroppo non è ciò che sta accadendo». C’è gente assolutamente pacifica capace di trasformarsi in hooligan non appena si pronuncia la parola vaccino. «Troppo facilmente - nota Merlini - la frustrazione genera comportamenti violenti e discriminatori».

Un problema riconosciuto da tutti. «I due fronti si stanno incancrenendo - osserva Rigotti -. Conosco persone colte e intelligenti che assumono posizioni sempre più estremiste e a volte si lasciano affascinare dal complottismo. Ci sono altre persone che si lasciano andare ad episodi di violenza, come si è visto negli ultimi tempi. Ma non credo proprio che il ricatto sia la soluzione giusta per uscire da questa situazione. Qui si vuole togliere a un’importante fascia della popolazione il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione, il diritto allo spostamento. Qui si vuole andare contro l’etica deontologica kantiana, che è stata il nostro modello per duecento anni».

«Facile fare l’obiettore»
Si vorrebbe, secondo la filosofa Rigotti, sacrificare chi la pensa diversamente. «Non sono d’accordo - replica Krienke -. Il pass Covid non è un obbligo, chi proprio non vuole vaccinarsi può continuare a vivere con questa sua scelta. Però, come accade in molte forme di resistenza pacifica e civile, si tratta di una scelta che comporta delle conseguenze. D’altronde quando non si accetta una convenzione sociale è normale che ci siano delle conseguenze. Altrimenti sarebbe facile fare l’obiettore di coscienza».

Ai non vaccinati, aggiunge Bondolfi, potrebbe andare anche peggio. «Lo Stato è partito da un’ipotesi maggiormente liberale - spiega -, ha cercato di onorare il principio di libertà dei cittadini. Ma adesso è arrivato alla conclusione che rispettando al massimo la libertà si rischia di andare incontro a scenari tragici. E quindi ha deciso di correre ai ripari introducendo l’obbligo del pass Covid». Una soluzione intermedia tra l’obbligo di vaccinazione e la libertà di scelta. «Ma se la situazione dovesse peggiorare - aggiunge Bondolfi -, per esempio se dovesse emergere una variante particolarmente letale, non resterebbe altra scelta che rendere obbligatoria la vaccinazione».

Credo che i metodi di convincimento debbano restare sempre nell’ordine delle regole democratiche. Bisogna argomentare, non demonizzare

«Argomentare, non demonizzare»
Uno scenario inviso anche a tanti vaccinati. «Io capisco chi non si allinea alla volgata della vaccinazione - riprende Merlini -. Da secoli si sono sviluppate medicine alternative che ora fanno fatica a uniformarsi in modo così repentino alla medicina ufficiale. Poi è chiaro che lo Stato ha deciso una politica sanitaria che va nella direzione di convincere il maggior numero di persone a vaccinarsi. Ma io credo che i metodi di convincimento debbano restare sempre nell’ordine delle regole democratiche. Bisogna argomentare, non demonizzare. Una persona deve vaccinarsi non perché si sente in difetto o perché è obbligata, ma perché sente che in questo modo dà un contributo alla società».

Al giorno d’oggi però l’argomentazione ha perso parte del suo potere. «È vero - prosegue Merlini -, siamo una società che negli anni è stata fragilizzata e indebolita intellettualmente. Mi rendo conto che siamo abituati più agli slogan che alle argomentazioni. Oggi che siamo confrontati con una situazione che richiede un grande esercizio di responsabilità, ci troviamo in difficoltà».

L’Apocalisse

Andrebbero ad ogni modo evitati, riprende Krienke, gli scenari apocalittici._«Dobbiamo sempre tenere conto - ricorda - che quando torneremo alla normalità questi restringimenti verranno tolti. Mi sembra esagerato sostenere che con il certificato Covid si stia creando una società divisa in cittadini di serie A e cittadini di serie B. Anzi, in un certo senso il certificato Covid va a vantaggio di tutti i cittadini, compresi quelli non vaccinati. Perché consente di velocizzare il ritorno alla vita normale. In un primo tempo per i vaccinati e poi per tutti».

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