Impasticcati per sentirsi meglio

LA DOMENICA

La pandemia ha accentuato il ricorso a psicofarmaci, sonniferi e tranquillanti per calmare un mix di affanni e inquietudini

Impasticcati per sentirsi meglio
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Il cuore e il respiro corrono, cresce la tensione muscolare, gli organi sensoriali reagiscono con maggiore attenzione e si liberano ormoni da stress. Una situazione psicofisica tutt’altro che serena. Si sta male. Molto male e si cerca in qualche maniera un modo per attenuare questi disturbi. Come? Ingoiando pilloline, una scorciatoia pericolosa. Complice la pandemia che tutto e tutti ha travolto, stati di ansia, paure e angosce hanno raggiunto livelli preoccupanti. D’altro canto già mesi fa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva lanciato l’allarme. «Sin da subito si è parlato di problemi di adattamento - dice Alberto Crescentini, docente di psicologia del lavoro alla Supsi -. Legati al virus, al lavoro, a tutta un serie di necessità cui abbiamo dovuto adeguarci e anche molto rapidamente». Sebbene da tempo, ben prima del virus veniva sottolineato l’esagerato ricorso a psicofarmaci, sonniferi e tranquillanti per calmare un mix di affanni e inquietudini. Recentemente, tanto per non farci mancare nulla, è emersa pure l’eco-ansia, legata alla crisi climatica. Colpisce soprattutto i giovani (vedi servizio a destra).

I dati del rapporto
A confermare il preoccupante trend, gli ultimi dati del rapporto Helsana: nel 2020 c’è stato un aumento del consumo di psicofarmaci e di sonniferi. Con seri problemi di approvvigionamento del mercato e conseguente penuria di tutta una serie di preparati. Come peraltro già emerso nel 2019: mancavano 673 prodotti e 371 sostanze attive.

In Ticino 70 mila persone assumono regolarmente psicofarmaci, cantone ai vertici della classifica. Helsana evidenzia come l’elevato grado di stress psicologico e di incertezza legato all’epidemia abbia causato altri comportamenti «particolari», ad esempio la corsa a preparati a base di vitamina D3, sulla scia di notizie che descrivevano questo ingrediente come un’utile difesa contro il coronavirus. E anche se studi successivi l’hanno poi smentito, gli acquisti si sono mantenuti più elevati rispetto a quelli del 2019. Come dire?, non è vero ma ci credo.

I sonniferi in teoria deono essere prescritti per due settimane ma in pratica non è così e questi creano dipendenza

La strategia di contenimento
Da tempo in Svizzera c’è una campagna per abbassare l’impiego di sedativi. E, forse, un effetto positivo c’è stato. Lo spiega il professor Luca Gabutti, primario e capo dipartimento Medicina interna all’ospedale di Bellinzona: «L’esposizione agli psicofarmaci della popolazione svizzera resta molto alto (e molto più importante rispetto agli altri paesi europei) ma nel 2019-2020 il trend, malgrado la pandemia, è stato in miglioramento. Si è sì registrato un aumento del consumo di psicofarmaci negli ospedali ma globalmente la strategia di contenimento sembra funzionare. Ha verosimilmente permesso di evitare un picco di consumi nella popolazione».

Vero è che la difficoltà di conciliare vita lavorativa e famiglia e tante altre situazioni nuove e complicate da gestire spinge molti a fare ricorso alla chimica. Negli anziani preoccupa soprattutto il consumo di sedativi, utilizzati da poco meno di un terzo degli over 65.

Pasticche, tante pasticche insomma. Secondo Fabrizio Mazzonna, professore di economia e politica sanitaria all’Usi, ci sono vari fattori, «come gli incentivi economici delle aziende produttrici e il fatto che non sempre sono prescritti in presenza di depressione severa e con il supporto di una psicoterapia». Ma si sa, con qualche pasticca il paziente è più gestibile. Sul banco degli imputati anche i sonniferi. «In teoria - dice Mazzonna devono essere prescritti per due settimane ma in pratica non è così e questi creano dipendenza».

Soprattutto all’inizio della pandemia mi hanno contattato molte mamme preoccupate

La fatica
«La pandemia ci ha costretti a numerosi cambiamenti anche a livello organizzativo, lavoro, famiglia, rapporti sociali - riprende Crescentini -. Tutto ciò implica fatica, tanta fatica. Soprattutto per chi ha più difficoltà di altri ad adattarsi. Sono cambiati i riferimenti quotidiani. Già precedenti studi sulle pandemie del passato avevano sottolineato questo aspetto. Pensiamo alla perdita di alcune sicurezze, come dover mostrare un documento che certifichi il nostro stato di salute». Sicurezze e abitudini. La scuola, per i più giovani, il bar dove incontrare gli amici, gli allenamenti sportivi. Tutto sospeso durante i mesi bui della pandemia, «il che ha generato malessere, noia e frustrazione - spiega Nicola Carbonetti, tutor per studenti -. Anche se spesso sono i genitori a esagerare, a chiedere valutazioni psicologiche al minimo disturbo, a parlare subito di deficit di attenzione. Ed è un attimo ricorrere ai farmaci».

Le famiglie
Genitori in prima fila. Lo conferma anche il dottor Alessandro Diana, dal suo osservatorio di pediatra infettivologo: «Soprattutto all’inizio della pandemia mi hanno contattato molte mamme preoccupate. Ma tanti anche gli adolescenti che lamentavano disturbi. Spesse volte li ho dovuti indirizzare a colleghi pedopsichiatri per un consulto. A volte si trattava semplicemente di un aiuto di coaching, altre volte la situazione era un po’ più complicata». E così è stato ed è ancora per molti adulti. «Pensiamo alla fatica di chi lavora in luoghi esposti al virus e alla paura di portare a casa la malattia -conclude Crescentini -. Tutto ciò contribuisce a creare uno stato di ansia e di forte malessere».

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