L’anniversario, la morte del 10

La Domenica

«Vi racconto il mio Maradona che è qui a Napoli da qualche parte» - Un celebre scrittore ricostruisce l’indissolubile legame tra Diego e la città

L’anniversario, la morte del 10
© Shutterstock

L’anniversario, la morte del 10

© Shutterstock

C’è una data dove tutto comincia, è quella del 5 luglio 1984. In centro resistono ancora le macerie del terremoto e la città, Napoli, si sta scrollando di dosso la paura. Lui sbuca dalla pancia di quello che diventerà il suo stadio alle 18.30 seguito da un boato: «Buonasera napolitani», riesce a dire prima di calciare un pallone alle stelle. «Io lo ricordo bene quel giorno, era un giorno feriale e al San Paolo arrivarono ottantamila persone che pagarono mille lire solo per vederlo. Da allora la città divenne stadio e lo stadio divenne città. Quella è stata l’incoronazione», racconta Maurizio de Giovanni, il celebre scrittore napoletano “papà” del commissario Luigi Alfredo Ricciardi e dell’ispettore Lojacono che guida la squadra dei «bastardi di Pizzofalcone». De Giovanni è in partenza per Asti mentre a Napoli sotto un cielo livido che crea una cappa umida ci sono venti gradi, e a un anno dalla morte di Diego Armando Maradona (25 novembre 2020), il regista Paolo Sorrentino presenta il suo ultimo film «È stata la mano di Dio».

Nella città dove il più grande calciatore della storia ha vissuto per sette stagioni, segnando 115 gol, conquistando due scudetti, una Coppa UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, la sua presenza è ovunque, in ogni angolo c’è una scritta, un disegno, un souvenir, una maglietta che sbuca in mezzo ai panni stesi ad asciugare nei vicoli. «Perché - spiega a La Domenica de Giovanni - Diego non può morire, si è solo trasformato, è entrato in quel Pantheon dell’identità, della memoria storica dove già stavano Eduardo, Luciano De Crescenzo, Pino Daniele, Renato Carosone, Totò, Massimo Troisi, icone laiche che convivevano nel luogo sacro dove c’è sempre stato San Gennaro. Ecco perché dico che Diego non è morto. In teoria può morire, certo, ma solo dopo che sarà morto l’ultimo napoletano al mondo. Cioè mai».

La sua casa da sempre

Napoli è una città narrante, irrequieta, che soffre le regole e che non dimentica chi le ha voluto bene. «Quando Diego è arrivato, la città lo aspettava da tempo. Attendeva un uomo che le assomigliasse, capace di rilanciare l’orgoglio, di innescare il riscatto. Ed è quello che è accaduto. C’è stata una combinazione, una alchimia naturale tra il calciatore e Napoli che lo ha sempre considerato un figlio. Non a caso Napoli e il Napoli non hanno più vinto, non a caso Maradona quando è andato via da Napoli non ha più vinto», racconta ancora lo scrittore. Eppure anche quando è andato via non è passato giorno che qualcuno a Napoli non parlasse di Diego, non lo ricordasse, non tenesse viva la memoria. «Questa - aggiunge de Giovanni - è sempre stata casa sua». E non c’è mai stato rimpianto, la gente qui sapeva che Diego c’era, che era da qualche parte nel mondo - in Argentina, a Dubai, a Cuba - ma che comunque pensava a Napoli. «Adesso - scrisse il giornalista Gianni Mura su Repubblica dopo una partita al San Paolo contro la Juventus - non è più importante sapere se Maradona è uomo-squadra: è uomo-città. Non è un giocatore del Napoli, ma di Napoli».

Napoli è l’unica grande città italiana che ha una sola squadra. Ed è, insieme a Cagliari, l’unica città del sud (sotto Roma) che ha vinto almeno uno scudetto. E lo ha vinto (in realtà due) senza fatturati, organizzazione, strutture, soldi. Ma con un campione che si è preso sulle spalle la squadra (non composta di stelle) e l’ha portata alla vittoria. «In questo - spiega Maurizio de Giovanni - Maradona è molto simile a Gigi Riva, entrambi sono arrivati da fuori, entrambi si sono identificati con la città, entrambi hanno vinto spinti da un intero popolo». C’è una foto, anzi è un fotogramma di un servizio della televisione sarda Videolina, e mostra Riva (che ancora oggi ha il record di gol con la sua nazionale) e Maradona insieme sorridenti. È l’unica testimonianza di un rapporto di stima. «È morto il più grande, era come me: simbolo di riscatto. Lui come me ci metteva la faccia, sempre», ha detto Riva un anno fa al cronista dell’Unione Sarda che gli comunicava la scomparsa del Pibe. Entrambi simboli di un calcio romantico che non esiste più, di una identità popolare, entrambi hanno detto no ai milioni (tanti) dell’avvocato Agnelli, entrambi hanno fronteggiato stadi in cui venivano accolti con striscioni del tipo «Salutiamo i pecorai» o «Benvenuti in Italia ». E tutto per non tradire un popolo. Tra l’altro - particolare curioso - Maradona ha anche salvato, o comunque aiutato, il Cagliari. Era il 27 maggio 1987, i rossoblù erano in serie B, casse vuote e fallimento all’orizzonte. Si giocava al Sant’Elia la semifinale di Coppa Italia Cagliari-Napoli. Arrivarono a vedere Diego (che segnò il gol vincente al ’77) in 50 mila e grazie all’incasso la società uscì dalla crisi.

Il piede sinistro

Un anno dopo la morte di Diego, Maurizio de Giovanni ripensa a quando lo ha incontrato, quando gli diedero la cittadinanza onoraria (e lui disse «ma io sono napoletano da sempre») e gli osservò il piede sinistro, piccolo, eppure capace di fare meraviglie. Quel piede che stregò il grande scrittore Osvaldo Soriano, quando Gianni Minà lo accompagnò da Maradona nel ritiro dell’Argentina durante i Mondiali in Italia, e lui si mise a palleggiare con un’arancia. «Diego - dice de Giovanni - era come un bambino che amava divertirsi ma è stato anche un uomo che si è contrapposto al sistema, che ha denunciato il potere, che ha pagato gli errori sulla propria pelle». Non per nulla quando tornò da Cuba, dove era andato a disintossicarsi dalla cocaina, disse: «Avete di fronte un uomo tornato dall’inferno».

Racconta il fotografo napoletano Alessio Paduano che un anno fa, un quarto d’ora dopo la notizia della morte di Diego, lo chiamarono diverse agenzie chiedendogli servizi sulla città. «Ma che devo fotografare?, risposi. Poi guardai dalla finestra di casa e vidi la gente per strada, le bandiere sulle auto e sui motorini. Candele, fumogeni, lacrime e immagini di Diego. Chi non c’era in quelle ore non può neppure immaginare quanto sia accaduto. È come se in ogni singola famiglia napoletana fosse morto un parente, una persona alla quale si era voluto bene». Ancora oggi i turisti salgono in cima ai Quartieri spagnoli, tra ristoranti, bar e negozietti, per vedere l’altare laico che la città ha dedicato a Maradona, sotto il suo murale più famoso. È uno dei luoghi più visitati. Un altro regalo di Diego. D’altronde, come ha detto nel suo film «Passione» il regista e attore americano John Turturro, «ci sono luoghi dove vai una volta e può bastare. E poi c’è Napoli...».

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: La Domenica
  • 1
  • 1