La coerenza svizzera in un contesto infiammabile

La Domenica

L’editoriale di Paride Pelli

La coerenza svizzera in un contesto infiammabile
© EPA/CHRISTIAN BRUNA

La coerenza svizzera in un contesto infiammabile

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Lo abbiamo già scritto e vogliamo ribadirlo: la nostra Svizzera, pur fra inevitabili contraddizioni, è stata fin da subito tra quei Paesi che hanno saputo garantire ai propri cittadini maggiore libertà di scelta individuale nell’affrontare l’emergenza pandemica. In nome dello Stato liberale, la Confederazione non ha mai imposto confinamenti duri né, tantomeno, obblighi vaccinali. Che sono stati introdotti, invece, non in angoli remoti del mondo ma a pochi chilometri da casa nostra, per alcune categorie professionali come quella dei sanitari, è il caso dell’Italia, o addirittura per tutta la popolazione, e sarà il caso dell’Austria, salvo dietrofront, a partire dal prossimo febbraio.

Ancora una volta, dunque, è stata Vienna a rompere gli indugi: il Governo di Alexander Schallenberg ha voluto pigiare di nuovo sull’acceleratore nella lotta contro il coronavirus con metodi forti e sia detto - discutibili. Vienna d’altronde aveva già, per così dire, introdotto il tema nei giorni scorsi, annunciando un lockdown selettivo per i soli non vaccinati e minacciando ulteriori restrizioni. Di venerdì la notizia dell’imminente lockdown generalizzato, a partire da domani e destinato a durare venti giorni - per poi proseguire per i non immunizzati. Il cancelliere Schallenberg ha voluto poi andare oltre, lasciando a uno dei suoi governatori, Günther Platter, del Land Tirolo, l’incombenza di annunciare una misura davvero drastica: «Dal primo febbraio prossimo scatterà l’obbligo vaccinale». Una dichiarazione pesante, figlia della situazione frustrante in cui è ripiombata un po’ tutta l’Europa, cioè della quarta ondata pandemica che allunga l’agognata uscita dal tunnel della crisi e rimette in discussione tempi e modi di risoluzione di un problema globale a cui si cerca di dare sbagliando - soluzioni locali. Le risposte messe in campo fino ad oggi - l’Austria lo dimostra - sono state in alcuni casi contraddittorie o addirittura isteriche.

Con tutti i rischi del caso. Certamente vi sono, per ogni nazione, situazioni epidemiologiche e condizioni diverse e differenti sensibilità e culture. Ma i cambi repentini di strategia sono solo sintomo, purtroppo, di una gran confusione e di percorsi che vengono affrontati in solitaria. L’obbligo di immunizzazione che verrà introdotto dall’Austria non potrebbe per esempio mai essere adottato in altri Paesi: si tratta, infatti, di un’imposizione dall’alto che rischia di compromettere del tutto il già labile equilibrio di una società spaccata al proprio interno tra vaccinati e non vaccinati. Una società che continua ad accumulare tensione e a respirare il fumo delle proteste: anche questo weekend sta vedendo manifestazioni in tutto il continente contro le misure restrittive. Un contesto altamente infiammabile in cui la Svizzera intende rimanere fedele alla propria linea «soft», escludendo l’obbligo vaccinale per tutti e cercando di far leva sulla responsabilità individuale e sulla forza della ragione per convincere scettici e indecisi: una strategia che potremmo definire «dei piccoli passi», rispettosa, come da tradizione, delle libertà individuali e che mette al centro il certificato, sebbene lo stesso pass sia inviso a chi contesta e contrasta la Legge Covid-19 sulla quale saremo chiamati ad esprimerci tra una settimana esatta.

Mentre l’Europa si arrovella per l’arrivo della quarta ondata fino a valutare decisioni politiche imprudenti e avventate, Berna mostra una certa fermezza e coerenza nel suo atteggiamento e nel suo incedere, per lo meno oggi che la situazione nei reparti di terapia intensiva è sotto controllo. Tutto quello che dobbiamo fare ora, nessuno escluso, è evitare un sovraccarico del sistema sanitario: perché questo sì che rimetterebbe in discussione, anche da noi, la strategia anti-COVID facendoci trascorrere un Natale tutt’altro che sereno.

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