«La mia è un’arte partecipata, dove è essenziale coinvolgere anche il pubblico»

IL PERSONAGGIO

Claudia Cantoni, un secondo e un terzo posto alla Biennale di Firenze con un’opera dove partecipano cinque amiche che celebra la femminilità – Fra design e archeologia da Londra sino a Porza un lungo percorso per celebrare la gioia di un processo creativo

«La mia è un’arte partecipata, dove è essenziale coinvolgere anche il pubblico»
© René Bossi

«La mia è un’arte partecipata, dove è essenziale coinvolgere anche il pubblico»

© René Bossi

Quattro donne con una tuta bianca sbucano da una porta e vanno a posizionarsi su una grande tela adagiata sul prato verde che da Porza scivola sul lago di Lugano. Dopo 40 minuti quella tela, quelle donne, quei colori autunnali che nel frattempo sono stati fissati con il pennello attorno ai corpi, sono trasformati in un’opera che celebra l’amicizia, la femminilità e la rinascita. E quell’opera, un quadro vivente intitolato Betulle, ha recentemente vinto due premi Lorenzo il Magnifico alla tredicesima edizione della Biennale d’arte di Firenze (che si è svolta alla Fortezza da Dasso); l’argento nella sezione performance e il bronzo nella sezione installazioni. L’artista che ha creato Betulle, Claudia Cantoni, evidentemente ha toccato le corde giuste di una giuria che, oltre ad avere assegnato il premio alla carriera a Michelangelo Pistoletto, ha analizzato oltre cento altre opere di 400 artisti provenienti da 60 paesi di tutto il mondo (di cui due soli giunti dalla Svizzera).

«Devo dire - racconta Cantoni - che questo riconoscimento è del tutto inatteso, perché ero già felice di partecipare a questa Biennale e invece vincere mi ha dato una ulteriore spinta d’energia e d’entusiasmo». Betulle in realtà era un’opera pensata per la prossima mostra di Claudia Cantoni che si chiamerà Unity. «Volevo usarla - racconta - come introduzione all’allestimento, poi ho letto il tema della Biennale di Firenze, incentrato sull’universo policromo e multiforme della femminilità, e ho pensato che fosse perfetta per quell’evento. Così ho partecipato. E devo dire che è risultata diversa dalle altre performance fatte di balletti o coreografie».

Non una scelta a caso
Betulle non è un nome scelto a caso. «Generalmente quando si parla di alberi si dice il pino, l’abete, il pero. Pochi sono preceduti dall’articolo femminile. Ed ecco perché betulle nasce per celebrare la femminilità e anche il senso di rinascita, visto che dalla sua linfa si realizzano medicamenti omeopatici e tisane per la pulizia interiore». Betulle, poi, «mostra il processo creativo ed è una composizione studiata sin nei minimi dettagli. Per quest’opera - racconta l’artista di Porza - ho coinvolto le quattro mie migliori amiche e con loro è cominciata un’avventura giocosa, di complicità, di condivisione che è partita dal Ticino ed è proseguita sino a Firenze. Con loro ho passato giorni belli, coinvolgenti».

Sin dal 2014, quando Claudia Cantoni ha scelto di fare l’artista a tempo pieno, ha privilegiato la strada dell’arte partecipata. Succede spesso che invece un artista scelga di creare, di dipingere o di realizzare una scultura dentro il proprio studio, e dopo l’atto creativo chiuda immediatamente il rapporto con la sua opera. «Io no - aggiunge Cantoni - sin dall’inizio ho scelto il coinvolgimento anche di chi fruisce, di chi osserva, di chi vive un’opera. Questo perché io credo che dipingere sia vita e se non si condivide questa esperienza, questo piacere, se non si trasmette la gioia non è bello. Di questo sono e resto particolarmente convinta».

Sensibilità diverse
Betulle, peraltro, apre una parentesi nel percorso di Cantoni che negli anni si è sviluppato attraverso linguaggi narranti come la pittura e la fotografia che dialogano insieme. Da una immagine, l’istantanea di un momento, elaborava un dipinto frutto del lavoro e del confronto tra Cantoni e la fotografa Patricia Carpani. Una collaborazione che ha portato alla creazione del duo EvE Carcan (dai cognomi delle artiste) che ha esposto in diverse città. L’ultima volta sulla vetta del Monte Generoso attraverso opere che si sono srotolate attraverso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile proclamati dalle Nazioni Unite nel 2015.

La collaborazione è iniziata quasi per caso. «Io esponevo a Pontresina - racconta Claudia Cantoni - e Patricia ha scattato la foto di un mio quadro. Da lì è partito un lavoro condiviso, dove immagini, colori, stili, hanno dialogato costantemente. E dove io mi sono resa conto che lavorare insieme a un’altra artista, esplorare nuovi spazi, sperimentare nuove forme d’arte insieme, regala risultati davvero sorprendenti, ma soprattutto coinvolge parecchio, fa nascere stimoli inattesi».

Un passo verso l’interazione

Forse anche da questo incontro è nato Betulle come tentativo di interagire. «L’opera portata a Firenze - spiega ancora Cantoni - non è nata a caso. Io parto sempre da un progetto preciso, dove studio anche i dettagli apparentemente insignificanti. Quando ho pensato di fare un quadro in movimento e di coinvolgere le mie amiche, ho prima fatto con loro una serie di foto dall’alto per studiare le figure dei corpi, gli incastri, i giochi compositivi che seguono una sorta di scenografia se abbinati alle sfumature dei colori. Poi ho rielaborato tutto con l’iPad, infine ho calcolato i tempi delle diverse scene per il video di accompagnamento che mostrava come è stata costruita l’opera. Sono 40 minuti di filmato dove ogni pedina del puzzle deve andare al suo posto, senza sbavature. Devo dire che alla fine sono rimasta molto soddisfatta, dal video - realizzato da Fiumi Studios - emerge una costruzione artistica, una idea della femminilità colorata, piena di luce, non sofferta o cupa. E questo grazie alla spontaneità delle mie amiche che si sono prestate al gioco».

Durante la performance a Firenze, una replica di quanto realizzato a Porza (tra l’altro il video era accanto al quadro per far vedere cosa c’era dietro la tela), una delle quattro amiche di Cantoni si è dovuta assentare e alcuni spettatori hanno chiesto di poterla sostituire. «Volevano - racconta l’artista - far parte dell’opera. E questo mi ha fatto piacere, è stata una esperienza unica».

Istantanee di gente comune
Questo insieme di elementi probabilmente ha colpito la giuria di Firenze. Ma quella della Biennale toscana è solo una tappa di un percorso più ampio. Claudia Cantoni ha studiato all’Istituto europeo di design di Milano e si è laureata in Archeologia classica al King’s College di Londra. «Un percorso formativo dove ho acquisito una visione completa del mondo delle arti e del suo sviluppo nel corso della storia umana», racconta. Negli ultimi 5 anni ha esposto in Svizzera (Eye inspires hand), Londra (Kanojo), Germania (Eye and Hand) ed in Italia e in Svizzera (Art for the Global Goals). Un percorso dove l’artista ha sempre cercato «di portare le persone, gli affetti, i sentimenti, le sensibilità nel mio universo dove non ci sono soltanto i colori ma c’è un vissuto, un’esperienza che ogni volta si rinnova su una tela».

Chiusa la tappa di Firenze Claudia Cantoni si sta concentrando sulla mostra Unity, dove torna al dialogo tra due linguaggi come la fotografia e la pittura, scegliendo di rielaborare non soltanto immagini di persone che si prestano a un ritratto, o comunque ad essere fermati in una istantanea, ma anche visi di sconosciuti.

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