Malati soli e dimenticati

La domenica

Tra le conseguenze della pandemia vi è anche il fatto che moltissime persone, impaurite dal virus, hanno disertato ospedali, ambulatori e studi medici, con il rischio di morire a casa

Malati soli e dimenticati
© CdT/Gabriele Putzu

Malati soli e dimenticati

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Come per incanto, nel 2020 gli ospedali svizzeri hanno registrato il 40% in meno di crisi cardiache. E quest’anno il trend potrebbe ripetersi. Non è, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, una bella notizia. Non lo è affatto, perché riflette una realtà distorta, una delle tante drammatiche conseguenze della maledetta pandemia. Tra cui, appunto, anche il fatto che moltissime persone, impaurite dal virus, hanno disertato ospedali, ambulatori e studi medici, magari anche in presenza di sintomi. Con il rischio di morire a casa. Per non dire dei pazienti dimenticati che a causa delle corsie strapiene non hanno potuto accedere alle prestazioni sanitarie - dai controlli di routine agli esami diagnostici - durante la fase iniziale della pandemia e il primo lockdown. Non solo cardiopatici, anche diabetici, tumorali, affetti da patologie croniche, disabili... che si sono sottratti ad accertamenti medici e terapie.

I dati dell’assicurazione
Il quadro dell’allarmante situazione è emerso da un semplice calcolo dell’assicurazione Helsana che ha preso in esame tutti i pazienti a cui è stata diagnosticata una crisi cardiaca. Pazienti che sono restati ricoverati almeno una notte in ospedale, ma che non sono stati operati immediatamente dopo la diagnosi. Sempre dalle estrapolazioni di Helsana, emerge che dal 2019 al 2020 il numero di casi è passato da 6.700 a 3.900. Un tracollo che durante il primo lockdown, nella primavera dello scorso anno, ha superato il 50 per cento. «E speriamo non si ripeta», commenta il professor Augusto Gallino, cardiologo, consulente e ricercatore presso l’Ente ospedaliero cantonale, che guarda preoccupato a ciò che sta capitando oltre i confini cantonali.

Nella Svizzera tedesca
La situazione di alcuni ospedali della Svizzera tedesca fa temere che l’ipotesi di tornare alle condizioni sanitarie di un anno fa in tutto il Paese non sia poi così remota. Numerosi nosocomi sono già oggi costretti a posticipare molti interventi perché le cure intensive sono piene di pazienti Covid. «Troppo rischioso affrontare un’operazione minimamente complicata senza la sicurezza di un posto libero in questo reparto», dice il dottor Gallino. Mentre chi conosce bene l’ambiente, assicura che in queste settimane alcuni ospedali di Zurigo hanno dovuto dirottare molti pazienti a Baden e a Thun proprio a causa dell’affollamento dei pronto soccorso di persone rientrate dalle vacanze contagiate dal virus. Lo spiega il dottor Roberto Tartini, cardiologo all’Hirslanden di Zurigo: «Siamo presi d’assalto dai pazienti Covid, persone non vaccinate di ritorno dai Balcani dove si sono infettate. Quindi le cure intensive sono al limite e per gli interventi elettivi non possiamo utilizzarle. In questo modo saltano tutti i programmi e spesso ci ritroviamo ad operare la notte o al sabato, appena qualche letto in cure intensive si libera». La precedenza viene data sulla base dell’indicazione diagnostica. «Ma sono molti i pazienti che non possono essere trattati come dovrebbero», insiste Tartini che non si riferisce soltanto agli interventi chirurgici. «Spesso anche la diagnostica subisce un freno - spiega -. Come il cateterismo cardiaco, impiegato ampiamente per la diagnosi e il trattamento di varie cardiopatie». Utilizzato anche per evidenziare malformazioni congenite e identificare tumori a carico del cuore ed eseguire una biopsia. Numeri in flessione anche per la mancanza di personale. E, a proposito di personale, Tartini lancia un allarme: «Chi lavora nelle cure intensive è stremato, non ce la fa più a sostenere turni di 12 ore».

I pazienti
Lo scorso anno le vittime di una crisi cardiaca non si sono certo dimezzate. Sono state meno ospedalizzate. Lo conferma anche il professor Christophe Wyss, cardiologo alla clinica Hirslanden di Zurigo, che in questi giorni è costretto a rimandare alcuni interventi non troppo urgenti. Fa riferimento a numerosi studi condotti all’estero che dimostrano come un numero importante di cardiopatici siano morti a casa loro durante la prima ondata della pandemia perché non assistiti per tempo. «Il che è probabilmente accaduto anche in Svizzera - sottolinea -. Molte persone, spaventate da un potenziale contagio, hanno preferito restare al proprio domicilio». Una paura che in qualche modo, senza volerlo ma soltanto con lo scopo di non sovraccaricare gli ospedali, alcuni medici hanno alimentato. L’Ufficio federale della salute pubblica aveva d’altro canto suggerito ai professionisti della salute di rinunciare a cure, terapie diagnostiche e interventi non urgenti.

Una non urgenza che il cittadino semplice non è sempre in grado di valutare. Sovente sottostima i sintomi, non chiede aiuto. Qualche caso se lo ricorda anche il professor Augusto Gallino: «Alcuni pazienti non si sono presentati in ospedale e hanno fatto un ictus o un infarto a casa. Durante il primo lockdown infatti la mia attività si è ridotta e lo stesso è stato per alcuni miei colleghi».

Il futuro
Il timore oggi è che si possa ripetere quanto già accaduto nel 2020, durante il primo durissimo confinamento. Reparti e cure intensive soffocate dai pazienti Covid, interventi rimandati, alcuni persino annullati. Tra cui, come detto, molte operazioni al cuore. È utile ricordare che chi sopravvive a un attacco cardiaco diventa un malato cronico e la malattia modifica la qualità della vita e che la prevenzione è il solo modo per intervenire tempestivamente sui diversi fattori di rischio modificabili. «Per ora i pazienti acuti riusciamo ad assisterli, mentre gli interventi elettivi, quelli non urgenti, come ad esempio la sostituzione di una valvola cardiaca, potrebbero venire posticipati», dice Wyss. Posticipati magari più volte. Come ha evidenziato il collega Tartini.

Le cure
Infine una nota positiva. Tutto quanto è accaduto durante i mesi più duri della pandemia, quando ancora poco si conosceva del virus, è però servito a migliorare la presa a carico dei pazienti. Le cure dovrebbero quindi restare garantite qualsiasi sia la situazione sanitaria. Una delle lezioni di questa pandemia è stata che mai più nessuno dovrà rinunciare a un’assistenza sanitaria. Oggi si sa come arginare i rischi del virus, si sono compiuti enormi passi avanti nella gestione dell’infezione. “Lo dimostra il fatto che malgrado l’alto numero di pazienti_Covid ricoverati, nella Svizzera tedesca occupano la metà delle cure intensive, la situazione per ora è tutto sommato sotto controllo”, conclude Wyss.

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