Nelle viscere di Internet

La domenica

Entrare nel dark web non è difficile e vi si trova di tutto, perfino il certificato COVID svizzero – Alessandro Trivilini ci spiega cosa avviene nella cosiddetta rete oscura

Nelle viscere di Internet
© CdT/Archivio

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Alla fine eccolo lì, il certificato COVID svizzero. In vendita per 79 dollari. Su un sito del dark web, la Rete oscura. Entrarci non è stato difficile. Servono un computer, una rete Internet e un programma. Si chiama TOR e permette appunto di navigare nell’ombra. Anzi. Nell’anonimato e arrivare nelle profondità della Rete. Il certificato COVID è lì insieme a tanti altri certificati. Statunitense, italiano, inglese, francese, spagnolo. Apparentemente c’è solo l’imbarazzo della scelta. Basta aggiungere il Pass nel carrello, riempire una pagina Internet con i propri dati personali, iscriversi e pagare, ovviamente in bitcoin. Se si procede con l’acquisto si fa un reato. Non è così invece se si arriva solamente sulla pagina web senza cercare espressamente questo prodotto. Non è illegale. Sono le operazioni che si fanno a essere fuorilegge. Droga, armi, bitcoin rubati, carte di credito clonate, pedopornografia, sesso estremo. C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Il certificato COVID svizzero è lì. Basta solo comprarlo. Alessandro Trivilini, responsabile del Servizio di informatica forense della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), lo mostra sul suo computer portatile. È lui ad aver navigato in modo sicuro nel dark web. Insieme alla Domenica. Dopo che il nostro giornale ha avvisato la Magistratura, informandola dello scopo di questo servizio: raccontare e informare. A scopo didattico. Quanto avviene nella Rete oscura.

Trivilini apre un’altra pagina Internet. Apparentemente innocua. Questa volta a essere in vendita è una marea di documenti di identità. Dal passaporto italiano alla carta d’identità inglese. È tutto lì, in bella mostra. Con il prezzo sotto il prodotto. Sembra davvero di essere in un sito di ecommerce qualsiasi. Non è così perché questa è la Rete oscura. «La fogna», la chiama Trivilini. Dove «persone deviate vendono ad altre persone deviate prodotti illegali».

Ma è davvero così facile? È davvero così semplice entrare nel dark web?_La risposta è più di una. «Innazituttto tecnicamente è possibile, non è fantascienza», spiega Trivilini. Ma c’è un ma. Un grande ma. Oltre al fatto che chi vende e compra commette un reato. E il ma è che è meglio non addentrarsi nelle viscere della Rete. Perché il santo non vale la candela. Per più motivi. Non soltanto per il rischio di trovarsi le autorità addosso.

In realtà navigare nel dark web senza le dovute precauzioni vuol dire lasciare il campo libero alle proprie informazioni personali

Oltre all’effetto wow
«Si è nudi davanti a cyber gangster». Trivilini usa una metafora. Ma il concetto è quello. Entrare nel dark web senza conoscerlo significa finire nelle mani dei criminali. Senza nemmeno accorgersene. Perché il sistema non è così facile come sembra. «Oltre all’effetto wow scatenato dal fatto di trovare tutto quello che normalmente non è così facile reperire - riprende l’esperto - c’è molto di più». Perché entrare nella Rete oscura non è difficile. Ma una volta dentro... si lascia in cambio qualcosa. Quello stesso qualcosa che a volte spinge le persone curiose o malintezionate a entrarci. L’anonimato. «In realtà navigare nel dark web senza le dovute precauzioni vuol dire lasciare il campo libero alle proprie informazioni personali. Dati e informazioni sull’identità digitale che, se non adeguatamente protette, i criminali sottraggono per creare altri siti usati per diffondere truffe, passaporti e documenti falsi».

Dalla padella alla brace, quindi. «Perché il dark web non è solo una Rete profonda, ma è soprattutto un luogo che si autoalimenta, che vive e si sviluppa attraverso gli utenti che lo navigano». Un circolo vizioso. Che sfrutta una tecnologia nata però per altri scopi. Ancora Trivilini. «In sé lo strumento con il quale si entra nella Rete profonda, la Rete TOR, non è illegale. Nasce per dare alle persone la possibilità di garantire la propria privacy di fronte alle sempre più crescenti sorveglianze e censure». Il riferimento va ad esempio alla Russia. Paese che già nel 2017 ha dichiarato illegare la crittografia. O alla Cina, dove programmi come Facebook sono appunto censurati. Non a caso navigare nellla Rete TOR senza commettere reati significa in realtà navigare nel deep web, nell’Internet profonda.

Tra profondo e oscuro
Ma profonda non è uguale a oscura, appunto. «È solo un’Internet molto più anonima di quella «normale». Una rete sostenuta tecnicamente da persone che soprattutto per ideologia e passione ritengono debba esistere un’infrastruttura libera da condizionamenti, logiche commerciali e interessi di ogni tipo». Tanto che anche alcuni social media come Facebook hanno una pagina-ombra nel deep web, assolutamente legale. Una pagina dove in teoria l’azienda non è in grado di catturare troppe informazioni personali sugli utenti. E in contropartita non fornisce alcuni servizi.

Tra una decina di anni sono sicuro che tutti avranno sul loro smartphone una tecnologia capace di anonimizzare talune attività che si vogliono mantenere protette o nascoste

L’altro lato della Luna
Un altro lato della Luna, insomma. Creata e gestita dagli stessi utenti. Perché la rete TOR si basa su server e computer personali. «Si stima almeno 6 mila nel mondo». Dove meno visibilità significa più protezione di dati e più garanzia della privacy. Ecco perché Trivilini è convinto. «Tra una decina di anni sono sicuro che tutti avranno sul loro smartphone una tecnologia capace di anonimizzare talune attività che si vogliono mantenere protette o nascoste». Non è dunque lo strumento, il deep web a essere pericoloso. Ma l’uso che se ne fa. «La Rete profonda è come una strada. Non è responsabilità di chi la costruisce se c’è qualcuno che non rispetta i limiti di velocità e causa incidenti anche gravi». I superamenti di velocità e gli incidenti sono appunto ciò che avviene nel dark web. «Che non è altro che una metafora, un concetto che caratterizza contenuti e comportamenti di carattere illegale», tiene a precisare l’esperto.

Una strada con molti incidenti
La domanda però resta. Ha senso mantenere una strada anche se si verificano incidenti? Magari di continuo? «In effetti, è lecito chiederselo, ma questo è il futuro dal quale non possiamo tornare indietro», risponde Trivilini. Nel frattempo il dark web continua a esistere. E monitorare il fenomeno non è impresa semplice. Perché i siti nascono e muoiono anche nello spazio di un minuto. A piacimento delle singole persone che li gestiscono sul proprio computer personale. Sfuggenti. E difficili da individuare. Il deep web non ha un archivio, questo è il problema di fondo. Caratteristiche che hanno attirato la criminalità e chiunque voglia compiere un atto illecito.

La pagina con il certificato COVID è ancora aperta sul computer portatile dell’esperto di informatica forense. Acquistarlo sembra davvero semplice. Ma davvero dopo aver speso 79 dollari si riceverebbe il Pass? Trivilini non sa rispondere. Anche perché il dark web è pieno anche di siti truffa. Creati ad arte. Per attirare clic. E quindi catturare dati e informazioni sensibili degli utenti. L’unico vero scopo per cui sono creati. «Questo è un altro motivo per cui si sconsiglia di entrarci». Anche perché, di solito, le vetrine reali hanno caratteristiche ben precise. Sono minimali. Non hanno banner o immagini. Poche informazioni sul prodotto. Pochi clic per l’acquisto. Perché tutto deve avvenire velocemente. Magari nello spazio di pochi minuti. Giusto il tempo di avvertire i clienti abituali, magari con Telegram, che il prodotto è temporaneamente online e disponibile. E poi chiudere tutto. Scomparire per sempre. Senza lasciare traccia. Fino alla volta seguente.

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