«Non ho più bisogno di distribuire preservativi»

La Domenica

Intervista alla consigliera nazionale Tamara Funiciello, già presidente della Gioventù socialista. «Sogno una democrazia radicale in cui ogni voto abbia lo stesso peso»

«Non ho più bisogno di distribuire preservativi»
©Keystone/Alessandro Della Valle

«Non ho più bisogno di distribuire preservativi»

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Quando era presidente della Gioventù socialista (GISO), Tamara Funiciello andava in giro a distribuire preservativi, posava a torso nudo mentre bruciava reggiseni, si accampava davanti a casa Martullo-Blocher. Da quando è stata eletta in Consiglio nazionale, nel 2019, si limita invece a presentare mozioni e interrogazioni.

Signora Funiciello, si è imborghesita?

«Ah no, non è una questione di borghesia o non borghesia. Semplicemente non ho più bisogno di andare in giro a distribuire preservativi per trovare spazio sui media».

Ora fa parte del potere?

«Beh, chiaramente ho un altro ruolo rispetto a quando ero presidente della GISO. Ma come socialista faccio comunque parte di una minoranza in un Paese di destra, quindi anche come consigliera nazionale il mio potere resta limitato».

Sotto la sua presidenza la GISO ha lanciato tante belle iniziative - come l’iniziativa 99% - ma non ha colto alcun successo.

«Siamo onesti. Se la GISO dovesse vincere una votazione significherebbe che la sua iniziativa faceva talmente schifo che avrebbe potuto anche essere stata lanciata dal PLR. Oppure che siamo vicini alla rivoluzione mondiale».

Cosa significa rivoluzione per lei?

«Oggi l’elemento centrale in tutto quello che facciamo è il capitale. Il capitale decide chi lavora e chi no, chi ha una casa e chi no, chi campa e chi no. Noi vogliamo capovolgere questa situazione e andare in una direzione diversa».

Verso il comunismo?

«Io parlerei piuttosto di socialismo. Noi vogliamo una democrazia radicale in cui ogni persona abbia diritto di voto e ogni voto abbia lo stesso peso».

Scusi, ma il suo voto non vale già oggi quanto quello di Blocher?

«Quando volevano alzare le tasse nel paese in cui abitano i Martullo-Blocher, il signor Roberto Martullo è andato all’assemblea, ha tirato fuori il portamonete, l’ha sventolato per aria e ha detto a tutti di ricordarsi bene chi paga le tasse. Ecco, possiamo davvero dire che i nostri voti hanno lo stesso peso?».


Però le sembra giusto accamparsi davanti alla casa di un semplice immigrato italiano? Non è colpa sua se ha sposato una donna benestante.

«Si può sposare una donna benestante ed essere dalla parte giusta della storia oppure andare in giro a sventolare il portamonete. È stata una sua scelta, non è qualcosa contro cui non si può fare niente. E poi i Blocher non sono molto gentili con gli stranieri, quindi non mi fanno tanta pena».

Ecco, perché un immigrato può diventare ostile nei confronti degli immigrati?

«Perché non sono né il sesso né il colore del passaporto a definire chi si sceglie di essere. Io sono nata come figlia di un operaio e di una cassiera, come donna e come bisessuale. Sono nata così. Però posso decidere di essere solidale, di voler condurre delle battaglie, di voler cambiare le situazioni. Certo, è poco coerente essere migrante e fascista, ma alla fine ognuno può decidere cosa vuole essere».

Perché lei sottolinea sempre di essere bisessuale? Sbandiererebbe il suo orientamento anche se fosse eterosessuale?

«Ritengo importante esporsi, perché l’uguaglianza non è ancora stata raggiunta. Io sto cercando dove andare in ferie con la mia ragazza e devo valutare bene la destinazione, perché in certi Paesi rischiamo di essere picchiate, incarcerate o altro. Anche in Svizzera le statistiche mostrano che le persone gay e lesbiche subiscono più violenze. Fino a un mese e mezzo fa non avevamo gli stessi diritti e ancora adesso non li abbiamo. Per esempio se io adesso dovessi avere un bambino, la mia ragazza non riceverebbe il congedo paternità».

Essere lesbica o gay non è ancora la normalità?

«No, l’ho notato quando ho rivelato per la prima volta la mia bisessualità. Era in un’intervista di quindici pagine a un’importante rivista. Abbiamo parlato di tutto e di più, c’era solo una mezza frase sulla mia bisessualità. Eppure è solo quella mezza frase che è stata ripresa a caratteri cubitali dai media di tutta la Svizzera».

Ha fatto scalpore.

«L’aspetto positivo è che in seguito al mio coming out ci sono tanti altri ragazzi che hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto. È per questi ragazzi che lo facciamo, c’è bisogno di figure pubbliche che fungano da esempio».

Tra le sue proposte «shock» c’è la settimana lavorativa di 25 ore. Scusi, ma lei quante ore lavora?

«Io? Al momento circa 70 ore alla settimana...».

Perché vuole ridurre le ore lavorative?

«Io ho fatto questa proposta nel 2016 e da allora diversi Paesi hanno iniziato a muoversi in tal senso. In Svizzera già oggi tante persone non lavorano al 100%, perché hanno bambini o parenti da seguire. Ridurre le ore di lavoro farebbe bene alla salute e al clima».

Pensa davvero si possa arrivare a 25 ore?

«Negli anni ’20 del secolo scorso si pensava che nel 2000 avremmo lavorato al massimo 10 o 20 ore alla settimana. Invece non abbiamo praticamente diminuito il nostro carico di lavoro, sebbene la produttività sia nettamente aumentata».

Da allora siamo diventati più benestanti.

«Rispetto a cent’anni fa sì, rispetto a cinquant’anni fa no. Dagli anni ’60 la produttività è raddoppiata ma i salari sono rimasti più o meno gli stessi. Vuol dire chela produttività è finita da qualche altra parte, per esempio nel portamonete del signor Martullo-Blocher».

Un altro UDC, Andreas Glarner, ha puntato il dito contro di lei perché dal suo sito chiede donazioni, come per altro tanti altri politici. Come risponde?

«Non prendo più posizione sulle provocazioni di Andreas Glarner, un politico che sta seminando tanto veleno in questo Paese. Io non ho niente contro i dibattiti duri e franchi, ma non mi va che si attacchino le persone. Andreas Glarner oltrepassa dei limiti che non possono essere oltrepassati».

Perché il suo partito lo lascia fare?

«L’UDC dovrebbe prendersi le proprie responsabilità. Ma forse ha interesse a non farlo».

Cosa pensa del presidente UDC Marco Chiesa?

«Ho trovato piuttosto astruso il suo discorso sul divario tra città e campagna. Non ho capito quale fosse il suo obiettivo, al di fuori di spaccare in due la società. Per il resto finora non ho sentito da parte sua nulla di particolarmente buono o intelligente. Da quanto tempo è alla presidenza?».

Più di un anno, credo.

«Ammazza».

Credo, non ne sono sicuro.

«Già solo il fatto che nessuno di noi lo sappia per certo vuol dire molto».

Lei è nata a Berna ma è cresciuta in Sardegna. Venerdì ha tifato Svizzera o Italia?

«Non seguo più il calcio maschile. Se vedo i salari eccessivi e il modo di fare di certi calciatori, mi passa la voglia. Però mi piace guardare il calcio femminile, lo trovo molto interessante».

E per chi tifa nel calcio femminile?

«Al momento gli Stati Uniti di Megan Rapinoe. Lei è un grande esempio per me».

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