Pandemia di rabbia

La domenica

Ma non dovevamo uscirne tutti migliori? Al contrario, più passa il tempo e più siamo arrabbiati, insofferenti, inquieti e nervosi

Pandemia di rabbia
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E meno male che da questa maledetta pandemia dovevamo tutti uscirne migliori! Più buoni, pazienti, generosi, caritatevoli, empatici... In realtà ogni settimana che passa ci vede tutti più arrabbiati, insofferenti, inquieti, nervosi. Pronti a sfogare il nostro malessere su cose e persone. Lo si vede bene da un po’, ogni fine settimana, con le ormai consuete manifestazioni contro. Contro cosa, poi, è tutto da vedere. Contro il green pass, apparentemente. In realtà contro tutto e tutti. Estremisti monotematici, li ha definiti André Duvillard, a pochi giorni dal tentato assalto al Palazzo federale. Il delegato della Rete integrata svizzera per la sicurezza paventa una nuova forma di estremismo, appunto, contro le misure anti COVID e spiega: «Persone che si radicalizzano per una causa specifica e se necessario sono pronte a usare le maniere forti. Un esempio è la causa animale, per cui anche in Svizzera vi sono stati episodi di violenza contro le macellerie. Solitamente queste persone non appartengono all’estremismo di sinistra o di destra. Anche se non si può escludere il rischio di una ripresa politica dell’uno o dell’altro».

Una rabbia individualista, la definisce Philippe Jaffé, psichiatra forense e criminologo, professore ordinario presso il Centro interfacoltà per i diritti dell’infanzia. «Tutti concentrati su sé stessi, al limite dell’egocentrismo. E il tema principale, quello che davvero ruota attorno al coronavirus, ad un certo punto è diventato secondario. L’importante è buttar fuori la collera, l’insoddisfazione. Contro cosa, poi, chi lo sa. Contro il governo, contro le restrizioni, contro le industrie farmaceutiche, contro chi vuole imporre il vaccino o il pass COVID? Contro e basta».

Da destra a sinistra
Una rabbia che non ha identità politica. Va dall’estrema destra all’estrema sinistra, scavalca ceti, categorie e classi sociali. Un universo disomogeneo che confluisce nelle piazze. «Accoglie gli scontenti in generale - dice il criminologo Nicolas Giannakopoulos - e in questo senso le misure anti COVID sono dei rivelatori eccezionali di ciò che davvero non funziona nella nostra società, di ciò che la popolazione non condivide». Come dire? C’è stata la classica goccia... «Tutto il modo di intendere la politica va cambiato», aggiunge Giannakopoulos che non nasconde il suo giudizio molto critico su chi gestisce la cosa pubblica. «Stiamo assistendo a una crescente sfiducia nei confronti delle autorità - nota Duvillard -. Sfiducia che porta anche a minacce attraverso i social nei confronti di magistrati e politici. Oggi è la pandemia ad alimentare questo sentimento. Domani potrebbe essere altro».

Le disuguaglianze

A stupire è soprattutto la rabbia. Una dimensione iraconda e irrazionale contro tutto e tutti. La scienza, il sistema sanitario, i politici... Il segno dell’esasperazione di chi non accetta, non le ha mai accettate o non le accetta più, regole di nessun genere. Una furia che «arma» alcuni individui. Molti insospettabili, la cosiddetta «gente normale», probabilmente, e comprensibilmente, stanca dopo due anni di pandemia divieti e imposizioni e che incolpa le autorità di tutto.

«È aumentata non tanto la disuguaglianza quanto la percezione di questa disuguaglianza - osserva Giuliano Bonoli, professore di politiche sociali all’Idheap di Losanna -. Molti non credono più allo Stato sociale in vigore da anni. Per loro è caduta l’ipotesi che se ti dai da fare si apriranno prospettive interessanti. Non credono più a al contratto sociale in vigore da anni. Queste persone sono quelle che vanno a rimpolpare la destra populista, che secondo loro offre grosse opportunità di ascesa sociale».

I complottisti
C’è poi la frangia dei complottisti, di chi crede che dietro ai vaccini, o dentro ai vaccini, si nasconda qualcosa, o qualcuno. Movimenti del No, animati dalle più singolari teorie a sfondo complottistico, si incontrano sui social, si incitano tra di loro, pronti a negare verità ritenute assodate, a non rispettare le regole e a indignarsi per chi rispetta l’obbligo del Green pass. «I lunghi lockdown hanno ovviamente lasciato delle cicatrici - riprende Bonoli -. Ci sentiamo tutti più fragili, più esposti e anche più diffidenti». E Jaffé ragiona: «Usciamo da un periodo in cui tutte le nostre certezze e abitudini sono state scombussolate, c’è un sentimento di vulnerabilità anche in chi sta meglio, in chi non ha avuto problemi economici o di salute. Si pensa che lo Stato avrebbe dovuto fare di più, fare meglio, fare altrimenti. Come non si sa, non ha importanza. Ma è comunque lo Stato il responsabile. Una sorta di meccanismo di delusione e collera quasi infantile per cui vale tutto e il suo contrario. A prevalere sono i sentimenti più cupi».

Democrazia in frantumi
Paura, incertezza, insicurezza... Che non risparmia nessuno. E che apre la via ai “disobbedienti” secondo cui obbedire sarebbe una minaccia alla democrazia. In realtà la democrazia rischia di andare in frantumi. «Proprio perché è venuto meno lo spirito di coesione - insiste Jaffé -. Riconosciamo il principio della persona ma non quello della comunità. Siamo un popolo che si adatta a tutto finché non ci toccano la nostra sfera individuale. Pronti a recedere dai nostri principi pur di adattarsi alla situazione nel modo più conveniente ma, e la pandemia l’ha dimostrato molto bene, se si tratta di fare il vaccino, di dotarsi del Green pass assumiamo posizioni intransigenti». Inoltre, non va dimenticato, in questo caso politica e potere da mesi intervengono sul nostro corpo. «Anche da qui le numerose reazioni emotive e irrazionali - dice Jaffé -. Chi protesta in sostanza non vuole sacrificare la propria sfera personale a favore di un bene comune. Come dire: mi devo salvare anche senza la scienza, senza la medicina, che bisogno ho io del vaccino?!». Una sensazione di onnipotenza che sfocia nella ribellione.

Verso la tranquillità?

«Spero che la fine della pandemia porti un po’ di tranquillità e che le reazioni attuali non siano un nuovo modo di esprimere l’insoddisfazione nei confronti delle autorità», conclude Duvillard. E Bonoli: «Dipende da quanto queste reazioni violente hanno radici profonde».

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