Social media amati e odiati

La Domenica

C’è chi non si è accorto di nulla, chi ne ha sentito subito la mancanza e chi ha perso un sacco di soldli in borsa: torniamo sulla panne del gruppo Facebook

Social media amati e odiati
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C’è chi non si è accorto di nulla, chi ne ha sentito subito la mancanza e chi ha perso un sacco di soldi in borsa. L’interruzione di sette ore (lunedì scorso) di Facebook, WhatsApp e Instagram - e quella di ieri di circa un’ora - ha rilasciato tossine che hanno intaccato l’umore - e non solo - di milioni di persone. È bastato un problema tecnologico per far piombare mezzo mondo in una sorta di isteria collettiva, di crisi d’astinenza da social, di black-out della ragione, visti i messaggi postati dopo lo stop. Come se la società si fosse ficcata in una perversa spirale che porta a farsi una domanda: ma se un domani non ci fossero più le reti virtuali, cosa succederebbe? Di sicuro «i social media sono ormai considerati un’infrastruttura di servizio - dice Eleonora Benecchi, docente di culture digitali e social media management all’Istituto di media e giornalismo dell’Università della Svizzera italiana (USI) - e quando non funzionano è come se ci mancasse un bisogno primario». Lorenzo Cantoni, direttore dell’Istituto di tecnologie digitali per la comunicazione dell’USI, non si è reso conto subito della panne, «perché quel pomeriggio sono stato impegnato». Ma ha subito compreso che il black-out è stato «un’ulteriore conferma dei limiti e della fragilità di queste tecnologie, che sono, non dobbiamo dimenticarlo, ancora molto giovani e immature». Roberto Vacca, «futurologo», ingegnere e divulgatore scientifico, la prende con filosofia: «Il fatto che Facebook si interrompa o non si interrompa è un dettaglio - dice con una punta di provocazione - io non lo ritengo uno strumento di grande interesse, perché i suoi contenuti sono molto scarsi».

Tecnologie della vita
Scarsi o no, per molti - soprattutto i giovani - restano evidentemente contenuti essenziali. Ma anche irrinunciabili? Potrebbe esistere, detto altrimenti, un mondo senza social network? «Naturalmente sarebbe possibile, come lo è stato nel passato - risponde Cantoni -. Tuttavia, non credo che questo sia uno scenario probabile. Questo incidente ci può aiutare a capire che dobbiamo saper comunicare attraverso molti canali (digitali e non), e che non ne esiste uno solo». Anche perché «non siamo più abituati agli SMS tradizionali - annota Benecchi - potrebbe quindi esistere un futuro senza Facebook ma non senza entità simili. Magari tra dieci anni non useremo più WhatsApp, ma Signal: un’applicazione di messaggistica che durante le ore di black-out di lunedì scorso è stata scaricata da più di 1 milione di nuovi utenti». Una prova, secondo l’esperta, di come «le persone hanno subito cercato un’alternativa a modus vivendi che ritengono ormai indispensabile, tant’è vero che per i social parliamo di tecnologia della vita, in quanto modellano ogni aspetto della nostra vita quotidiana».

«Rischio dipendenza»
Intoccabili e diffusissimi. Come dimostrano i 3,5 miliardi di utenti mondiali che hanno Instagram, WhatsApp, Messenger e Oculus, solo per rimanere nella galassia di aziende in mano a Mark Zuckerberg. Una popolarità che non ha risparmiato anche la Svizzera. Dove, secondo i dati di quest’anno, WhatsApp è usato dall’86% della popolazione, mentre Facebook raggiunge il 68%. «Tra i 12-19.enni - fa presente Benecchi - la presenza di Instagram è ancora maggiore toccando il 98% della popolazione. In pratica ce l’hanno tutti».

Quasi scontato, a questo punto, chiedersi se essenzialità faccia rima anche con sottomissione. In altre parole, assuefazione. Soprattutto, quando si parla di giovanissimi. «Il rischio di sviluppare una dipendenza è reale - spiega Vincenza Guarnaccia, responsabile progetti scuola per Radix (associazione che promuove il benessere psichico, la prevenzione da consumi a rischio e da diverse forme di dipendenza) - perché l’uso di Internet e dei social funziona con lo stesso meccanismo di tutte le assuefazioni: provocano piacere e inducono alla ricerca continua di una gratificazione». Ecco perché è importante, secondo la specialista, dialogare costantemente con i giovani ed essere il più possibile presenti come genitori. Senza dimenticare che «non è lo strumento in sé il problema, ma l’uso che si fa dello strumento».

Problemi sociali più profondi
Uso e non abuso, dunque. Critiche, proprio in questi giorni, sono arrivate in particolare dall’ex dipendente di Facebook, Frances Haugen. «Non avrei mai pensato di dover difendere Facebook - annota Cantoni - ma sembra che solo ora ci si renda conto dei potenziali problemi, anche psicologici, connessi con un uso non corretto di questo e di altri social media. Non credo però che si debbano accusare i social media in generale di problemi sociali ed educativi molto più ampi e che hanno radici ben più profonde e lontane». È però vero che Facebook «è un’azienda e come tale vuole fare profitti dalle interazioni degli utenti - rileva Benecchi - e le interazioni crescono più i discorsi sono controversi e più i sentimenti sono forti».

Servono dunque più regole? I governi dovrebbero intervenire, così come chiede l’ex dipendente, Haugen che ha paragonato i danni di Facebook a quelli del fumo di sigaretta? «Non penso che i governi debbano intervenire direttamente rispetto a questi danni - afferma Cantoni -. È un tema piuttosto dell’educazione, dalla famiglia alla scuola, includendo naturalmente anche le agenzie pubbliche di educazione. Devono piuttosto intervenire per assicurare che tali piattaforme operino in un contesto aperto, non di monopolio, e trasparente».

Troppa Intelligenza artificiale?
Il punto centrale, secondo Vacca, è però un altro. «La cosa preoccupante è che i sistemi decisionali che governano i social sono in buona parte demandati a sistemi automatici o semi automatici, compresa l’intelligenza artificiale (IA)». Il timore è insomma quello che «l’Intelligenza artificiale possa diventare talmente potente da esautorarci, da tagliarci fuori e fare quello che vuole lei e non quello che vogliamo noi». Ecco perché, continua il divulgatore scientifico, sarà importante introdurre sicurezze e controlli, in quanto l’IA è soggetta a non funzionare per niente o a funzionare molto male».

Regole, trasparenza e apertura. «Perché il problema è come i social usano il potere che hanno», riprende Benecchi. «Si tratta di capire che queste piattaforme sono diventate degli operatori sociali, politici, economici più potenti di molti stati sovrani - riprende Cantoni - e quindi occorre assicurarsi che operino in un contesto che possa essere sorvegliato e disciplinato in modo democratico».

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