Storie di donne e di violenza

LE TESTIMONIANZE

Perdono, fughe e tante botte, il racconto di chi è stata perseguitata dall’ex compagno – «È come se fossimo sempre nel torto, inabissate in un perenne senso di colpa»

Storie di donne e di violenza
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Venticinque donne ammazzate. Il 2021 è un anno nero per la Svizzera. 12 gennaio, 17 gennaio, 8 febbraio, 16 febbraio, 23 febbraio (due episodi), 8 marzo, 12 marzo, 15 marzo, 19 marzo, 28 marzo, 17 aprile, 22 aprile, 1. giugno, 13 giugno, 5 luglio, 8 luglio, 11 luglio, 20 luglio, 5 agosto, 12 agosto, 13 ottobre, 15 ottobre, 18 ottobre, 21 ottobre. In dieci occasioni chi ha ucciso si è tolto la vita. Come a dire «o a modo mio, o niente». Da inizio anno ci sono stati anche nove tentati femminicidi. L’ultimo dieci giorni fa a Solduno. Lui, domiciliato nel canton San Gallo, ha raggiunto il Ticino e ha sparato con un fucile caricato a pallettoni all’ex fidanzata. «Sto soffrendo tantissimo in questi giorni, fisicamente e psicologicamente», scrive lei dall’ospedale. Al suo aggressore era stato intimato un divieto di avvicinarsi. Un episodio che ha riportato sotto i riflettori una piaga che affligge anche il nostro Paese: uomini che odiano le donne. E sono queste ultime a rivendicare a gran voce un cambiamento nella società, nelle leggi, nella mentalità. Quelle che hanno il coraggio di raccontare.

Una relazione tossica

Quella di Fulvia è una storia di violenza, psicologica e fisica. Una storia che passa dai social network. Una vicenda che nel tempo si è trasformata in rabbia. Rabbia nell’impossibilità di ricevere davvero aiuto. Fulvia ha conosciuto il suo aguzzino su Facebook. Era appena uscita da una separazione, a 53 anni, quando ha ricevuto le attenzioni di un uomo più giovane di lei. «Ha iniziato a farmi la corte. Ci siamo scritti per un po’, poi ci siamo visti. La relazione è iniziata subito, ma non è mai stato un bel rapporto. Io sono diventata dipendente da lui. Una vera relazione tossica». Lei è rimasta a casa con i suoi due figli, ma passava i fine settimana da lui. Era quasi obbligata, non c’era molta scelta. Sua figlia non è mai stata favorevole a quella relazione e con lei sono iniziati i litigi. Lui era geloso e possessivo. Un giorno l’aggressività generale è diventata violenza fisica. «Abbiamo avuto una discussione perché io volevo tornare a casa mia, non mi sentivo molto bene. Lui mi è saltato addosso e mi ha colpita, facendomi cadere gli occhiali. Io gli ho dato un morso, per fargli mollare la presa, perché mi stava strozzando. Mentre scappavo, ha postato la foto su Facebook dandomi della matta perché gli avevo lasciato i segni del morso. Sono andata al pronto soccorso, ma ho detto che ero caduta. Poi mi ha chiesto scusa, faceva la vittima, diceva che ero io quella sbagliata. E pensavo fosse davvero colpa del mio carattere difficile». La relazione è andata avanti, ma non è mai stata felice. Fino all’evento che ha permesso a Fulvia di dire basta. «Ho provato a lasciarlo. Lui ha tentato di tirarmi un pugno. Mi sono girata per proteggermi e sono finita contro il muro di casa. Mi ha presa a sberle e spintoni, mi ha spinta fuori in giardino. Una vicina ha sentito le urla ed è venuta ad aiutarmi, poi sono scappata». Il giorno seguente si è recata al pronto soccorso, spinta dalle colleghe di lavoro. «Hanno inoltrato la segnalazione al procuratore pubblico di picchetto. Ma non hanno saputo spiegarmi l’iter burocratico. Nessuno mi ha contattata per quindici giorni».
Due settimane dopo ha trovato il coraggio e ha preso lei contatto con lo sportello LAV (Servizio per l’aiuto alle vittime di reati). Da cui ha ricevuto aiuto e sostegno. Nel frattempo lui ha riempito Facebook di insulti e ingiurie. Un fiume in piena senza fine. «La polizia ha impiegato tre settimane per chiamarmi. E l’agente mi ha detto ‘‘al ga do mi un colp da telefono e gal disi da calmas’’. Ma scherziamo? Io ho sporto denuncia, accompagnata dall’avvocatessa e dall’assistente sociale dello sportello LAV». A quel punto il mare di fango gettato sulla sua persona sui social si è placato e Fulvia è stata contattata dall’avvocato di lui che le ha proposto un risarcimento in denaro per ritirare la denuncia. Ma lei non ha ceduto. «Le mie amiche e i miei figli mi sono stati molti vicini. Anche la femmina, con cui avevo litigato per un anno a causa del loop in cui ero entrata». Ma, oltre al danno, c’è stata la beffa. Mesi dopo Fulvia ha dovuto sottoporsi a un’operazione a causa della lesione al polso subita il giorno della violenza. «L’indennità lavorativa mi è stata decurtata dall’assicurazione infortuni del 50%. Per fortuna il mio datore di lavoro non mi ha chiesto il rimborso».
La fine della storia? Il Ministero pubblico ha emesso nei confronti dell’uomo una condanna al versamento di 30 aliquote oltre al pagamento di una multa di 300 franchi e a un piccolo rimborso per la parte lesa (trattandosi di «violenza minore»). «Mi sono pagata le spese legali e le sedute dalla psicoterapeuta successive a quelle gratuite concesse di diritto dal Cantone. Mi duole ammetterlo, ma gli agenti di polizia non sono preparati a queste situazioni, non sanno come comportarsi. Quasi ti sconsigliano di proseguire nella denuncia, perché l’iter è lungo. Devi provare quello che dici, ti senti sotto esame. Mentre la vittima deve rispettare gli orari d’ufficio, portare le prove, ricordarsi ogni dettaglio, mandare mille e-mail, telefonare, insistere; il carnefice è a casa, sul divano, tranquillo. È come se noi donne fossimo sempre nel torto, inabissate in un perenne senso di colpa». Fulvia vuole essere la voce di tutte: «Io, in seguito alla violenza, mi sono chiusa in casa per 15 giorni e sembravo un automa. Ma poi ho trovato la forza e mi sono attivata. Chi è meno ‘‘smart’’ e forte di me, chi non ha le possibilità, chi non conosce gli uffici a cui rivolgersi, che fine fa?».

Devi provare quello che dici, ti senti sotto esame. È come se noi donne fossimo sempre dalla parte del torto, inabissate in un perenne senso di colpa

«In Ticino c’è almeno una persona violenta e armata»

Anonima teme di essere riconosciuta e subire ripercussioni. Quando a sua volta è stata vittima, ha tentato di parlare, di urlare, di cercare aiuto. Ma la risposta che ha ricevuto le ha fatto fare mille passi indietro. «Lui mi ha minacciata – racconta -. Mi ha detto che mi avrebbe spinta giù dal balcone. Aveva un’arma, me l’ha puntata contro. In un secondo momento ho chiamato la polizia, ma mi hanno risposto ‘‘se lui non è lì e non le sta facendo nulla, ora non possiamo intervenire’’. Allora ho sporto denuncia. Sono passati alcuni mesi prima che lo convocassero. E prima di andare a controllare l’abitazione lo hanno avvisato. Ovviamente, a quel punto, non hanno trovato nessuna arma».
Anonima è ancora spaventata. Ma anche molto delusa. «Non sono scappata, non posso nascondermi, è l’aguzzino che dovrebbe scomparire non di certo la vittima. In Ticino c’è almeno una persona violenta e armata, ma per le autorità va bene così. È ovvio che poi uomini come lui si sentono impuniti. La legge continua a essere osservatrice distaccata dai deboli».

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«Mi diceva sei pazza, ho finito per credergli»

Kristina ha deciso di raccontare la sua storia perché spera in una generazione di uomini migliori. «Per mia figlia, che ora ha 14 anni». La sua voce è triste, poiché teme che per il suo figlio maschio sia già tardi. Il rapporto con l’uomo che l’ha distrutta psicologicamente è iniziato come una storia d’amore. «L’ho conosciuto all’università, a una fermata del bus. In quel momento non volevo una relazione, perché avevo subito un’operazione importate e volevo concentrarmi solo su me stessa. Anzi, avendo avuto un padre-padrone, avevo redatto una lista dei requisiti che il mio futuro uomo avrebbe dovuto ossequiare e tutti mi dicevano ‘‘non lo troverai mai’’». Lei lo ha quindi allontanato, ma si sono ritrovati mesi dopo tramite amici in comune. Proprio in quel momento suo papà era scappato di casa con l’amante e lei era fragile. «Ha iniziato a farmi la corte. E ogni giorno mi permetteva di vistare un punto della mia famosa lista. Ero davvero stupita. Anche se il mio istinto non mi permetteva di entusiasmarmi, restavo sempre molto cauta. Chi mi stava attorno è arrivato a dirmi che ‘‘pretendevo troppo’’». Infine, Kristina ha ceduto. Sono passati gli anni. Ne sono seguiti l’anello, la convivenza, le nozze. Al settimo mese di gravidanza c’è stata la prima vera lite. «Dovevamo tornare dalle vacanze e lui mi ha detto che a casa ci avrebbero raggiunto i suoi familiari. Io ho detto ‘‘no, sono stanca e già staremo in auto un sacco di ore’’. Si è arrabbiato molto. Ma quello è stato l’inizio di un periodo in cui io ho imparato a dire ‘‘no’’ e a esprimere tutto ciò che pensavo, invece di essere sempre accondiscendente».
La nascita del bambino è stata la vera svolta. Lei si è resa conto che lui beveva e voleva sempre più attenzioni. «Se il piccolo piangeva mentre eravamo a tavola, mi impediva di alzarmi, perché ‘‘quel momento doveva essere nostro’’. Dava in escandescenze e poi si scusava. Non mi colpiva fisicamente, ma mi proibiva di leggere i libri, soprattutto quelli di psicologia, di vedere i miei genitori quando volevo. Ogni piccola libertà in più lo infastidiva. Mi permetteva solo di uscire con le mie amiche per poi screditarmi pubblicamente». Quando è rimasta incinta del secondo figlio, la pressione psicologica è diventata insostenibile. «Mi diceva ‘‘sei pazza, sei esagerata, sei paranoica, sei fobica’’. Era sempre più tiranno, soprattutto quando ha smesso di fumare. Ho finito per credergli e sono andata da uno psichiatra. Gli ho anche chiesto di iniziare la terapia di coppia». Poi, un giorno, è arrivato uno spintone. «Lì ho preso paura. Mi sono detta che se avevo digerito i litigi, le mani addosso sarebbero state il punto di rottura definitivo. E che l’escalation avrebbe solo potuto peggiorare. Quando gli ho chiesto se si rendesse conto di quello che aveva fatto, la prima volta si è messo a ridere, la seconda mi ha ignorata e la terza ha detto ‘‘tu devi capirmi, l’ho fatto a fin di bene, dovevi comprendere come mi sentivo io in quel momento’’». È stato allora che Kristina ha trovato la forza di scappare.
In seguito ha cambiato più volte avvocato. «Mi rivolgevo a delle legali donna, nella speranza che fossero solidali. Ma se inizialmente sembravano dalla mia parte, poi l’atteggiamento mutava. Sembrava che fossero sempre a favore di un’idea patriarcale di società». Ne è seguita una guerra legale, tipica purtroppo di molte separazioni e divorzi.
L’incubo più grande di Kristina si è concretizzano quando suo figlio è diventato adolescente. «Ha cominciato ad avercela sempre di più con me. Era aggressivo, gridava, si ribellava a ogni regola. Il tono si è fatto sempre più alto, tirava colpi ai mobili, mi incolpava di tutto, mi impartiva ordini. Un giorno gli ho detto ‘‘io ho lasciato tuo padre per questo motivo, se vuoi essere come lui prendi le tue cose e raggiungilo’’. E lui se n’è andato. Il mio ex vuole vedermi morta a livello psicologico, e ora ha l’arma di mio figlio». Ma lei trova ancora la forza di parlare e raccontarsi, perché spera nel cambiamento. «Per 17 anni ho creduto di essere un pesce fuori d’acqua in questo mondo. Invece ora ho capito che è il sistema che non va. Anche in Svizzera la società è patriarcale e ci battiamo quotidianamente per l’uguaglianza. L’unica arma che abbiamo non è fare la guerra, ma creare una rete di solidarietà e cercare di aiutare gli altri ad aprire gli occhi. Un lavoro molto duro. Perché da una parte ti dicono che la donna è importante e ha i suoi diritti, ma poi nella realtà la situazione non è chiara, è ambigua. E quando lo vivi sulla tua pelle, rischi di impazzire».

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