Su cibo e sport tutto il mondo è paese

La Domenica

L’editoriale del direttore Paride Pelli

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Tutto come previsto: la decisione di Berna di estendere l’obbligo del certificato COVID per l’interno dei ristoranti, le strutture dedicate alla cultura e al tempo libero e tutte le manifestazioni al chiuso, salvo un paio di eccezioni, ha provocato un’impennata di prenotazioni per vaccinarsi. Numeri che in un giorno, anche nel nostro cantone, si sono triplicati. Nessun accorato appello alla responsabilità da parte dei governanti, nessun fondato allarme degli scienziati sui rischi che corrono i non vaccinati, alla fin fine, è stato più persuasivo della prospettiva di vedere ulteriormente limitate le proprie libertà individuali. Poter accedere alle sale interne dei ristoranti, ora che un po’ di fresco, specie la sera, è arrivato, o poter tifare la propria squadra del cuore: erano queste le corde giuste da toccare per riportare «a terra» gli indecisi. Davvero, sul buon cibo e lo sport tutto il mondo è paese. Per alcuni la decisione del Consiglio federale è stata un malcelato tentativo di mettere ancor più sotto pressione chi non ha aderito alla campagna vaccinale, un invito nemmeno troppo gentile a farsi somministrare i preparati disponibili per non ritrovarsi confinati in una serie di limitazioni del viver civile (arbitrarie o meno che siano): bene, a giudicare dal risultato immediatamente conseguito, è difficile argomentare il contrario. Ma è pure evidente, nel contempo, che la minaccia di una quarta ondata sia dietro l’angolo, con Alain Berset che ha più volte affermato che correre di nuovo il rischio di sovraccaricare le strutture sanitarie sia davvero diabolico, dopo i drammi ai quali abbiamo assistito nel recente passato. Berna gioca dunque d’anticipo, cerca di prevenire per non ritrovarsi a curare. Legittimo, doveroso e quasi obbligato. Ora, però, si tratta di sfruttare questo effetto positivo dell’estensione del certificato COVID per convincere anche i più indecisi, i più scettici, mostrando loro, con l’esempio della libera vita di tutti i giorni, che il vaccino dà la quasi certezza di non finire in ospedale e di non subire un decorso grave della malattia (e scusate se è poco). Se questa opera di convincimento non dovesse andare a buon fine, ecco che si rischierebbe di rivivere, a livello di campagna vaccinale, il fuoco di paglia dello scorso giugno, quando il timore di trascorrere un’estate da reclusi spinse non poche persone nei Centri di somministrazione, ma solo per qualche giorno. Poi, le somministrazioni tornarono a registrare un andamento ondivago che è restato tale fino all’impennata di pochi giorni fa. Ora bisogna consolidare, ed è la parte più difficile, soprattutto in un Paese che, riguardo le vaccinazioni anti-COVID, è sotto la media europea. Con un occhio a quanto accade lontano da noi, siamo al paradosso: abbiamo i vaccini ma non tutti vogliono farsi vaccinare, mentre vi sono altre nazioni che vorrebbero avere a disposizione i preparati (e ne avrebbero il diritto) e non riescono ad accedervi, per una serie di motivi. A unirci tutti, amaramente, resta il «magico» effetto dell’estensione del certificato COVID, che a ogni latitudine ha il potere di risvegliare dal torpore chi a vaccinarsi non pensava, o non pensava più. Se questo basterà per raggiungere l’immunità di gregge tanto auspicata, è difficile dirlo. Servirà però almeno ad aumentare la nostra percentuale di vaccinati, a tutt’oggi troppo bassa e anche poco edificante.

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