Una notte con i City Angels

La Domenica

«Siamo cittadini come tutti gli altri, ma abbiamo scelto di non voltare la testa dall’altra parte» - FOTO e VIDEO

Una notte con i City Angels
© CdT/ Chiara Zocchetti

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Non è solo questione di piedi buoni e sguardo attento. Che comunque ci vogliono perché si cammina su e giù, avanti e indietro per la città per quattro ore. No, per fare il City Angel “siamo sempre alla ricerca di volontari, anzi se è possibile fare un appello...” sono indispensabili soprattutto dialogo, simpatia e una certa dose di preparazione. Preparazione fisica e mentale, dunque. Perché un venerdì sera può anche non succedere nulla. Ma un sabato sì.

Può succedere di sventare una rissa, aiutare un senzatetto o dare da mangiare e da dormire a un profugo in fuga dall’Afghanistan. Un volontario “speciale”, lo chiama Giuseppe Modica, fondatore dei City Angels in Ticino. Da sette anni sul terreno. Anzi, in strada. Speciale perché «le nostre sono due attività in una: da una parte c’è la solidarietà, dall’altra la sicurezza ». E a chi gli domanda come possano convivere sotto la stessa divisa, Modica risponde: «Innanzitutto non siamo repressivi. Osserviamo, ascoltiamo e aiutiamo. Molto spesso è sufficiente la nostra presenza a scoraggiare eventuali comportamenti inadeguati».

Ore 21.17. Le due squadre che stanotte pattuglieranno le strade sono pronte. «Ci troviamo alla pensilina. Poi andremo al parco Ciani ». Marika, Ivonne, Paolo e Nadia si incamminano. Giuseppe, Clarissa e Fabienne seguono a ruota. Tutti hanno divisa, cappellino, cinturone, torcia, mascherina, guanti in pelle e in lattice. A guardarli da lontano sembrano tutti uguali. Ma è solo la prima impressione. Perché sotto la divisa ci sono donne delle pulizie, custodi, venditori, sarte. E un’età che va da 26 anni a 61. «Perché facciamo i City Angels? Perché ci piace aiutare le persone», rispondono tutti. Convinti. C’è da credergli. Anche perché Fabienne entra nel dettaglio. «Siamo semplici cittadini che non voltano la testa dall’altra parte». Tanto che anche quando sono in borghese «ci capita di aiutare».

Alle 21.58 le due squadre raggiungono la pensilina, dopo aver camminato sul lungolago da Paradiso. Si dispongono a cerchio. «Così possiamo tenere sott’occhio la situazione», spiega Giuseppe. In effetti nulla sembra lasciato al caso. Anche quando camminano i City Angels sono in formazione. C’è un capo squadra, che sta davanti. C’è il vice che si posiziona a destra. E c’è lo «scudo» che chiude il gruppo e quindi è responsabile di ciò che potrebbe succedere dietro le spalle. Ecco perché, prima di indossare le divisa, servono diversi giorni di formazione (tecniche di psicologia, comunicazione, primo soccorso e autodifesa).

La notte sembra tranquilla. Ma a un certo punto Giuseppe è chiamato da una persona. «Dei ragazzi la settimana scorsa mi hanno importunato. Se succede ancora come faccio a chiamarvi?», chiede un uomo seduto su una bicicletta. Il fondatore degli Angeli ascolta, fa sì con la testa. Rassicura. Le sue sono solo parole, ma fanno presa. L’uomo si tranquillizza. Forse la risposta del perché esistono gli Angeli sta tutta qui. «Tante persone hanno solo bisogno di essere ascoltate. Anche in strada», annota Giuseppe.

Prossima tappa, parco Ciani. Qui è perlopiù buio. Gli Angeli salutano tutti quelli che incontrano. «Ciao ragazzi, tutto bene?, chiede Giuseppe a ogni gruppo che incontra. E, sorpresa, tutti i giovani rispondono con gentilezza. «Tutto bene, grazie!». La Foce è a pochi metri. Le risse e gli assembramenti che tanto hanno fatto parlare qualche settimana fa sembrano solo un ricordo. Giuseppe ne approfitta per raccontare un aneddoto.

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