Il mercato

Le anguille valgono oro

Oggi la specie è fortemente minacciata ma fiorisce il commercio illegale dall’Europa all’Asia

Le anguille valgono oro

Le anguille valgono oro

Ha fatto scalpore la notizia del sequestro in gennaio di decine di migliaia di giovani anguille nei due aeroporti svizzeri di Ginevra e di Zurigo. Grazie a una serie di interlocutori abbiamo cercato di capire le caratteristiche, la storia e la situazione presente di questo pesce così ambito.

«L’anguilla è un essere alquanto misterioso, con il suo ciclo di vita che la porta a riprodursi nel Mar dei Sargassi per poi migrare verso le coste europee, risalire i fiumi, passare diversi anni nei nostri laghi e poi, una piovosa notte d’autunno, riprendere la via verso il mare e raggiungere quel punto remoto dell’Oceano Atlantico dove è nata. Storicamente è stato sicuramente un pesce molto importante per l’economia locale» spiega Maurizio Valente, curatore del Museo della pesca di Caslano. «Lungo il fiume Tresa, ma prima ancora perfino nello stesso lago Ceresio, nello stretto di Lavena che collega il bacino sud a quello di Ponte Tresa, erano state costruite delle particolari strutture per catturare le anguille durante la loro migrazione riproduttiva verso il Mar dei Sargassi. Quella di Lavena è stata presto smantellata, anche se era probabilmente la più redditizia, perché causava l’innalzamento del livello del lago. Le due strutture della Tresa invece hanno resistito per secoli». Ancora negli anni 50 del secolo scorso, si pescavano centinaia di chili di anguille durante le piovose notti d’autunno. «Oramai non spuntano che pochi resti di queste strutture in legno che, secondo una tradizione non documentata, avevano le loro origini in epoca longobarda – continua Valente – ma il primo documento storico è del 1476. La peschiera “di sopra”, la più ambita, era di proprietà dell’arcivescovo di Milano che poi la vendette nel 1583 alla famiglia Perseghini di Ponte Tresa che la subappaltò. L’appalto finì per essere suddiviso in 81., rinnovati ogni anno, con un preciso calendario». Dopo la Seconda guerra mondiale l’interesse per questa pesca diminuì. I danni provocati dalle alluvioni del 1951 e più tardi dal materiale proveniente dalla costruzione del nuovo ponte stradale diedero il colpo di grazia alle peschiere. Al Museo della pesca si possono trovare alcune testimonianze e un modellino di questa struttura, unica in Svizzera. A tutto questo si aggiunge ora il fatto che l’anguilla, un tempo così numerosa, è in grave pericolo d’estinzione. «Che ci fosse un problema, lo si era capito già alla fine del secolo scorso, ad esempio con la riduzione delle catture nella zona del Reno superiore, passate da 17.000 negli anni 80 a 12.000 nel 1999» spiega Diego Dagani, collaboratore scientifico dell’Ufficio federale dell’ambiente. «Uno studio commissionato allora dall’Ufficio per l’ambiente (o UFAFP) rivelò che l’involuzione dei popolamenti non era solo dovuto alla moratoria sul ripopolamento dal 1986, ma anche al minor numero di giovani pesci, le cosiddette cieche, che risalivano dal mare. Fu inoltre calcolata una mortalità del 90% per gli esemplari che ritornavano verso il mare durante la migrazione riproduttiva, causata dalle turbine delle centrali idroelettriche: una situazione che è in fase di risanamento. A causa della sua forma serpentiforme, l’anguilla purtroppo difficilmente sopravvive se arriva alle turbine, al contrario di altre specie più compatte». Nel frattempo, le catture nella zona del Reno superiore sono crollate a quota 2.000 nel 2016. Non solo l’anguilla europea (Anguilla anguilla) ma anche le specie americana (Anguilla rostrata), asiatica (Anguilla japonica) e dell’Australia-Nuova Zelanda (Anguilla australis) hanno visto le loro popolazione diminuire costantemente nell’arco degli ultimi 30 anni, secondo un rapporto di TRAFFIC Europe, redatto nel 2007 per l’Unione europea. La più minacciata però resta quella europea, tanto che l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) l’ha classificata come «in pericolo critico» – l’ultimo stadio, prima che una specie sia considerata estinta – e dal 2009 figura nell’allegato II della CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e di flora selvatiche minacciate di estinzione). Nell’Unione europea, l’importazione e l’esportazione di esemplari sono severamente vietate. La diminuzione però di quella asiatica e la richiesta crescente del mercato ha generato una catena di reazioni. «Da alcuni anni esiste un commercio illegale, proficuo e ben organizzato, di anguille cieche dall’Europa verso l’Asia – ci spiega Nathalie Rochat, portavoce dell’USAV, l’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria – La maggior parte di queste larve viene pescata in Spagna, Portogallo e Francia e portata in Asia in aereo, dove viene aningrassata per diventare una costosa prelibatezza. Il costo di una simile transazione può superare i 100.000 franchi a valigia. Da un paio d’anni le autorità spagnole e portoghesi hanno conseguito notevoli successi contro il commercio illegale. Tramite Europol hanno quindi avvisato gli altri Stati europei della possibilità che le organizzazioni criminali dedite a questo traffico cerchino ora di proseguire la loro attività da aeroporti alternativi».

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