A.A.A. Cercasi futuro

L’universo

L’editoriale di Antonio Paolillo

 A.A.A. Cercasi futuro
Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

A.A.A. Cercasi futuro

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Nel corso degli anni universitari lo studente impara, per istinto di sopravvivenza e attraverso decine di esami, presentazioni, lavori di gruppo e seminari, a cavarsela davanti ad una domanda, anche qualora questa lo metta in difficoltà. Ma se vorrete vedere uno studente fare scena muta o biascicare una risposta, provate a chiedergli del proprio futuro.

Questo è un tema che da sempre mette i giovani adulti con le spalle al muro. Di fatto si chiede loro di abbandonare, anche se solo con il pensiero e solo per un secondo, la propria confort zone: quell’università che prima non vedono l’ora di finire e che poi, forse, rimpiangeranno una volta sperimentato il «mondo degli adulti». Se ci fate caso, nella maggior parte dei casi la risposta alla domanda «Cosa farai dopo?» è introdotta sempre da una forma condizionale: «Mi piacerebbe fare...» o «Vorrei lavorare nel settore di...» o ancora «Mi piacerebbe continuare a studiare». Poche volte arriva una risposta chiara, diretta e decisa.

Dal tipo di linguaggio usato per riferirsi al proprio futuro possiamo quindi capire davvero quanto un ragazzo che sta terminando i propri studi vada in difficoltà davanti al dato di fatto che, prima o poi, dovrà smettere di giocare a «cosa farò da grande» e fare delle scelte che condizioneranno, se non proprio l’intera vita, almeno gli anni subito a seguire.

La cosa si complica ulteriormente se introduciamo anche due considerazioni che arrivano osservando la società di oggi. La prima è l’aumento della competitività sul lavoro. Infatti il numero dei laureati, e di conseguenza di specialisti nei settori di riferimento, è considerevolmente maggiore rispetto anche solo alla generazione precedente. Questo comporta una difficoltà maggiorata nella ricerca e nell’ottenimento di un lavoro che sia e nell’ambito degli studi svolti e appropriato per il livello di preparazione che si possiede. Succede ormai sempre più spesso, infatti, che un laureato non lavori nel settore per cui ha studiato. Il sapersi reinventare, quindi, è diventata l’arma più efficace per un ragazzo che vorrà sopravvivere con le unghie e con i denti nella giungla del mondo del lavoro.

La seconda considerazione invece deriva dal cambio repentino di prospettive a causa della pandemia da Coronavirus. Mobilità limitata e in alcuni casi impossibilitata, economia lacerata, stato ansiogeno diffuso, università costrette a limitare o annullare le lezioni in presenza: questi alcuni dei «sintomi sociali» della COVID-19. Come si può fare programmi, progettare il proprio futuro, ideare la propria carriera, pensare di trasferirsi per studio o per lavoro davanti alla totale incertezza su come andranno le cose e quando questo incubo finirà? Sembra quasi impossibile e anche in questo caso la parola d’ordine diventa «reinventarsi». Gli studenti sono chiamati ad assumere un atteggiamento plastico nei confronti del proprio futuro, devono essere disponibili ad elaborare strategie diverse, piano B, C e anche D per non rischiare di fermarsi.

È per questo che eventi come la Notte Bianca delle Carriere dell’USI, che hanno il fine di creare un solido ponte fra università e mondo del lavoro, assumono oggi più che mai un’importanza fondamentale.

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