Come i nuovi media cambiano la cultura

L’intervista

Eleonora Benecchi, Docente della Facoltà di comunicazione, cultura e società - USI

Come i nuovi media cambiano la cultura
Immagine da pixabay.com

Come i nuovi media cambiano la cultura

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Nell’epoca digitale tutti possono trasformarsi in produttori culturali. Ha dunque ancora senso la distinzione tra autori e consumatori?

L’appropriazione, la manipolazione e l’adattamento di contenuti mediali prodotti da altri sono gli aspetti chiave della cultura partecipativa, definita per la prima volta da Henry Jenkins nel 1992. Eleonora Benecchi, docente dei corsi «Culture digitali» e «Social Media Management» all’Università della Svizzera Italiana, ci illustra le implicazioni del fenomeno.

Quali sono le conseguenze della cultura digitale e partecipativa?

«Internet ha profondamente cambiato le logiche di produzione e fruizione di opere mediali. Il contenuto culturale che viaggia online non è più definibile senza prendere in considerazione l’uso che ne fa il pubblico attraverso la partecipazione, per esempio discutendone sui social».

La digitalizzazione può costituire un pericolo per gli autori?

«La questione autoriale si complica perché l’oggetto culturale “fisso” viene trasformato in un contenuto “fluido”, che può essere copiato, scambiato e manipolato. La cultura digitale sfavorisce la produzione di oggetti fissi, ai quali si può facilmente attribuire un prezzo e un autore. Ciò porta alla luce una tensione tra un modello che vorrebbe rendere il contenuto più facilmente commercializzabile, e un altro che invece vuole spostare l’equilibrio del potere dalla parte dei consumatori».

Eleonora Benecchi, Docente della Facoltà di comunicazione, cultura e società - USI
Eleonora Benecchi, Docente della Facoltà di comunicazione, cultura e società - USI

Una delle manifestazioni della cultura partecipativa sono le fanfiction.

«Si tratta di opere derivative attraverso cui si riscrivono personaggi e mondi che sono stati creati da altri autori e pubblicati precedentemente da editori tradizionali. I fan non chiedono alcun ritorno economico per le loro opere, che non si propongono nemmeno come contributo artistico alla società. Tra le motivazioni che spingono a produrre nuovi contenuti quella “emozionale”, cioè il legame affettivo con l’universo narrativo che viene omaggiato, è la più importante».

Le fanfiction sono legali?

«Il copyright è senza dubbio uno dei principali ostacoli alla diffusione e al riconoscimento culturale delle produzioni degli appassionati. Il rapporto tra fan e autori dei testi originali ricorda quello tra il gigante Golia e il giovane Davide. Anche in epoca digitale, nel momento in cui ci si addentra nelle vie legali, le industrie mediali sono ancora dei giganti a confronto dei fandom. In generale, chi difende la scrittura di fanfiction sottolinea che essa dovrebbe rientrare sotto l’etichetta di “fair use”, che controbilancerebbe i diritti esclusivi dell’autore originale a favore del lettore/autore. Si tratta però di un tema tuttora molto discusso».

Quando le fanfiction diventano casi editoriali

La produzione amatoriale diventa sempre più competitiva perché in grado di dare vita a contenuti di qualità in grado di coinvolgere il pubblico, come ci spiega la Benecchi: «Pensiamo a un prodotto come Cinquanta sfumature di grigio, nato come una fanfiction ispirata a Twilight e poi trasformata in un best-seller». La pratica delle fanfiction sta entrando nel mercato editoriale anche contaminando modalità di scrittura consolidate. «Ecco allora che autrici affermate riscrivono le loro storie in modo simile a come lo farebbero i fan. A dieci anni dalla sua uscita, Stephenie Meyer riscrive il primo libro di Twilight scambiando però il gender della maggior parte dei personaggi: in Life and Death: Twilight Reimagined (2015), Bella Swan diventa un ragazzo e il vampiro Edward Cullen una ragazza. Si tratta di una riscrittura molto popolare nell’ambito delle fanfiction che prende il nome di genderswap».

Esiste ancora una distinzione netta tra produttori e consumatori?

«La cultura digitale mette in questione la differenza tra autori e lettori che l’editoria propone come oggettiva e data a priori. Ciò ovviamente non significa che in epoca digitale non esistano più autori, nel senso tradizionale del termine: l’autore continua a esistere nel cinema, nella serialità televisiva e nella letteratura. A cedere il passo è l’idea di un autore che produce oggetti culturali “finiti”, chiusi in sé stessi, in cui l’interpretazione trova un limite nel circolo chiuso tra autore e opera».

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