Incontri e carriera dello «scrittore» ribelle Oriana Fallaci

Storia

Quindici anni fa scompariva nella sua Toscana una delle giornaliste più apprezzate del mondo, la signora della polemica, tra Vietnam e New York, rabbia e orgoglio

Incontri e carriera dello «scrittore» ribelle Oriana Fallaci
Oriana Fallaci (29 giugno 1929 - 15 settembre 2006)

Incontri e carriera dello «scrittore» ribelle Oriana Fallaci

Oriana Fallaci (29 giugno 1929 - 15 settembre 2006)

Eretica e ribelle. Regina della carta stampata, giornalista e saggista – ma soprattutto «scrittore» come recita il suo epitaffio – Oriana Fallaci scomparve il 15 settembre di quindici anni fa, portata via da un tumore maligno che lei chiamò «l’alieno». Fallaci è stata una grande protagonista del Novecento: l’ha narrato dall’estero agli italiani sulle colonne di giornali e riviste che la resero una star. Di gran lunga l’autrice italiana più internazionale della sua epoca, la Signora non ha mancato di accendere diverse polemiche. Considerata di sinistra a destra nei primi anni di carriera e di destra a sinistra negli ultimi, Fallaci non le mandava a dire.

Astuta e controversa, ha seguito i conflitti in Vietnam e in Medioriente. Ha intervistato i grandi della Terra: da Giulio Andreotti a Henry Kissinger, da Willy Brandt a Deng Xiaoping, da Sean Connery a Yasser Arafat, passando per Tenzin Gyatso e Golda Meir, Indira Gandhi e Muʿammar Gheddafi. Fallaci considerava Curzio Malaparte suo maestro: forse a legarli era la Toscana dove nacque nel 1929 e dove iniziò a farsi conoscere come giovanissima staffetta partigiana durante la guerra. Nipote del giornalista Bruno Fallaci, che aveva sostituito Alberto Mondadori ad Epoca, Oriana divenne presto una celebrità nel mondo del giornalismo – molto più di Gianna Preda (a destra) e Camilla Cederna (a sinistra) – per via del suo anticonformismo.

Pantaloni e sigaretta – simbolo di emancipazione femminile – negli anni ’50, Oriana Fallaci viaggiò l’Europa animata da una sola passione: quella della scrittura. Apprezzava Roma e stava poco a Milano. Nel 1958 scoprì di essere incinta, ma perse il figlio: da qui la Lettera a un bambino mai nato (1975). Curiosa vagabonda, primadonna intransigente, severa maestra senza apprendisti, come forse solo Fernanda Pivano, Fallaci portò l’America nell’Italia del boom economico. E lo fece attraverso il mondo patinato di Hollywood. Difatti, il suo primo libro fu una raccolta di interviste ai divi del cinema (I sette peccati di Hollywood): Elvis Presley con la bocca a bocciolo, Kim Novak rotonda come mele californiane, Orson Welles antipatico.

A tal proposito, Gli anticipatici (1963) è una raccolta di intervista a Nilde Iotti, Federico Fellini, Catherine Spaak, Salvatore Quasimodo, Alfred Hitchcock e Natalia Ginzburg, tra gli altri. In Niente e così sia (1969) la scrittrice parla del «suo» Vietnam, ma si affermò a livello planetario (autrice o meglio, autori di oltre venti milioni di copie) con Intervista con la storia (1974), in cui dialoga con Pietro Nenni, Ali Bhutto e Alekos Panagulis. A quest’ultimo dedicò un romanzo d’amore, Un uomo (1979), che ripercorre la prigionia del dissidente greco. Panagulis fu molto importante nella vita di Fallaci: era con lui la sera dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini, in compagnia di Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai al Tre Scalini di Piazza Navona a Roma.

Telefonò al giovane Antonio Padellaro del Corriere della Sera dicendo di scrivere che Pasolini era stato «ammazzato dai fascisti» – «un’invenzione», avrebbe detto poi Massimo Fini. In merito alle celebri interviste, con una punta d’invidia, Giorgio Bocca disse che Fallaci «riportava le risposte con esattezza per evitare querele, ma le domande le rifaceva per dare spazio alla sua impertinenza e spavalderia». Fallaci non era timida e non conosceva l’imbarazzo; «era un continuo fuoco d’artificio, [...] uno scoppio nucleare di aneddoti, ritratti fulminati, urlacci, intuizioni scorticanti» secondo Fini. Indipendente: temuta e apprezzata, amata e disprezzata. Al mondo intero mostrò che era possibile ribellarsi alle dittature, alle teocrazie e agli autoritarismi quando di fronte all’ayatollah Ruhollah Khomeyni si tolse il chador. Un gesto anticonformista: di coraggio.

Oriana Fallaci veniva vista da molti come un maschiaccio che si sporcava le mani nella guerra in Libano e nella Prima Guerra del Golfo. L’ultima battaglia, quella contro l’Islam radicale, cominciata il 29 settembre 2001 sul Corriere della Sera di Ferruccio de Bortoli a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle. L’articolo culminò nel libro La rabbia e l’orgoglio, che divise ancora di più l’opinione pubblica sia sul fondamentalismo islamico che sulla diva Fallaci. Da qui il rischio di vedere la Signora alla luce delle controversie che l’hanno resa un’eretica del suo tempo. Tuttavia, sarebbe ingiusto non ricordare la scrittura chiara, i reportage straordinari e le interviste esclusive che hanno reso Oriana Fallaci un mito apprezzato in tutto il mondo.

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